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Nessun “voto storico” all’Onu: purtroppo il “mondo” non ha condannato l’aggressione russa

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Chi ha votato contro la risoluzione di condanna o si è astenuto rappresenta il 55 per cento della popolazione mondiale. Sempre più evidente l’inadeguatezza dell’Onu, non solo inutile ma diventata terreno d’azione delle forze antagoniste all’Occidente

Alle Nazioni Unite vale il principio “un Paese un voto”. Quindi il voto di Tuvalu, ad esempio, che ha 11.792 abitanti, o di Nauru, che ne ha 10.834, ha lo stesso peso di quello della Cina o dell’India, che hanno rispettivamente 1,4 e 1,3 miliardi di abitanti. Tuvalu e Nauru sono due dei 141 Paesi che il 2 marzo hanno approvato la risoluzione di condanna dell’invasione dell’Ucraina da parte russa, messa ai voti durante la sessione plenaria speciale di emergenza convocata il 28 febbraio dalle Nazioni Unite. Una risoluzione che chiede alla Russia di sospendere l’uso della forza e di ritirare i suoi militari “immediatamente, totalmente e incondizionatamente”.

“Questo storico voto dell’Onu – ha detto il presidente del Consiglio Ue Charles Michel commentando il risultato – dà un forte messaggio contro l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Il mondo ha massicciamente rigettato questa ingiustificata aggressione”. Cinque giorni dopo, non sembra che la Russia si stia curando del rigetto del mondo. D’altra parte la risoluzione, come molte di quelle adottate dall’Assemblea Generale, non ha valore legale vincolante, non impegna gli stati membri e non comporta conseguenze, ad esempio sanzionatorie, per chi non ne rispetta il contenuto. All’Onu decine di Paesi sottoscrivono continuamente protocolli, documenti, dichiarazioni, risoluzioni e piani d’azione – contro i bambini soldato, la tortura, le mine anti-uomo… – e poi neanche pensano ad applicarne il contenuto, avvantaggiandosi però dei diritti e dello status riconosciuti alle nazioni che, per averli firmati, sono classificate come democratiche e rispettose dei diritti umani.

Anche se non vincolante, tuttavia la risoluzione sull’Ucraina aveva una indubbia rilevanza politica. “L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa dà inizio a una nuova era globale. Gli stati membri dell’Onu devono schierarsi, scegliere tra pace e aggressione”. Definire gli schieramenti: è stato sostanzialmente questo l’esito della sessione speciale culminata con il voto del 2 marzo.

Una globale, inequivocabile condanna sarebbe stata in effetti un risultato significativo. Ma in realtà l’Assemblea non ha espresso un “forte messaggio contro l’invasione dell’Ucraina”, il mondo non ha “massicciamente rigettato questa ingiustificata aggressione”. Non è soltanto perché 35 stati si sono astenuti, 5 hanno votato contro e 12 non hanno votato: in tutto, “solo” 52 Paesi. Il fatto è che un sistema basato, in nome della diritto per tutti a pari dignità e peso, sul principio “un Paese un voto” indica in che direzione va la maggioranza degli stati membri, ma non necessariamente la maggioranza della popolazione del pianeta. Oggi la Terra ha poco più di 7,9 miliardi di abitanti, oltre metà dei quali vivono in sette stati: Cina, India, Stati Uniti, Indonesia, Pakistan, Brasile e Nigeria. Dunque se 186 stati votassero a favore di una risoluzione e sette contro, e fossero quei sette più popolosi, la risoluzione passerebbe con una maggioranza schiacciante, quasi all’unanimità. Però i 186 voti a favore esprimerebbero la volontà di meno della metà della popolazione mondiale.

Sebbene con un rapporto diverso, è quel che è successo il 2 marzo. I 40 stati che si sono astenuti o che hanno votato contro la risoluzione rappresentano più di 4 miliardi di persone: tra questi ci sono infatti Cina, India, Bangladesh e Pakistan i cui abitanti sommati superano da soli i 3,2 miliardi. Se si aggiungono i 12 Paesi che non hanno votato, si arriva a 4,38 miliardi, pari al 55 per cento della popolazione globale. È evidente che il mondo non ha massicciamente rigettato l’invasione dell’Ucraina. La risoluzione Onu non solo non è legalmente vincolante, ma non invia neanche un “forte messaggio” alla Russia. Non è stato un “voto storico”.

Ma non è la prima volta che l’Onu presenta una risoluzione dell’Assemblea Generale come un evento storico, enfatizzando il numero degli stati che l’hanno votata senza considerare quanta parte dell’umanità rappresentano. Uno dei casi più clamorosi è stata la risoluzione per la moratoria della pena di morte, approvata il 18 dicembre 2007 con 104 stati a favore, 54 contrari, 29 astenuti e cinque assenti (all’epoca i Paesi membri erano 192, adesso sono 193). L’esito era stato annunciato “con immensa emozione”, si era parlato di “una giornata storica per l’umanità”. Ma, contando gli abitanti, più di due terzi della popolazione mondiale non si era espressa in favore della moratoria e in seguito si è reso necessario riproporre la risoluzione per altre tre volte (nel 2008, 2010 e 2016).

Da tempo l’Onu ha preso l’abitudine di amplificare l’importanza delle proprie iniziative presentandole come “momenti storici”, “conquiste storiche dell’umanità”, “spartiacque nella storia dell’uomo”. Nel 2009, ecco un altro esempio, l’Unicef ha dato trionfalmente lo “storico” annuncio che entro il 2015 nessuno sarebbe più morto di malaria grazie agli interventi adottati dall’Onu per debellare la malattia. Invece la malaria continua a essere una delle maggiori minacce per l’umanità. Nel 2020, ultimo dato globale disponibile, si sono registrati 241 milioni di casi, 14 milioni più che nel 2019, e ne sono morte 627.000 persone, 69.000 più che l’anno precedente.   

Alla luce degli attuali eventi drammatici, sarebbe necessario riflettere seriamente sul ruolo e sulla funzione di questo organismo che si autocelebra, mentre è sempre più evidente la sua inadeguatezza come strumento di mediazione e composizione dei conflitti, di convergenza su principi comuni, condivisi, procedendo dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Da alcuni decenni, anzi, l’Onu, di cui i Paesi occidentali sono i maggiori finanziatori, è diventato terreno d’azione delle forze antagoniste all’Occidente, interne ed esterne ad esso, che l’hanno trasformata in strumento e al tempo stesso oggetto di scontro.