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La professione antifascista della sinistra: una copertura per non fare i conti con la propria storia

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L’opposizione al Green Pass si sta trasformando in una battaglia di libertà trasversale a vaccinati e non vaccinati. E non convince il soccorso della “nostra scienza”, perché non trova riscontro comparabile in nessun Paese…

Chi ha una esperienza personale della propaganda Pci inaugurata nella stagione post-bellica, per poi essere praticata senza alcuna sostanziale continuità in tutta l’evoluzione successiva dai vari eredi (Pds, Ds, Pd), sa perfettamente a che servisse l’ossessiva rivendica antifascista, rivolta indistintamente contro qualsiasi maggioranza, in primis la Dc e il suo leader De Gasperi. Per un partito ontologicamente stalinista, dato che non lo si poteva essere senza una totale acquiescenza al sanguinario dittatore sovietico, questa rivendica riusciva di copertura al rivendicare come caratteristica essenziale una vocazione democratica smentita platealmente dalla storia drammatica che si consumava al di là della cortina di ferro. La sequenza partiva dalla riconduzione della liberazione dell’Italia ad una resistenza condotta in via tendenzialmente esclusiva dai partigiani comunisti, sì da oscurare la parte assolutamente decisiva giocata dagli alleati, con in testa gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, etichettata come imperialista; per poi planare sulla ricostruzione della carta costituzionale come antifascista, senza valorizzarne l’essenza di carta tipica di una democrazia occidentale.

Basta immaginarsi che se lo scontro di “civiltà” consumatosi nelle elezioni politiche del 1948 lo avesse vinto il Fronte popolare, non avremmo avuto il piano Marshall, non l’ingresso nella Nato, non il Mercato comune; con una faccia da tolla bestiale, qualche coetaneo comunista mi rispondeva che comunque la cosa non sarebbe andata così. Senza alcun dubbio, appartenendo l’Italia alla zona di egemonia degli Usa, ci sarebbe stato un colpo di Stato fascista o addirittura un intervento armato dell’imperialismo americano. Cosa data assolutamente per scontata, come se non fosse tale da aprire una vera guerra civile; ma nel dirlo, quel mio coetaneo, che rappresentava fedelmente il pensiero del Pci post-bellico, non si accorgeva che immaginava quello che era effettivamente accaduto nelle c.d. democrazie progressiste, instaurate con l’intervento armato dell’imperialismo sovietico.

Da questa angolatura non molto è cambiato, perché quella copertura è sopravvissuta alla caduta del Muro di Berlino, utile anzitutto a non fare i conti con la propria storia, nel mentre la stessa cosa veniva e viene richiesta a qualsiasi forza politica che si sia contrapposta con una piena legittimazione popolare – Dc, Psi, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia – con una dilatazione assurda del fascismo, tanto da arrivare ad una specie di riedizione lombrosiana, per cui vi sarebbero tipi e comportamenti di per sé espressivi di una vocazione nostalgica. A questa sorta di smemoratezza, che si limita a parlare malissimo di Stalin, archiviando Gramsci e Togliatti, per far ricominciare tutto da un Berlinguer, che, alla vigilia stessa del crollo clamoroso del sistema sovietico, si limitava a dire che la rivoluzione leninista aveva esaurito la spinta propulsiva, serve ancora oggi la costantemente riaffermata professione antifascista, una specie di eredità esclusiva, la cui titolarità autorizza a fare esami del sangue a qualsiasi altra forza politica, senza che basti a superarlo nessuna presa di posizione: esemplare in tal senso la sorte della Meloni, che viene ritenuta responsabile della posizione di ogni singolo iscritto, ex iscritto, presunto simpatizzante.

Dire e ripetere ossessivamente da parte dei mass media c.d. progressisti che la Costituzione italiana è antifascista, vuol dire diminuirne il valore, è una costituzione liberal democratica e solidarista, pienamente sintonica rispetto alle altre costituzioni europee del Dopoguerra, quindi per se stessa antitotalitaria, antifascista e anticomunista. Certo per l’esperienza storica appena conclusa, il costituente si è fatto carico di inserire la disposizione XII della carta costituzionale, la quale per quel che suona alla lettera è assai più liberale di come la si vorrebbe. Per il primo comma, “è vietata la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista”, riguarda la “riorganizzazione”, non la convinzione o l’espressione di una fede fascista come confermato dalla Corte costituzionale, così ad esempio quella effettuata col saluto romano (col braccio teso) o con l’esposizione di un busto di Mussolini. Ma qualcosa di più ci dice il secondo comma: “In deroga all’art. 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista”, dunque la limitazione dei diritti politici per gli stessi “capi” è ristretta ad un quinquennio massimo, il che vuol dire almeno che denunciare fra l’altro in base a frasi spesso scorporate dal contesto, un passato e una eredità fascista non può di per sé avere alcuna rilevanza.

