Politica

Immigrazione e Ucraina ridefiniscono i rapporti di forza a destra e a sinistra

Attaccare la stretta anti-immigratoria del governo, peraltro giocando di sponda con la supponenza francese, è in pura perdita per il Pd e rafforza Meloni

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È difficile sottovalutare il duplice fenomeno che il sondaggio di Diamanti pubblicato sabato su la Repubblica sottolinea, in quanto conferma una tendenza via via più evidente.

Una continua crescita di consensi per Fratelli d’Italia, ormai prossimo al 29 per cento, e della fiducia in Giorgia Meloni, giunta al 60 per cento, con la Lega ferma all’8 per cento e Forza Italia dimagrita al 7,1; una altrettanto continua decrescita del Pd, ormai al di sotto del 17 per cento, con i 5 Stelle davanti, al 17,3 per cento.

Si consolida la tenuta del centrodestra, con una concentrazione del potenziale elettorato su Fratelli d’Italia a scapito della Lega, ormai priva della rendita alimentata dalla mano dura rispetto alle ong, culminata nella prova di forza nei confronti della Francia, che è stata criticata duramente dall’opposizione e dai media progressisti, ma ha portato Meloni ad avere un consenso secondo solo a quello di Draghi.

Così come si conferma la crisi del centrosinistra con una spaccatura sempre più marcata fra 5 Stelle e Pd che, però, è riuscita a portare al sorpasso dell’ex partitone da parte dell’ex Movimento.

Una polarizzazione asimmetrica

A dire il vero le formule centrodestra e centrosinistra appaiono superate, con riguardo all’inclusione di un “centro”, non solo e non tanto perché Azione e Italia Viva si sono auto-battezzate come “Terzo polo” con un auspicio che – pur dando atto del discreto piazzamento nel sondaggio (6,7 per cento) – non può dirsi a tutt’oggi realizzato.

A contare è la radicalizzazione all’interno sia della coalizione di destra, con l’assoluta preponderanza di Fratelli d’Italia, la cui percentuale duplica ormai la somma delle altre due componenti; sia della mancata coalizione di sinistra, con la ripresa dei 5 Stelle vis-à-vis del Pd, una forza “protestataria” e una forza “responsabile”, che hanno trovato le loro rispettive bandiere nell’essere contro o a favore dell’agenda Draghi – a dire il vero più che un programma, un metodo di governo, prudente e graduale in dialogo costante con la Ue.

Si potrebbe parlare di una tendenza alla polarizzazione agli estremi, se pur asimmetrica: una partita già avanzata a destra, pur con la comprensibile resistenza delle due componenti largamente minoritarie a farsi cannibalizzare, peraltro tenute a freno dalla partecipazione ad una maggioranza di legislatura.

Una partita appena iniziata a sinistra, con la presa d’atto da parte dei 5 Stelle che una concorrenza col Pd li favorisce, per di più in una stagione resa traumatica non tanto dall’avere un segretario dimissionario dopo aver largamente deluso con la favoletta del “campo largo” poi divenuto “aperto”, ma dal difettare ormai di qualsiasi profilo storico consolidato e quindi di un programma con esso coerente.

Una polarizzazione agli estremi e asimmetrica, così da non rendere prospettabile la alternanza, se non per via di una legge elettorale ortopedica, al limite proporzionale pura, a costo però di avere un Parlamento ingovernabile.

Ucraina e immigrazione

La ricostruzione trova piena conferma nel posizionamento tenuto rispetto a due questioni altamente identitarie agli occhi dell’opinione pubblica, la guerra in Ucraina e l’immigrazione.

A guidare la destra è stata Giorgia Meloni, assumendo e personalizzando posizioni estremamente chiare: sì all’invio delle armi, in piena adesione all’Ue e alla Nato, con in vista una resistenza dell’Ucraina, che, accompagnata dalle sanzioni, dovrebbe costringere Mosca ad un negoziato poco o nulla definito nel risultato; no alla accettazione a-selettiva dell’emigrazione contrabbandata dalle navi delle ong, qui in aperta collisione con l’Ue, mobilitata dalla Francia.

