Questo caso, ancor più di altri in passato, è molto simile ad una grande commedia popolare, rischiando così di deviare il suo percorso limitato dai binari della giustizia, ossia qualcosa che si avvicina pericolosamente alla commedia dell’arte, tutta incentrata sulla capacità attoriale dei suoi interpreti.
Non ricordo un caso giudiziario italiano che abbia addirittura stravolto le programmazioni televisive per tanto tempo, e attorno al quale si siano addirittura inventati programmi, siti web e persino carriere professionali (premiate o stroncate) che, fino a quel momento, nessuno conosceva.
Il ruolo dei protagonisti di una ignobile recita collettiva è talmente importante e decisivo da mettere in ombra ciò che sappiamo dei fatti, ai quali la ragione imporrebbe di attenersi. Il lato più impressionante di tale stortura è che molti stanno progressivamente seguendo quella vicenda sulla falsariga della simpatia o antipatia di quei protagonisti, naturali o divenuti tali, dell’intera vicenda Garlasco, considerata nel suo insieme di elementi anche del tutto estranei alla pessima fine di quella ragazza.
Avvocati protagonisti
Alcuni seguono la linea di quello dei non pochi avvocati che trova più simpatico e credibile, perdonando generosamente persino incongruenze palesi, con la stessa generosità con la quale si perdona una canzone mal riuscita al proprio cantante preferito e ciò, per quanto qui enormemente amplificato, in qualche misura fa parte del ministero forense.
A definire la qualità di “principe del Foro” non sembrerebbe più essere il numero di assoluzioni globali che il penalista abbia ottenuto ai suoi clienti, come sarebbe logico sostenere, ma la sua capacità di stare sulla scena (televisiva).
Nel grande teatro dei salotti tv dedicati ai casi criminali (e sono ormai almeno dieci) non v’è un copione a tracciare la narrazione, ossia quel poco o tanto che si conosca del caso concreto, bensì qualcosa che va ben oltre la scenografia, finendo per dimenticare di cosa si stia discutendo. In questa vicenda, il pubblico televisivo, quello, non dimentichiamolo, che orienta le scelte dei programmatori, ha una vasta scelta di interpreti tra i quali scegliere, seguendo i quali l’opinione sull’intera vicenda finirà per formarsi.
Taluni preferiranno gli avvocati donna, con una bella fetta di sostenitrici che preferiscono questa o quella avvocato per la mise o la pettinatura scelta per le riprese televisive, mentre altri preferiranno giudicare, indipendentemente dal sesso, la credibilità di quel difensore che avrà l’atteggiamento più aggressivo nei confronti degli altri partecipanti alla riunione.
Tale impostazione, basata sull’enfasi espositiva, è vecchia di secoli; molte persone reputano, genericamente quanto ingiustificatamente, “bravo” l’avvocato più incline ad alzare i toni della discussione e più solito ricorrere a termini accesi, quando non addirittura offensivi, nei confronti dei suoi avversari. Cosa vecchia quanto Cicerone e spesso contraddetta dai fatti (leggi i risultati) ottenuti, ma così la pensano la maggior parte dei loro clienti.
La falsariga, comunque, è questa: se mi sta simpatico quell’avvocato, tengo le parti per il suo assistito e viceversa.
Un sapiente regista occulto sembra aver pescato nel mazzo dei possibili protagonisti sul palco, tra i più svariati caratteri: l’avvocato un po’ scarmigliato che fa il finto tonto, quello dal aplomb ineccepibile, l’avvocatessa che si accalora facilmente, quello silente ed apparentemente glaciale, quello che pare sempre a disagio sulla poltrona e profondamente assorto in chissà quali pensieri.
Insomma, una bella scelta di personaggi (o forse interpreti?) ai quali affezionarsi, come si trattasse della telenovela che va avanti da anni all’ora di pranzo.
Stesso discorso vale per i consulenti tecnici e criminologi che abbiamo imparato a conoscere in tv. Essendo gli spettatori del tutto sprovvisti della preparazione teorica e pratica per valutarne la reale professionalità, capita che per giudicarli ci si limiti alla montatura degli occhiali, alle scarpe, alle espressioni facciali, con netta prevalenza degli antipatici a determinare la sicura colpevolezza dei loro clienti.
Potrei sbilanciarmi persino sostenendo che le montature colorate li rendano antipatici, ma magari sbaglio. Non viviamo, comunque (e probabilmente per nostra fortuna), in una società perfetta e ciò è inutile negarlo. Detto da uno che, da anni, scrive su queste pagine che l’abito, spesso non fa soltanto il monaco, ma pure il convento…
Programmatori televisivi
Le dinamiche dello spettacolo televisivo fanno il resto. È semplicemente questione di gusti e preferenze individuali. Non provino nemmeno, eventuali commentatori legati alle reti televisive, a venirmi a raccontare che su certi elementi, per così dire “secondari”, delle loro trasmissioni su Garlasco non ci stanno ampiamente giocando. Fa parte dello show business, non ci piove.
