L’amministrazione Trump, con una scelta che definire discutibile sarebbe poco, ha recentemente silenziato, nelle intenzioni per sempre, The Voice of America, ossia la storica radio broadcasting americana che dal 1942 trasmetteva al mondo intero in 48 (diconsi quarantotto) lingue diverse ciò che accade negli Stati Uniti e, in sostanza, il punto di vista dell’amministrazione americana sui principali fatti di cronaca e politica del nostro pianeta.
Contro-propaganda
La storia di VOA è lunga e non sempre assimilabile alle principali emittenti mondiali, quali a britannica BBC, la tedesca Deutsche Welle o Radio Mosca nella dissolta Unione Sovietica. Eccettuati gli ovvi punti in comune con altre emittenti radio di stato, la Voce dell’America è stata fin dall’inizio caratterizzata da una spiccata propensione alla contro-propaganda più che alla propaganda fine a se stessa, e la prova più evidente di tale particolare taglio, rivolto a contrastare la propaganda delle storiche potenze nemiche degli Usa, in primis la Germania nazista, per poi occuparsi dell’Urss, della Cina comunista e della Cuba di Fidel Castro.
Tra le più importanti stazioni radio affiliate, possiamo citare Radio Free Europe, diretta verso i Paesi facenti parte dell’ex blocco sovietico, Radio Martì, emittente in lingua spagnola con trasmissioni dirette verso gli oppositori di Castro a Cuba o espatriati altrove, Radio Free Asia diretta verso Cina e Paesi del Sudest Asiatico, tutte emittenti gestite direttamente da VOA con trasmissioni quotidiane.
Negli oltre ottant’anni di vita sulle onde della radio, VOA è cresciuta costantemente, sino a diventare un colosso, una major dell’informazione con oltre 4 mila dipendenti nel mondo e dotazioni tecniche tra le più moderne e diffuse in ogni Continente.
Perché la chiusura
Ma, allora, perché Donald Trump (che si è avvalso della controversa facoltà di bypassare il Congresso) ha potuto rinunciare ad una vera e propria istituzione nazionale come la radio che più capillarmente diffondeva nel mondo gli ideali americani?
Dietro alla non del tutto convincente ragione economica (benché un colosso come VOA costi ai contribuenti americani uno sproposito) è stranoto che i rapporti diretti tra la stampa e l’imprenditore e politico newyorkese non siano mai stati buoni. Altrettanto noto che anche negli States (si sottolinei per bene il termine “anche”) il corpo giornalistico in genere sia perlopiù schierato a sinistra o, perlomeno allineato al sentiment della sinistra.
Per quanto i lefties americani siano ben diversi dai compagni nostrani, l’aria che tira nelle redazioni dei più importanti organi d’informazione d’oltreoceano non è propriamente favorevole dell’attuale amministrazione. Perché i giornalisti siano di sinistra chiedetelo a loro (io non sono iscritto all’Ordine), anche se con un po’ di malizia potremmo individuare alcune possibili ragioni e convenienze. Come, nel Paese del free speech, possano aver zittito la Voice of America rimane un provvedimento incomprensibile.
Con un colpo di mano (ed oltre mille licenziamenti comunicati via e-mail), l’emittente controllata dal Congresso americano è stata ridotta al silenzio. Tacciono i potenti trasmettitori di VOA, dopo decenni di traffico radio ininterrotto, e sulle frequenze delle voci americane che portavano testimonianze di quanto a Cuba o a Mosca non si viva propriamente in paradiso, soltanto fruscio di fondo.
Inutile muovere la sintonia della radio a onde corte: tra le sempre meno numerose broadcasting internazionali è sparita anche VOA. È un processo che dura ormai da qualche anno: sempre meno radio e sempre più comunicazione sul web ma, stavolta, non sembrerebbero prevalenti le ragioni tecniche o quelle economiche e tutto sembra assumere il sapore di una vendetta covata da anni.
Quanto fosse decisione proposta direttamente da Elon Musk, a parte le illazioni, non lo sappiamo, ma di sicuro tutti possiamo constatare come la liason tra l’uomo più ricco e quello più potente al mondo, oltre ad essere una delle più brevi della storia, stia assumendo toni da operetta.
Un passo falso illiberale
Il presidente col cappellino rosso avrebbe potuto limitarsi alla prassi dello spoil system, cambiando i vertici della redazione schierati manifestamente coi Democratici con altri più vicini alle sue posizioni? Probabilmente no. Ormai il potere dei giornalisti, con buona pace di Orson Welles, è tale da non temere scontri diretti nemmeno con il presidente degli Stati Uniti. Perché il giornalismo, considerato nella sua massa critica, muove e smuove le opinioni (e i voti) a suo piacimento e comodo. Piaccia o non piaccia, così sembrano andare le cose.