È grave il saccheggio della sede nazionale della Cgil, ammetterlo è solo un dovere civico, ma è gravissimo il comportamento del ministro dell’interno e degli organi da lei dipendenti, non solo per aver permesso ai leader di Forza Nuova di essere in piazza, senza poter addurre a discolpa di non averli potuti fermare per non provocare scontri, dando per scontato che tutta la grande folla fosse consenziente, ma anche e soprattutto per aver avuto più di un’ora di tempo per far presidiare quella sede; se, a parte inverse, ci fosse stato Salvini, l’accusa di alimentare la strategia della tensione sarebbe stata avanzata a furore di… popolo. Tanto più che da quel saccheggio riconducibile ad una pecca mortale della gestione pubblica, consegue un plateale vulnus della democrazia, cioè la manifestazione della sinistra politica nel giorno del silenzio elettorale coperta dalla foglia di fico della partecipazione ad una manifestazione di solidarietà alla Cgil.

In un precedente intervento, col previo avvertimento di essere vaccinato, dunque fornito del Green Pass, ho espresso dubbi non sul Green Pass, ma sulla sanzione prevista per i lavoratori non disposti a farsi vaccinare o a fornirsi di tamponi a loro spese, ritenendolo in contrasto con l’art. 32, co. 2 della Costituzione. Si prevede che “nessuno possa essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”, ma solo in quanto sia effettuato in base ad una “disposizione di legge”, cioè di un obbligo espresso chiaramente e non in modo obliquo, ma soprattutto nei “limiti imposti dal rispetto della persona umana”.  È da considerare confinato entro questi limiti il condannare un lavoratore, che non intenda piegarsi a questo diktat, anche a torto secondo il dominante pensiero, a essere privato della intera retribuzione?

Quello che sta accadendo è la trasformazione dell’opposizione al Green Pass – neppure per sé ma per la conseguente sospensione dal lavoro e dalla retribuzione, fra l’altro congegnata con una spaventosa povertà tecnica della disposizione legislativa – in una battaglia di libertà, tale da unire vaccinati e non vaccinati, come testimoniato dai portuali di Trieste, quella stessa battaglia che infuria in Bielorussia, in Polonia, in Ungheria, in Turchia, in Egitto e via dicendo, per non parlare dell’Afganistan. Ogni campagna di persuasione chiamando in soccorso la nostra scienza, fra l’altro rappresentata formalmente dai componenti del Comitato tecnico-scientifico, non convince, perché non trova riscontro comparabile in nessun altro Paese europeo, per non chiamare in causa gli Usa, là a difettare sarebbe la scienza nazionale di ciascuno di questi Paesi e/o la responsabilità della politica? O forse, quel che succede altrove è da ricondurre ad una scienza assai meno sicura che lascia una maggiore discrezionalità all’agire politico, ispirato sì alla tutela della salute, ma con una sensibilità ben diversa per la libertà delle persone.

Certo, benedetta la nostra campagna di vaccinazione, che si starebbe avvicinando all’85 per cento, ma l’impulso riconducibile al Green Pass è stato temporaneo e poco rilevante. Con riguardo a quale percentuale si dovrebbe concludere per una immunità di gregge non è che a sentire certi virologi assatanati, dovrebbe essere data dal 100 per cento, perché se così fosse l’etichetta “dittatura sanitaria” sarebbe del tutto giustificabile. C’è di più, c’è la totale incertezza circa l’efficacia temporale della somministrazione della doppia dose, tanto da aver cominciato a farne una terza, secondo un programma che dovrebbe tornare a comprendere l’intera popolazione. Qual è la strategia di lungo termine per la convivenza con un virus che può essere rilanciato da una variante incubata in Asia o in Africa? Quello di una vaccinazione globale da ripetersi annualmente, ma qui non è neppure la carenza dei vaccini, ma la totale mancanza della logistica a rendere la cosa solo una pia illusione. Scrivo nella mattina di giovedì, non so come andrà domani, ma se sarà vissuta con una larga domanda di libertà, credo che Draghi dovrebbe valutare l’illusorietà del muro contro muro, impari da Giolitti (e da Macron).