Quand’anche potesse pioverci, avremmo ormai tali e tanti ombrelli da non ritenerlo un problema. Lo so, dovremmo vergognarci ad usare per questo orrendo crimine il termine “spettacolo”, se questa non fosse la vera natura delle tante (troppe) trasmissioni dedicate a fare le pulci ai processi penali.
Nonostante la ridondante e sbandierata natura informativa (o, per usare un termine caro a mamma Rai, “di servizio”) delle loro trasmissioni, la televisione è per enorme e prevalente percentuale, uno spettacolo basato sui dati dell’Auditel e causa della irrinunciabile competizione tra le reti, con una competizione scorretta e virulenta.
Girano troppi soldi in televisione. Dico spesso che trovo più onesta e credibile la piccola emittente locale che vive di pubblicità del salumiere o del meccanico rispetto a baracconi televisivi infarciti di miliardi e di politica che pur vorrebbero farci credere che la loro sia una missione. Se anche fosse tale, personalmente sceglierei ben altri missionari, magari vestiti da frate in mezzo alle guerre ed alle carestie. Le missioni sono cose serie, la televisione no.
Parenti e amici
Mai come in questo caso, i parenti, rispettivamente della vittima, del condannato o dell’attuale sospettato, stanno assumendo un ruolo, a partita ancora assolutamente aperta, di primissimo piano. Molti sostengono che l’intera vicenda sia di natura familiare, con pesanti coinvolgimenti da parte di parenti più o meno stretti.
Quanto abbiano ragione o torto lo vedremo, si spera, presto. Rimane il fatto che, non essendosi finora acclarato un vero piano criminoso esteso, tutto ed il contrario di tutto potrebbe essere.
Anche tale elemento contribuisce a lasciare aperte tutte quelle strade che in altri casi famosi si chiusero per gli inquirenti già poche ore dopo il delitto. Sapete come si dice nel proverbio: “Dietro ogni porta v’è una croce”. Le famiglie sono scrigni pieni a dismisura di episodi inconfessabili anche remotissimi, di storie belle e storie brutte, di stranezze incomprensibili per chi non ne faccia parte. Perché mai qui dovrebbe essere diverso?
Un po’ come accade nella pratica delle intercettazioni telefoniche, anche qui potrebbero essere stati tirati a mezzo (leggi anche soltanto sottoposti ad indagini) persone che, a vario titolo, abbiano avuto a che fare all’epoca coi principali protagonisti della vicenda. È inevitabile, se non altro a norma dell’art. 361 del Codice Penale, che impone al pubblico ufficiale di esporre in Procura ogni accadimento o circostanza che possa costituire reato, che essendosi verificati all’epoca dei fatti gravissimi in quella zona e in ambienti frequentati da alcuni protagonisti, alcuni filoni dell’inchiesta principale avrebbero preso strade diverse, a quanto pare, senza avere esiti direttamente riferibili all’uccisione di Chiara Poggi.
Non v’è altro da dire, sul punto, ma ciò crea disorientamento, o peggio, convince quelli più inclini ad ipotizzare l’eterno complotto globale, che di mezzo vi siano i “poteri forti”. Sul punto si potrebbe opinare che, ragionando in quel modo, ogni delitto comune potrebbe aver a che fare con qualunque potentato sul pianeta, anche se per vie traverse. Ma si sa, le vie traverse piacciono assai ai complottisti, che la linea retta ignorano per credo.
Il nuovo sospettato
Lungi da chi scrive voler azzardare ipotesi di colpevolezza o anche soltanto di coinvolgimento di Andrea Sempio, l’amico del fratello della vittima. Ho, tuttavia, l’impressione che a schierarsi contro di lui siano stati sempre più soltanto dopo le sue prime apparizioni televisive, intervistato dai soliti giornalisti d’inchiesta, ammettiamolo, non sempre educati e rispettosi del diritto di rispondere o meno a chiunque non sia un carabiniere o un magistrato.
È un giovane con l’immensa disgrazia di essere antipatico, e con l’aggravante di scegliere maglioni improponibili. Di lì a farne il colpevole ci dovrebbe passare il mare, anzi l’oceano. Ma così non è, anche al netto di ciò che soltanto noi possiamo ignorare, e per i motivi sopra esposti.