C’è stato qualche mal di pancia di Silvio Berlusconi, espresso in monologhi da lui stesso poi ridimensionati, qualche distinguo di Matteo Salvini rispetto alla totale chiusura nei confronti di Putin, ma accompagnato da un forte sostegno alla mano dura sugli sbarchi nei porti italiani, quasi fosse merito suo.

Insomma, una leader in gonnella, indurita da una crescita a pane ed acqua, che fa marciare e colpire unita la sua coalizione, con tutt’al più riserve berlusconiane e rivendiche salviniane, ritenute interpreti del sentire dei loro rispettivi elettorati in progressiva evaporazione, ma lasciate senza seguito.

Pd e 5 Stelle divisi

Tutt’altra scena si presenta a sinistra, dove le due opposizioni a guida 5 Stelle e Pd, appaiono più che divise contrapposte. I 5 Stelle sono estremamente rigidi rispetto alla guerra in Ucraina, con lo stop alla spedizione di armi, funzionale ad una politica Nato, cioè Usa, di continuare a combattere ad oltranza fino alla defenestrazione di Putin, con un danno crescente per l’Europa ed un rischio sempre più concreto di una escalation atomica; lo sono meno nei confronti di una qualche stretta sull’immigrazione.

Il Pd, tutto al contrario, è strettamente ancorato ad una posizione condivisa in sede europea ed atlantica, che non permette di chiamarci fuori dall’invio delle armi, a pena di un insostenibile auto-isolamento; mentre nei confronti della selezione dei migranti portati a terra dalle ong calca la mano, chiamando a sostegno sia il senso umanitario sia il diritto del mare, recepito dal nostro stesso testo costituzionale.

La diversa combinazione delle risposte di 5 Stelle e Pd alla duplice sfida della guerra e dell’immigrazione contribuisce a spiegare la riemersione dell’ex Movimento e la erosione dell’ex partitone, senza peraltro ipotizzare da incompetente quale sono, l’esistenza di un flusso diretto in tal senso.

La presa del richiamo alla pace

La pace ha una forte presa in un Paese sede di un Pontefice che la richiama continuamente, per di più con la minaccia pendente di un ricorso alla bomba atomica, se pur pudicamente coperta con la dicitura per nulla tranquillante di “tattica”.

Certo, è stata la Federazione Russa ad invadere, ma al di sotto di scontate parole di solidarietà, una guerra che non può essere vinta da nessuno deve cessare con concessioni da entrambe le parti, cioè con una spartizione del Donbass.

La politica dei “porti aperti”

Mentre una certa insofferenza per una immigrazione a pioggia, che fa notizia proprio negli sbarchi dalle ong, se pur limitati ad una percentuale contenuta, è diffusa. Certo, il Pd si sforza di evidenziare come l’emergenza non esista nella realtà, ma solo in quella percepita, che purtroppo per lui è quella che conta in democrazia.

Tuttavia, negando l’emergenza finisce per non dare alcuna risposta diversa che quella dei “porti aperti”. Bene, ma vorrei che un dirigente piddino spiegasse all’autista di una macchina presa a noleggio, perché noi li si deve prendere tutti solo per la sfortuna di essere prospicienti alla cintura afroasiatica che si bagna nel Mediterraneo.

Tutti naufraghi, come se si fossero imbarcati in navi sicure poi preda di onde gigantesche o di fiamme indomabili. No, aspiranti naufraghi fin dal momento di salire su carrette o gommoni incapaci di stare a galla, ma relativamente sicuri di essere salvati.

Se, poi, si aggiunge la polemica con la Francia, la cui arrogante supponenza nei nostri confronti è ben conosciuta, ora culminata nella promozione di una campagna europea contro l’Italia, allora la chiamata in causa che ne fa il Pd per attaccare la stretta anti-immigratoria della maggioranza appare in pura perdita agli occhi di molta gente.