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Operazione politica: così la Corte ha disinnescato tutti i referendum, non solo quelli bocciati

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Eccola la vera motivazione – politica – delle inammissibilità: “Se questi temi escono dal Parlamento possono alimentare dissensi e rompere la coesione di cui la società ha bisogno”. Tradotto: evitare che a pronunciarsi siano i cittadini

Lasciamo agli esperti di diritto, ai “tecnici”, la lettura tecnico-giuridica dei giudizi di inammissibilità pronunciati ieri dalla Corte costituzionale su tre degli otto quesiti referendari arrivati alla sua attenzione. Ci permettiamo invece, in questa sede, una lettura politica delle decisioni della Corte, giacchè è innegabile che da decenni i giudizi di ammissibilità dei referendum rispondono non solo, e non principalmente, alla ferrea logica del diritto, ma sia nell’ammissione che nella bocciatura, a motivazioni di opportunità politica. Tant’è che la Corte ha nel tempo esteso la propria discrezionalità, introducendo criteri di inammissibilità “innovativi” rispetto ai limiti posti dalla Costituzione – e spesso addirittura in contraddizione tra di essi. Ma su questo tema si potrebbe scrivere un saggio…

La nostra lettura politica non è quella che sicuramente oggi andrà per la maggiore sui giornali e nei commenti degli addetti ai lavori. Anzi, invitiamo i lettori – e gli esponenti politici che ci leggono – a non lasciarsi fuorviare dalla lettura più facile: una Corte bigotta, di orientamento conservatore, distante dal Paese reale, non al passo con i tempi, che frena il progresso – che sarebbe rappresentato dalla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente e dalla legalizzazione delle droghe. Certo, in qualche giudice costituzionale possono aver prevalso queste pulsioni. Ma vogliamo davvero, per esempio, attribuire il presidente della Consulta, Giuliano Amato, in quota “Scienza e Vita”, o Lega-Fratelli d’Italia, o in quota Binetti-Gasparri? Non scherziamo.

Sarebbe un grave errore assecondare la lettura che una parte della sinistra, tra cui i promotori dei referendum su eutanasia e cannabis, darà delle bocciature, ovvero di una Corte “di destra” che ha frenato il progresso civile e sociale del Paese. Sarebbe quindi un errore di miopia politica, se quella parte della destra che vede uno scampato pericolo nella bocciatura di questi due quesiti ravvisasse delle ragioni per esultare, in una logica da opposte tifoserie. Qui il problema – e ci pare che ieri sera Daniele Capezzone sia stato l’unico a mostrarsene consapevole e a mettere in guardia – non è gioire quando vengono cassati i referendum dei propri avversari politici e recriminare quando tocca ai propri. Il problema, grave, è quello della arbitrarietà delle decisioni della Consulta, in particolare in materia referendaria da decenni. Errore nell’errore, se Fratelli d’Italia, per far dispetto alla Lega, rispolverando il suo giustizialismo non sostenesse i referendum sulla Legge Severino e la custodia cautelare.

La nostra lettura è un’altra. Non sfuggirà agli osservatori più attenti che, guarda caso, la Corte ha fatto fuori con precisione chirurgica – ripetiamo: al di là delle ragioni di merito che analizzeremo in altra sede – i tre quesiti più “attraenti”, più in grado di accendere un dibattito nell’opinione pubblica e quindi di trainare l’affluenza al voto. Insomma, i giudici costituzionali hanno fatto fuori i tre quesiti che avrebbero quasi certamente consentito di raggiungere il quorum fissato perché la consultazione sia valida.

In questo modo, la Corte ha sminato il campo, ha disinnescato l’appuntamento referendario, anzi lo strumento in sé, come fa da ormai un ventennio. Una delle schede che i padri costituenti hanno messo a disposizione degli italiani per esprimere il loro consenso o dissenso, in questo caso per incidere direttamente nella legislazione, è di fatto sequestrata da un Consiglio dei Guardiani.

Sopravvissuti alla tagliola della Corte cinque referendum sulla giustizia. Temi rilevanti, ma sui quali sarà molto più difficile scaldare i cuori e le menti degli elettori e portarli alle urne. I quesiti ammessi sono abbastanza innocui per i magistrati e, di nuovo guarda caso, quello più delicato politicamente, sulle modalità di elezione del Csm, può ancora essere disinnescato in Parlamento, dove è appena arrivato il testo di riforma del ministro Cartabia. Molto più difficile invece per le forze politiche sarebbe stato accordarsi in tempi record su eutanasia, cannabis, per non parlare della responsabilità civile dei magistrati.