Nell’epoca dei processi sommari sui media, quella stessa epoca dove tutti, e dico tutti, quelli innamorati di Voltaire con la celeberrima frase (che pare nemmeno abbia detto per primo) sul non condividere l’opinione altrui essendo tuttavia disposti a farsi uccidere perché l’altro possa esporla, le sciocchezze finiscono per diventare dogma.
E che sarebbe meglio smetterla una volta per tutte di farsi belli con scemenze del genere: nessuno di noi è disposto a nemmeno prendere una sberla per idee che non si condivida o, perlomeno, non si ritenga degne. Anche nel caso di Garlasco le imperterrite “anime belle” non perdono occasione per dare un abito decente alla pochezza delle opinioni.
Se, poi, l’abito altrui non sia così decente e assomigli ad uno degli orridi maglioncini di Sempio, ecco che il succitato fattore simpatia si frappone tra dette anime pure e la ricerca della verità. La inutile e persecutoria ostensione al pubblico dei suoi messaggi telematici giovanili, se il diritto è ancora tale, non potrebbe e non dovrebbe essere una prova a suo carico.
Tutti noi conosciamo ragazzini o adulti un po’ complessati che, tuttavia, non hanno mai fatto del male ad alcuno e non per quello meritano di essere additati al pubblico ludibrio. Di cretinate sui messaggi ne abbiamo scritte tutti. E chi se ne frega se il povero Sempio avesse problemi con le ragazze all’epoca dei fatti! Se venisse ritenuto colpevole, si spera, sarà per delle solide prove.
Ci mancherebbe ancora che bastassero ipotetici moventi ad ottenere una condanna all’ergastolo! Ed anche sul possibile movente, se vogliamo ricordarci di vivere nel Paese che ha dato le prime codificazioni della legge alla storia, se ne potrebbe discutere per anni. Ipotizzare un movente non può condurre alla condanna, sia ben chiaro anche a chi ritiene di avere già chiuso il caso con quanto visto in tv.
Minime considerazioni di diritto
Uno dei più autorevoli padri del diritto penale, Francesco Antolisei (1882-1987) contestò sempre l’esistenza del concetto di “colpevolezza”, sostenendo che nel nostro ordinamento si parla soltanto di colpa e di dolo, con rilevanza effettiva soltanto nella fase processuale. Il concetto di “colpevolezza” porterebbe infatti a giustificare ordalie e persecuzioni familiari come avvenne nel diritto primitivo.
Non esiste altra via, nel nostro diritto penale soltanto chi abbia avuto la volontà e la coscienza di fare del male alla vittima può portare ad una sentenza di condanna. Nel caso Garlasco, tuttavia, stanno mediaticamente prevalendo aspetti distanti dalla norma di legge.
Non funziona come nei telefilm americani in cui lo sceriffo risponde al sindaco, eternamente preoccupato dell’opinione pubblica, per cui, in sostanza gli dice chi mettere in galera e chi no. Da noi non è nemmeno “lo sceriffo” a decidere quali norme di legge si siano violate e la procedura da seguire è valida per tutti, ma questo la televisione non ce lo dice.
Nel Paese dove la gente crede che Forum sia un Tribunale (e non già un semplice arbitrato irrituale e nemmeno sempre valido) è facile farsi prendere la mano ed è ormai dilagante l’anomalia d’imbastire processi sulla base di quanto le inchieste televisive abbiano appurato.
Assistiamo ad una fase preoccupante della nostra tradizione giuridica, non priva di false rappresentazioni della giustizia, ormai considerata dal grande pubblico come una semplice accozzaglia di pareri contrastanti nella quale chiunque potrebbe pronunciare sentenze, nemmeno avendo gli atti in mano (ammesso che sappia capirli).
Siamo giunti al punto in cui un’intervista vale quanto un formale interrogatorio svoltosi con le procedure e le garanzie del codice di procedura penale, e questo è un grande danno, oltre che fonte di generale e quasi sempre ingiustificata accusa d’incompetenza rivolta a qualsivoglia magistrato.
Oggi i processi si celebrano nei salotti televisivi. Ma la sentenza di condanna per il vero omicida o per gli omicidi in concorso tra loro, si spera sarà finalmente definitiva nel senso pratico del termine.
Come ne esce la giustizia, con troppi errori e le eventuali condanne ingiustamente comminate? E di certi pasticci nelle Procure (se non vogliamo definirli più brutalmente) ne vogliamo parlare? Male, ne esce male, anzi, a pezzi. Comunque vada a finire sarà così e qualcuno avrà subito ingiustizia. Merito o demerito delle inchieste televisive aver sollevato certi coperchi? Lascio la risposta ai lettori.
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(Immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)


