Politica

Con la scusa della Cina, ecco il colpo di coda del tremendismo sanitario

Subito riattivata la vecchia liturgia del terrore. Solo l’Italia, anche con il nuovo governo, fatica a liberarsi del tutto dal soffocante armamentario sanitario

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Questa nuova ondata di panico pandemico scatenato dalle televisioni e da alcuni giornali sembra un incubo di fine anno. All’improvviso, si è riattivata la vecchia liturgia sulla base delle notizie che arrivano dalla Cina.

Il ministro della salute Orazio Schillaci, per ora unico in Europa, ha disposto il test obbligatorio per chi arriva in Italia dal Paese asiatico. Sembra di rivivere le stesse vicissitudini di due anni fa quando la cosiddetta “variante inglese” scatenò paura e caos negli aeroporti.

Riecco Speranza

Si è rivisto perfino Roberto Speranza che, con un intervento più che paradossale, ha dichiarato che la strategia – a suo dire lassista – del governo in carica è fallita. Sfugge il nesso tra quanto sta accadendo nella terra del Dragone, dove il tentativo di azzerare i contagi si è rivelato catastrofico, con i primi provvedimenti sanitari del governo Meloni, ritenuti su altra sponda perfino troppo prudenti.

Fa specie, però, che proprio Speranza, il quale ha seguito cocciutamente una linea molto severa e assai criticabile ispirandosi all’esperienza cinese, ne approfitti per alimentare una sterile polemica politica.

Anche perché, a questo punto, sorge il sospetto che, attraverso quest’ulteriore spruzzata di tremendismo a ridosso di San Silvestro, si vogliano ricicciare strumenti di oppressione sanitaria che sembravano abbandonati come i lockdown o i lasciapassare.

La prudenza del governo Meloni

Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di fine anno, ha detto che “la soluzione sono sempre i controlli e che continuano a essere utili tamponi e mascherine”. In più ha aggiunto che “si deve lavorare prioritariamente sulla responsabilità dei cittadini e non sulla coercizione”. Se quest’ultima considerazione è assai condivisibile, va anche registrato un contrasto con l’affermazione precedente. “Tamponi e mascherine” sono strumenti ormai archiviati dalla maggior parte dei Paesi occidentali.

Solo l’Italia, anche con il nuovo governo, fa fatica ad affrancarsi da tutto questo soffocante armamentario sanitario. Tanto è vero che il ministro Schillaci ha prorogato l’obbligo di utilizzare le mascherine all’interno delle strutture sanitarie e delle case di riposo fino al 30 aprile e ha prefigurato addirittura un ritorno allo smartworking e alle mascherine nei luoghi chiusi se l’andamento epidemiologico (al momento completamente sotto controllo) dovesse peggiorare.

Peraltro, l’agenzia sanitaria europea ha molto ridimensionato l’allarme ritenendo ingiustificata l’introduzione dei test per i viaggiatori cinesi.

Insomma, ancora una volta, il nostro Paese fa da apripista dimostrando come quella sanitaria sia una cappa ideologica che ammorba il dibattito, indirizza l’opinione pubblica e condiziona i governi inchiodandoli ad un atteggiamento iper-prudente del tutto anacronistico.

Allarmismo e psicosi

È chiaro che la spinta esterna è forte, soprattutto adesso che si è scatenata di nuovo l’angosciante infodemia che annuncia disastri nel breve periodo. Così come sono tornati alla carica tutti gli esperti che sono stati strenui sostenitori del modello cinese fino a pochi giorni fa e oggi, con una rapida piroetta, si riposizionano proponendo sempre le stesse fallimentari ricette.

Eppure, numeri alla mano, non vi è alcun allarme. A parte quello dispensato a dosi massicce dall’informazione mainstream. Ormai, siamo entrati in un meccanismo pavloviano tra nuove varianti annunciate dai tiggì e psicosi collettiva rappresentata plasticamente dal frettoloso recupero delle mascherine.

Questione politica

Un meccanismo perverso che non si riesce a interrompere anche se si appura che le nuove mutazioni in circolazione non sono più pericolose delle altre. Non importa nemmeno che la maggior parte dei Paesi occidentali abbia derubricato da tempo il virus venuto dalla Cina a influenza.

Da noi, la questione è sempre più politica perché è piuttosto chiaro che le emergenze trascinate all’infinito rappresentano un formidabile strumento di controllo sociale.

Da questo labirinto se ne esce solo con maggiore coraggio. Smettendola di ascoltare i profeti di sventura e adottando un approccio compiutamente liberale. Altro che smartworking e mascherine.