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Referendum Giustizia

Perché votare “Sì”: ristabilire una visione voltairiana della giustizia

L’ultima occasione per uscire da decenni di giacobinismo e populismo giudiziario. Non cedere ai tentativi di boicottaggio

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Magistrati

A Luciana Littizzetto andrebbe suggerita la visione del film Cadaveri Eccellenti di Francesco Rosi, trasposizione cinematografica de “Il Contesto” sciasciano. C’è in particolare una scena che racchiude l’essenza sia della pellicola che del romanzo.

Colpa di Voltaire?

A un certo punto, il giudice Riches (Max von Sydow) spiega all’ispettore Rogas (Lino Ventura) la sua concezione mistica della giustizia: “L’errore giudiziario non esiste… quando il giudice celebra la legge è esattamente come il prete che dice la messa… nel momento in cui il giudice pronuncia la sentenza, la giustizia si è compiuta”.

Di fronte allo scetticismo dell’ispettore che rifiuta la teoria che inquadra la giustizia come un autodafé o addirittura come una sorta di transustanziazione nell’applicare le norme, Riches illustra ancor più chiaramente il suo punto di vista: “Non ho mai creduto a Voltaire, è lui che ha iniziato con la storia dell’errore giudiziario… che ha seminato dubbi sull’amministrazione della giustizia. Ma, quando una religione inizia a tener conto dei dubbi della gente, allora vuol dire che è già morta”.

Il monologo della Littizzetto

È più o meno lo stesso concetto che ha espresso, seppure in maniera più semplicistica, la Littizzetto: non siamo mica dei Perry Mason, i quesiti sono complicati, la materia è delicata… meglio la tintarella del seggio elettorale. Peggio non poteva rappresentare le ragioni di chi è contrario ai referendum sulla giustizia.

Anzi, il suo monologo assai poco divertente (grave per chi fa della comicità il proprio mestiere) ha provocato il classico effetto boomerang, riaccendendo un po’ i riflettori su una faccenda a cui l’informazione Rai, per esempio, ha dedicato lo 0,3 per cento degli spazi con inevitabile richiamo dell’Agcom che ha comportato almeno un minimo di riequilibrio degli spazi informativi.

Il punto più inaccettabile è che questo silenzio serve a favorire l’astensionismo privando gli italiani del confronto democratico che è il sale di ogni società evoluta. Al contrario, i referendum ricevono meno spazio del gossip e sono oggetto di interventi maldestri come quello della Littizzetto.

Eppure, così come durante l’era pandemica, la salute con le relative regolette è diventata un dogma anche la giustizia da anni rappresenta un santuario intoccabile. Esattamente come è stato descritto dal giudice Riches già nel 1976. I referendum, al contrario, hanno come obiettivo quello di ristabilire una visione laica, tollerante, appunto voltairiana della giustizia.

La separazione delle funzioni

Prendiamo, per esempio, il quesito sulla separazione delle funzioni. Si tratta di introdurre un principio applicato nella gran parte dei sistemi giuridici occidentali: quello della netta distinzione tra chi sostiene l’accusa e chi deve assumere la decisione finale. In pratica, l’intenzione di chi ha promosso il referendum è quella di evitare il passaggio da una funzione all’altra per garantire l’effettiva applicazione di un principio giuridico fondamentale: l’imparzialità e la terzietà di chi è chiamato a emettere il verdetto.

L’abuso della custodia cautelare

Così come il quesito teso a porre un freno alla custodia cautelare nel caso ricorra il pericolo di reiterazione del reato ha come obiettivo di riportare nell’alveo dell’extrema ratio un provvedimento limitativo della libertà personale che arriva prima ancora della condanna definitiva. A pensarci bene, al di là dei gravi indizi di colpevolezza, occorrono parametri oggettivi per comminare una misura così afflittiva.

Per cui, se fosse abrogato il presupposto della “pericolosità sociale”, comunque resterebbero quali esigenze cautelari il pericolo di fuga o di inquinamento della prova; requisiti che lasciano un minor margine di discrezionalità nella decisione rispetto alla reiterazione del reato che, invece, si fonda su un giudizio probabilistico che è stato spesso oggetto di sentenze della Corte di Cassazione volte a ricondurre l’ambito di applicazione in parametri più stringenti.

Senza considerare che i detenuti in attesa di giudizio affollano gli istituti di pena rendendo ancor più complicate le condizioni di vita dietro le sbarre. E senza neppure considerare che quasi la metà di questi indagati/imputati poi viene prosciolta o riconosciuta innocente nel corso dei processi, tanto che l’Italia vanta il poco invidiabile record di risarcimenti sborsati per ingiuste detenzioni.

Una storia di errori giudiziari

D’altronde, a differenza di quello che sosteneva il giudice Riches, le cronache italiane sono zeppe di errori giudiziari. Per esempio, si potrebbero citare i tre casi più clamorosi: Enzo Tortora, Giuseppe Gulotta, Angelo Massaro. Il primo osò sfidare i suoi stessi giudici: “Io sono innocente, spero con tutto il cuore che lo siate anche voi”. E alla fine, dopo una lunga agonia che finì per compromettere la sua salute, la spuntò.

Gli altri due, meno noti di Tortora, hanno vissuto dei calvari giudiziari ancor più terribili, detenendo il triste primato di anni trascorsi in prigione da innocenti. Il primo, Giuseppe Gulotta, confessò un delitto che non aveva commesso. Risultato: 18 anni ingabbiato in attesa di essere scagionato dalle rivelazioni di un agente e altri quattro per essere definitivamente scarcerato. In totale, ha trascorso 22 anni rinchiuso senza aver commesso il fatto.

