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Paesi dell’Est Europa attaccati perché non vogliono perdere di nuovo la loro identità

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Siamo alle solite. Ancora una volta i mass media che obbediscono ai dogmi del politically correct e della cancel culture lanciano accuse pesanti alle nazioni dell’Est Europa, a causa della linea dura da esse adottata sul problema dei migranti irregolari (o clandestini, se si preferisce). Interminabili le immagini dei migranti nella terra di nessuno tra Bielorussia e Polonia, e senza posa le espressioni di sdegno che le hanno accompagnate.

Eppure qualcosa non torna in questo quadro preconfezionato. Mi chiedo, in altri termini, se un governo legittimo, come quello di Varsavia, abbia o meno il diritto di decidere quali e quante persone possono entrare in modo legittimo nel suo territorio, e quando.

Naturalmente questo presuppone che gli Stati abbiano un loro territorio che dev’essere difeso, quando è il caso, anche con le armi. E presuppone, inoltre, che l’identità nazionale sia sempre e comunque un bene prezioso, e che non si debbano ascoltare più di tanto gli appelli all’accoglienza totale e indiscriminata che Papa Bergoglio, per citare soltanto l’esempio più celebre, lancia in pratica ogni giorno.

Secondo i suddetti organi d’informazione mainstream, il crollo del Muro di Berlino avrebbe sepolto in quei Paesi non soltanto il comunismo, ma pure l’idea stessa di “solidarietà”.

Tesi forte, e che merita una replica. Secondo alcuni noti giornalisti, italiani e non, quasi tutte le nazioni che un tempo erano inglobate nel blocco sovietico e nel defunto Patto di Varsavia hanno “perduto la loro anima”. Tale interpretazione ci dice che esse stanno regredendo verso forme di xenofobia considerate ormai morte da decenni. Ungheresi, cechi, slovacchi, bulgari e polacchi non vogliono infatti saperne di ricevere nel proprio territorio masse di migranti che sono manifestamente alieni alle loro tradizioni e alla loro cultura.

Bisogna allora capire “quale” anima i cittadini europei dell’Est avrebbero smarrito e, soprattutto, se davvero ne hanno persa una. Oppure se – caso molto più probabile – a perdere l’anima siamo proprio noi, cittadini dell’Europa occidentale.

Se si osserva la situazione senza partire da pregiudizi dati per scontati, e senza presupporre che chi predica l’apertura totale e indiscriminata abbia automaticamente ragione quando zittisce coloro che hanno opinioni diverse, il quadro che ne esce risulta assai più variegato.

Vasti settori dell’opinione pubblica nel mondo occidentale (Stati Uniti inclusi) stanno predicando da decenni l’inutilità dei confini o, ancor meglio, la miseria morale delle frontiere. È uno stile di pensiero che punta tutto su una forma semplicistica di cosmopolitismo e su un multiculturalismo mal concepito, nel quale ogni distinzione dev’essere abolita. La difesa dei confini, che implica logicamente anche quella delle identità culturali, è un abominio da rigettare senza alcun indugio, quasi che le suddette identità culturali non fossero un prodotto naturale dell’evoluzione storica.

Si rammenti che l’impero sovietico si reggeva, in fondo, proprio su presupposti non molto dissimili. Anche se, in quel caso, la spinta verso la standardizzazione aveva alle spalle la narrazione marxista, basata sul tentativo di abolire le differenze nazionali in nome di una ipotetica società mondiale senza classi (e priva di sfruttamento).

Però a nessuno viene in mente che per ungheresi, polacchi, cechi etc. il crollo del Muro di Berlino rappresentò esattamente il recupero della loro identità repressa e svilita per quasi un secolo. Piuttosto strano – almeno a mio avviso – che questo fatto non venga compreso da numerosi soloni dei media e della carta stampata. È davvero così difficile capire che l’invasione di migliaia e migliaia di persone, provenienti da contesti totalmente diversi, preoccupi tanti a Budapest, Varsavia, Praga o Bratislava? E non solo nei palazzi governativi, ma anche (e soprattutto) tra la gente comune?

A me pare che altri siano gli elementi di stranezza in questa tragica vicenda. E allora sostengo che, a essere bizzarro, è piuttosto l’atteggiamento di governi come quello italiano, che poco o punto sembra preoccuparsi di identificare chi arriva. Ciò significa che è più razionale trovare dei metodi – magari artigianali – per procedere all’identificazione dei migranti. E, se i cechi usano i pennarelli, non scomoderei i nazisti, le SS, e quant’altro. Né mi meraviglio più di tanto se i polacchi impongono un blocco totale alla loro frontiera.

Soltanto un Paese come l’Italia, che da molto tempo ha rinunciato ad esaltare la sua identità nazionale, può accogliere tutti a cuor leggero. E non credo sia un fatto positivo. Anche perché ogni giorno abbiamo sotto gli occhi l’esempio di stranieri che vogliono sì vivere da noi, ma senza rinunciare a una sola virgola dei loro costumi e delle loro tradizioni. Le file interminabili di donne velate che si accalcano nei centri di accoglienza lo conferma sin troppo bene.

Cosa rischia, oggi, chi osa dire queste cose? L’emarginazione, in primo luogo, aggravata dalle fotografie penose che i giornali sbattono in prima pagina per appoggiare la tesi dell’accoglienza senza limiti. Non è più possibile usare espressioni come “casa nostra” e “casa loro” poiché debordano dai limiti del politicamente corretto. Il problema è che non accade solo a Roma, ma anche, per somma sventura, nei palazzoni dell’Unione europea a Bruxelles.