Dunque, la logica che scorgiamo nelle decisioni dei giudici costituzionali è: “laddove potevamo sfoltire solo noi, abbiamo sfoltito, al resto pensateci voi in Parlamento”. Sarà quindi il Parlamento a finire il lavoro, disinnescando anche l’ultimo quesito rimasto – quello sul Csm – di maggiore interesse per gli elettori.

Stupefacente, in particolare, è la bocciatura dei due quesiti sulla legalizzazione della cannabis e sulla responsabilità civile dei magistrati, su cui si erano già tenuti referendum in passato. Il presidente Amato ha spiegato che così come era stato formulato il quesito sulla cannabis ci avrebbe portato a “violare obblighi internazionali” e avrebbe prodotto “l’inidoneità allo scopo”. Ma la Costituzione non ammette referendum sulle leggi di ratifica di trattati internazionali, non su qualsiasi legge, in qualsiasi ambito, che, se abrogata, farebbe venir meno l’oggetto di un accordo internazionale. La ratio del limite costituzionale era un’altra: che il nostro collocamento internazionale non fosse messo in discussione per via referendaria.

Esistono trattati e convenzioni internazionali ormai in qualsiasi ambito – culturale, scientifico etc… – seguendo una interpretazione così estensiva dell’articolo 75, fino a comprendere gli eventuali effetti indiretti su di essi, non si potrebbe più sottoporre nulla a referendum.

Marco Cappato, uno dei promotori, ha poi accusato il presidente Amato di aver affermato il falso sostenendo che il referendum non avrebbe riguardato la tabella in cui è presente la cannabis: “Non sono stati nemmeno in grado di connettere correttamente i commi della legge sulle droghe. Un errore materiale che cancella il referendum” (qui le osservazioni del Comitato).

Mentre i quesiti sull’eutanasia e la cannabis, per come erano scritti, prestavano il fianco anche tecnicamente alla scure della Corte, la bocciatura davvero scandalosa è quella del quesito sulla responsabilità civile dei magistrati. Qui la motivazione di Amato in conferenza stampa è stata surreale, da vero azzeccagarbugli.

“Essendo sempre stata la regola per i magistrati quella della responsabilità indiretta, l’introduzione della responsabilità diretta rende il referendum più che abrogativo, innovativo… La regola per i magistrati è sempre stata quella della responsabilità indiretta, diversamente che per altri funzionari pubblici, ma questo è un dato di fatto e di diritto…”.

Una spiegazione tautologica: siccome la regola è sempre stata quella, non è ammissibile un referendum che cambi la regola, ma è proprio questa la funzione del referendum… In ogni caso, se è innovativo il quesito presentato oggi, a maggior ragione doveva esserlo quello del 1987.

E meno male che non si sarebbe cercato “il pelo nell’uovo”, come perfidamente il Dottor Sottile aveva assicurato alla vigilia… per poi fare l’esatto opposto in camera di consiglio.

Un’ultima nota. Innovativa rispetto alla prassi comunicativa della Consulta è stata senz’altro la conferenza stampa, al termine della camera di consiglio, del presidente Amato, che ha voluto evidentemente non essere da meno, quanto a protagonismo, del presidente del Consiglio Draghi e del presidente della Repubblica Mattarella, dando anche dal punto di vista iconografico l’idea del triumvirato che oggi governa, o meglio regna sul nostro Paese. Una scelta del tutto inedita, discutibile, perché la Corte dovrebbe parlare con le sentenze, a tutela della propria credibilità e autorevolezza.

Ci è parsa una frase del tutto impropria, per esempio, quella pronunciata da Amato sul Parlamento “troppo occupato dalle questioni economiche” per dedicare “abbastanza tempo” a trovare soluzioni sui “conflitti valoriali”, mentre è “fondamentale che in Parlamento capiscano che se questi temi escono dal loro ordine del giorno possono alimentare dissensi corrosivi per la coesione sociale”. Eccola la vera motivazione – politica – delle inammissibilità: “Se questi temi escono dal Parlamento possono alimentare dissensi e rompere la coesione di cui la società ha bisogno”. Tradotto: evitare che a pronunciarsi siano i cittadini.

È opportuno che il presidente della Consulta utilizzi una conferenza stampa convocata per illustrare le decisioni della Corte per lanciare frecciate al Parlamento e togliersi qualche sassolino dalle scarpe rispondendo alle critiche ricevute a mezzo stampa?