La stessa dolorosa esperienza è stata vissuta da Angelo Massaro che ha trascorso 21 anni in galera per un errata trascrizione di un’intercettazione. Tre esempi di vite distrutte, trascorse nella bolgia infernale di una cella in attesa della riabilitazione. A dimostrazione della circostanza che l’errore giudiziario nel nostro sistema si dimostra fisiologico ma, in certe occasioni, addirittura patologico.

Chissà se occorre essere raffinati giuristi per analizzare vicende così drammatiche. O magari il ruolo di un servizio realmente pubblico è proprio quello di portare all’attenzione degli telespettatori storie e vicende di interesse generale che non possono e non devono più restare di nicchia. Così come si avverte l’urgenza e il bisogno di impedire che ci siano altri “macigni sulla reputazione dello Stato italiano”.

Il cortocircuito mediatico-giudiziario

Infatti, troppo spesso, la spettacolarizzazione dei processi e l’enfatizzazione degli stessi attraverso martellanti trasmissioni televisive portano a decisioni che lasciano più di un ragionevole dubbio sugli esiti giudiziari. Sorge quasi il sospetto che il cortocircuito mediatico-giudiziario comporti la necessità e il rischio di inseguire un colpevole e non il colpevole.

Ma, d’altronde, la maggioranza dell’opinione pubblica, da Tangentopoli in poi, ha ribaltato il motto “meglio un colpevole libero che un innocente in carcere” nel suo esatto contrario. Con questa mentalità siamo scivolati nella più bieca demagogia che necessita di immediati correttivi.

Il populismo giudiziario della Legge Severino

Da ciò nasce pure l’esigenza di uniformare la Legge Severino al principio costituzionale della presunzione di innocenza garantendo, tra l’altro, che i risultati elettorali non vengano alterati da una sentenza provvisoria. Peraltro, nel nostro ordinamento, esiste già come pena accessoria quella dell’interdizione dai pubblici uffici, una norma più razionale di quelle scritte sotto la spinta del populismo giudiziario di alcuni movimenti politici.

Le correnti nel Csm

Così come non sono questioni di lana caprina quelle che riguardano l’estensione ad avvocati e professori universitari del giudizio di valutazione dell’operato dei magistrati o il meccanismo di selezione dei candidati al Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) con l’abolizione della raccolta di firme per evitare la preponderanza delle correnti nelle operazioni di voto.

Obiettare che i quesiti sono “troppo tecnici” o di “difficile comprensione” (magari lo sono i testi di legge che si vogliono abrogare) è l’apoteosi del qualunquismo che è utile solo a fornire una cattiva informazione o nessuna informazione come puntualmente si è verificato. Il “conoscere per deliberare” einaudiano è stato del tutto bandito.

L’ultima occasione

E se la giustizia non se la passa tanto bene, non va meglio allo stato di salute del diritto. Un ulteriore ostacolo verso il raggiungimento del quorum sarebbe stato rappresentato dall’assurda circolare ministeriale (non una legge o un decreto ma ormai discutere di gerarchia delle fonti è argomento ozioso) che prevedeva l’uso obbligatorio della mascherina al seggio, oltre il dovere di igienizzarsi le mani una quantità infinita di volte. Obbligo poi declassato a “forte raccomandazione” da una successiva circolare del Viminale.

In ogni caso, sarebbe stata l’ennesima congiura per allontanare gli italiani dalle urne rendendo le operazioni di voto particolarmente cervellotiche (come si sarebbe impedito sulla base di una semplice circolare il legittimo esercizio del diritto di voto a un elettore smascherato?).

Eppure, siamo davanti a un bivio: questa è forse l’ultima occasione per riformare, seppure parzialmente, la macchina giudiziaria anche a fronte dell’inerzia parlamentare, visto e considerato che, in questa legislatura, ha prevalso la corta visione del partito di maggioranza relativa. Infatti, come dimenticare le misure intransigenti volute fortemente dall’ex ministro Bonafede, tra le quali va annoverata l’abolizione della prescrizione inserita nel più ampio provvedimento denominato pomposamente spazzacorrotti.

Ecco perché il buon esito del referendum rappresenterebbe una rivoluzione copernicana oltre che un’inversione di tendenza dopo decenni di giacobinismo. Altrimenti, se dovesse mancare ancora una volta il quorum, ci sarebbe da interrogarsi sulla tenuta dell’istituto referendario e sulla propensione a sfilare la scheda dalle mani dell’elettore.

L’ingiustizia come regola

O si evita di subordinare l’esito di una consultazione democratica alla letale combinazione del boicottaggio di chi diserta coscientemente il seggio con il disinteresse di chi si astiene per pigrizia dalle vicende politiche, abolendo il quorum (come già previsto per i referendum costituzionali, validi a prescindere dalla percentuale di votanti).

O, se non si ha il coraggio di arrivare a questo provvedimento di buon senso, allora, paradossalmente, tanto vale la pena eliminare dal nostro ordinamento proprio lo strumento referendario per desuetudine. Come sentenziò il giudice Salvemini, interpretato magistralmente da Alberto Sordi nel film Tutti dentro, al punto in cui siamo forse conviene accettare l’ingiustizia come regola e non più come eccezione. Sempre, a patto, che “almeno l’ingiustizia sia uguale per tutti”.