Se volessimo essere teneri con chi tutto può ispirare tranne la tenerezza, potremmo dire che Donaldo ha buttato via il bambino con l’acqua sporca, preferendo tagliare la testa al toro piuttosto che ammansirlo. Ma quel toro non era propriamente un vitellone innocuo, bensì un bestione minaccioso come quello che campeggia davanti a Wall Street (peso 3.200 kg) e l’operazione rischia di evolvere in un (altro) boomerang per il marito della bella Melania. Capita ai troppo impulsivi, comunque la si pensi.
Per chi, come me, ama la radio, e per tutti gli altri radioamatori e radioascoltatori in ogni più sperduto paese del globo, la perdita delle storiche trasmissioni di VOA (precedute dallo storico motivetto americano Yankee Doodle) è un danno grave e difficilmente la perdoneremo, perché, oltre ad essere controproducente ed ingiusta, è stata inequivocabilmente una mossa profondamente illiberale.
Se n’accorgerà presto il presidentissimo quanto le trasmissioni che ha bloccato fossero utili e ispirate allo spirito della Grande America, soprattutto quelle che, attraverso la radio, raggiungevano miliardi di persone che nemmeno sanno cosa sia internet, oppure quelle popolazioni a cui i regimi ancora esistenti non consentono il libero accesso alla stampa, ai social, al web.
La radio si può ascoltare di nascosto e dai tempi di Radio Londra ad oggi è cambiato pochissimo. Forse Trump non s’intende di radio. Ma è stato un passo falso, pregno di conseguenze di sicuro a lui non favorevoli. Persino la Bbc, recentemente incline alla graduale riduzione delle emissioni a onde corte a favore della diffusione sul web, sembra tornare sui suoi passi. Quanto persisterà la decisione draconiana di Trump? Lo vedremo.
L’11 Settembre
Leggete un po’ qui: dal pregevole saggio di Simona Tobia “International broadcasting, la guerra nell’etere. Voice of America e BBC World Service”:
Quando il terzo aereo si schiantò sul Pentagono, tutti gli aeroporti furono chiusi e le strutture federali evacuate, fatta eccezione per il quartier generale di Voa a Washington, dove le attività fervevano. I programmi in lingua araba e farsi furono subito ampliati notevolmente, e la settimana seguente vennero rafforzate anche le trasmissioni nelle lingue dari e pashto parlate in Afghanistan, e urdu, parlata in Pakistan. Mentre Voa Tv e Worldnet Tv trasmettevano a reti unificate, gli stessi programmi si potevano vedere anche dal sito internet, il quale l’11 settembre vide triplicare i suoi contatti, passando da 320 mila a poco più di un milone in quel giorno. Il sito di Voa in lingua araba, che solitamente riceveva tra i 50 e gli 80 contatti al giorno, nella settimana successiva all’attentato vide raddoppiare questi numeri.
Faccio notare che il saggio sopra riportato è del 2008, quindi scritto in periodo non sospetto rispetto ad oggi. Capite l’importanza di quell’emittente? Ma si rende conto il presidente Usa che fatti come quelli dell’11 Settembre potrebbero ripetersi? Affiderebbe tutto a internet? Auguri…
La lezione di Berlusconi
Forse Trump voleva usare la motosega come Milei. Ma con quest’ultimo condivide soltanto le acconciature fuori moda e, di sicuro, i risultati economici della motosega argentina parlano con le cifre che, almeno per adesso, non sono assimilabili negli Usa con quelle dei brutali tagli della spesa pubblica a Buenos Aires.
Forse fu più astuto Silvio Berlusconi che coi media lasciò sempre fare, anche e soprattutto con quelli da lui controllati e quindi, paradossalmente, a lui più ostili come inutile esibizione d’indipendenza di pensiero.
Tuttora, ci sono più comunisti in Mediaset che a Botteghe Oscure, lo vediamo ogni giorno. Se il Cavaliere, quando era sul ponte di comando, avesse optato per la chiusura dei giornali e delle radio che non gradiva, sarebbe durato al potere per decenni? E parliamo di uno che di radio e televisioni ne capiva assai, senza dubbio alcuno. Dovrebbe rifletterci chi di riflessioni temo ne faccia poche, eccettuate quelle allo specchio, giusto per controllare se il ciuffone biondo platino stia ancora al suo posto.
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