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No, non siamo in guerra. Peggio: il rischio dell’emergenza permanente

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Quello che la pandemia Covid-19 ha causato nel mondo intero può essere analizzato in diversi modi, ma certamente uno degli aspetti meno trattati dai media è l’impatto sulla società in generale e sui poteri statali in senso lato. Se, da sempre, dominava una mentalità massicciamente orientata a considerare i governanti quali unici artefici dei destini della gente comune qualcosa è davvero cambiato profondamente in questi ultimi due anni. Oggi impariamo che comanda un virus. Abituati a versare oceani d’inchiostro su come la politica internazionale stesse cambiando il mondo, ci siamo del tutto scordati che nel corso della storia, il mondo è stato più volte scosso e trasformato in profondità da grandi eventi imprevisti quali le guerre, le pestilenze, le carestie di grandi dimensioni. Si potrebbe ben dire di essere stati, noi dell’attuale generazione, molto fortunati a non aver vissuto direttamente le guerre mondiali e di avere, tutt’al più, appreso dai giornali e dalla televisione quali enormi stravolgimenti stessero apportando le recenti carestie in parte di alcuni Continenti, come l’Africa, e buona parte della penisola indiana, ma, tuttavia, tali calamità nazionali non hanno mai interessato il mondo intero.

Il maledetto virus (forse) sfuggito ai laboratori cinesi poco più di due anni fa non pare avere precedenti storici per estensione e per la gravità dell’impatto sociale sulle popolazioni dell’intera Terra. Anche nelle ricorrenti grandi pestilenze, come le epidemie di colera, di febbre gialla, di spagnola dei tempi più recenti, nonostante un numero di vittime forse superiore, a quanto sia dato sapere, a quelle del coronavirus, vi sono stati allora Paesi, perlopiù isolati e non “contaminati” dalle popolazioni più evolute, che non hanno conosciuto niente di tutto ciò e la spiegazione è palmare: la limitatissima capacità di viaggiare e spostarsi di allora, assolutamente imparagonabile a quella di oggi. Sta di fatto, comunque, che ciò a cui assistiamo ancora quotidianamente, a fine 2021, ha una caratteristica sociale ben diversa e non ancora studiata a fondo dai sociologi e dai politologi. Siamo alle prese con qualcosa che non ha risparmiato neppure le più sperdute isolette oceaniche e possiamo tristemente constatare oggi che non vi è nazione, non esiste politica nazionale né consesso di governanti che non abbia dovuto affrontare un male subdolo e potentissimo, contro il quale nessun armamento è minimamente efficace e nessuna politica interna o estera era davvero preparata ad affrontare con efficacia e prontezza.

Questo pare essere l’elemento di maggior spicco nell’attuale panorama mondiale: impreparazione, incertezza, sperimentazione accelerata, ricorso a procedure tipiche dello stato di guerra senza che alcuno l’abbia dichiarata sembrano oggi istituzionalizzate e socialmente accettate. Nemmeno le due guerre mondiali, che, non lo si dimentichi, ebbero una fase precursoria di qualche anno, vennero percepite come qualcosa di sconosciuto, gravissimo, letale e dall’incredibile propagabilità orizzontale. In tempo di guerra vi è sempre stata qualche forma di ottimismo, sia a livello statale che individuale, per cui si pensava che presto sarebbe finita, con la vittoria di una delle parti belligeranti e mai come in tempo di guerra si è guardato all’inevitabile pace che ne sarebbe seguita. Gli studiosi della società hanno persino classificato la guerra come qualcosa d’immanente e connaturata all’indole umana oppure come una specie di perturbazione ciclica dello stato di relativa quiete tra i popoli, per non parlare delle concezioni più drastiche, come quella di Von Clausewitz (1780-1831) il quale sosteneva che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”.

D’altra parte, chiunque abbia vissuto qualche anno ed abbia potuto o voluto aprire un libro di storia una qualche idea ha potuto farsela e certamente sono molti quelli che considerano genericamente non impossibile una guerra mondiale nel corso della propria esistenza. Sia anche detto che delle guerre antiche o moderne sappiamo davvero tanto e che addirittura una guerra in corso si vede oggi dai satelliti e si ascolta in diretta dai media. Tutto ciò dovrebbe spingere a maggiore prudenza i troppi che, semplicisticamente, accomunano l’attuale pandemia ad una guerra. Sono fenomeni talmente diversi e non assimilabili da richiedere una mentalità e contromisure affatto diverse. Si ricorre, tristemente, al paragone con la guerra soltanto per giustificare e far digerire misure coattive e restrittive della libertà personale che un eterno e tacitamente rinnovabile stato d’emergenza giustificherebbe. E qui sta il vero vulnus inferto alla società civile.

Ciò che stiamo (più o meno) affrontando oggi, con la guerra ha pochissimo a che fare e metodi spiccatamente bellici possono essere inefficaci o addirittura controproducenti. D’altra parte, almeno in Italia, la voglia dell’”uomo forte”, magari in divisa, è cosa vecchia e ormai facente parte del nostro folclore, salvo poi gridare al colpo di stato imminente. Siamo fatti così: per anni abbiamo sputazzato sulle divise e sul grigioverde in genere ed oggi ci sciogliamo in canti patriottici sui balconi (molti dei quali abusivi) e riteniamo che un medagliatissimo generale comandante dell’ennesima  task force ci salverà dal virus, restituendoci la libertà di tornare a fare a cazzotti sugli spalti del calcio, ma senza mascherina, e di lasciare che i nostri ragazzi si sudino addosso l’un l’altro e si sbronzino in affollatissime discoteche come non ci fosse un domani. Dire che vogliamo tutto ed il contrario di tutto è poco. Si continua a tirare in ballo la guerra per descrivere ciò che si fa (o non si fa) per combattere il mostriciattolo a forma di mina (unica lontana rassomiglianza con le cose della guerra).

Purtroppo per gli affezionati dei paragoni con la guerra, qui non vi sarà un vincitore né un’alleanza vittoriosa. Ne usciremo tutti sconfitti, e non intendo dire che moriremo tutti, anzi… ma temo che ciò che ci ha letteralmente travolto, come un rullo compressore impazzito, ci porterà a dichiarare, prima o poi, la fine dell’emergenza, di tornare ad una normalità che non sembra semplicissima, perché susciterà infinite dispute perlomeno a livello legale ed economico. Vedo, soprattutto, la difficoltà di stabilire quando o cosa possa ipoteticamente nuovamente instaurare uno stato d’emergenza nazionale, con relativa compressione di quelle libertà individuali che tanto abbiamo declamato con la “Costituzione più bella del mondo” alla mano. Il timore non è del tutto infondato: e se succedesse che si applichi in futuro il ragionamento analogico esteso, quello del “come vi abbiamo recentemente imposto quello e questo per il bene comune, adesso v’imponiamo quest’altro ancora, per lo stesso motivo”? Che San Green Pass (normale, rinforzato, corretto, potenziato o spaziale) ci aiuti! Ma stiamo rischiando tanto e a forza di paragoni impropri e ragionamenti analogici chissà che non si giustifichi un altro bello stato d’emergenza tra capo e collo, giusto per riaffermare il principio che siamo il Paese più democratico al mondo.