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Riscrivere la storia del regime sanitario: restrizioni inefficaci e costose, prime ammissioni

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Seppure lentamente e in maniera assai faticosa, la verità si sta aprendo un varco dopo due anni di infodemia all’insegna del pandemicamente corretto. Ha iniziato a squarciare il solido muro della narrazione a senso unico il professor Donato Greco, membro del Cts ormai disciolto, che ha rilasciato delle dichiarazioni piuttosto spiazzanti alla trasmissione radiofonica Un giorno da pecora:

“Certamente la difficoltà spesso è stata quella di dover suggerire misure di contenimento e di mitigazione la cui dimostrazione scientifica di efficacia era debole, mentre invece i costi sociali ed economici erano certi. (…) Come poi si è visto, di fatto anche l’isolamento più crudo del marzo 2020 non ha sortito alcun effetto di contenimento dell’epidemia”.

In pratica, c’è da rimanere esterrefatti: Greco ha spiegato che i dolorosi lockdown che hanno scavato nella carne, nell’anima e nelle tasche della gente sono stati praticamente inutili e per lo più dannosi. Checché ne dicano i cacciatori di fake news o i cd. fact-checker in servizio permanente che sono impegnati a cercare cavilli quando una notizia risulta sgradita o proprio non si può sovvertire la realtà dei fatti. Peraltro, dopo aver calato il carico da undici, Greco ha rincarato la dose: “Forse l’errore più grande è stato quello di non aver prodotto comunicazione e di aver lasciato spazio a una serie di virologi autonominati”. Insomma, una pietra tombale sulla martellante comunicazione pandemica.

Queste dichiarazioni possono essere lette in combinato disposto – come si direbbe in tribunale – con l’intervista rilasciata a La Verità da Francesco Zambon, il ricercatore entrato in rotta di collisione con l’OMS per il suo rapporto – poi ritirato – che si occupava, tra l’altro, dell’affaire piano pandemico. Le critiche di Zambon al famigerato modello italiano sono state particolarmente pungenti: “Esiste forse nei media italiani. Nella comunità scientifica non è così. Ricordo un testo di Lancet di gennaio 2022 dal titolo ‘Riconoscere gli errori dell’Italia nella risposta di sanità pubblica’. È una presa di posizione ben precisa che Lancet fa sua”. Peraltro, in precedenza, proprio a proposito del piano pandemico aveva sottolineato come siano state piuttosto improvvide le reiterate dichiarazioni del ministro Speranza sulla mancanza di un “manuale d’istruzioni”: “Invece, ce l’avevamo eccome: si chiama piano pandemico. C’era, seppure vecchio. Leggere in un testo istituzionale che la pandemia fosse inattesa… per me è davvero imbarazzante”.

A quanto pare, invece, il governo è deciso ad andare avanti per la sua strada senza imbarazzi. O a tirar dritto come titolerebbero alcuni giornali particolarmente entusiasti della linea dura. In effetti, il ministro Speranza ha già fatto sapere in una delle sue tante incursioni sugli organi di stampa più indulgenti che non esiste un “tasto off” per spegnere la pandemia e perciò seguirà la logica del “passo dopo passo” e che, solo a metà aprile, osservando il quadro epidemiologico e valutando la curva dei contagi, deciderà se prorogare o meno alcune misure restrittive tra cui l’obbligo di indossare le mascherine al chiuso. D’altronde, lo stesso ministro non perde occasione per autocelebrarsi e per magnificare la strategia italiana: “Il Green Pass ha fatto la differenza. Ci sono Paesi come Austria, Germania e Olanda che sono stati costretti a fare chiusure dure. Noi no, grazie all’uso robusto del Green Pass e all’introduzione dell’obbligo”. Be’, forse è un po’ azzardato affermare che altri Paesi abbiano adottato provvedimenti più draconiani dei nostri ma sicuramente nessuno ha stressato come noi le attività produttive, al di là della questione relativa a diritti e libertà che non è proprio presa in considerazione dal governo e dai suoi virologi di riferimento.

Ma la cosa più interessante detta dal ministro è quella relativa al rapporto tra scienza e politica: “Un rapporto che dobbiamo conservare per il futuro, nessuno si illuda, anche chi ha pensato a strumentalizzare la cosa politicamente”. Per smontare questa tesi, basterebbe ricordargli che è stato proprio lui a scrivere che la pandemia sarebbe stata l’occasione per la sua parte politica di costruire una nuova egemonia culturale. Peraltro, si è verificato un fenomeno sconosciuto ai sistemi democratici, per cui un organo non eletto e per lo più consultivo, come il Cts, è diventato una sorta di parlamentino che si è posto al centro del sistema. “Ai tempi di Conte la politica delegava al Cts, adesso è il Cts che delega alla politica”, ha rivelato un membro (che ha preferito l’anonimato) dello stesso comitato a Repubblica. Tanto per confermare la tesi di fondo.

In effetti, come osservato anche in precedenti interventi su Atlantico Quotidiano, l’emergenza sanitaria prolungata all’infinito è stata utile a tenere in piedi la legislatura, a blindare il governo fino alle prossime elezioni e a dare un po’ di visibilità ai tanti personaggi del romanzo pandemico, anche quelli di secondo piano. Basti pensare anche all’interventismo dei presidenti di regione, in particolare il campano De Luca che è diventato una star dei social con le sue proverbiali dirette che ormai spaziano su tutti gli argomenti dello scibile. Invece, al punto in cui siamo, con tutto quello che sta emergendo, sarebbe arrivato il momento di riscriverlo questo romanzo contestando le versioni ufficiali, evidenziando con argomentazioni inoppugnabili che per due anni sono stati rilanciati teoremi non dimostrati, tipo quello sulla certificazione verde definita giustamente da Zambon “un’autostrada per il contagio” perché, in assenza di qualsiasi presupposto scientifico per la sua applicazione, crea soltanto un falso senso di sicurezza.

Adesso, a maggior ragione, bisogna impedire che la storia di questi anni diventi la proprietà esclusiva di chi monopolizzato il racconto e ha anestetizzato il dibattito impedendo che si sollevassero dubbi, si muovessero contestazioni o, più, semplicemente si provasse a esercitare il pensiero critico. Il tutto favorito dall’acquiescenza di gran parte dei mezzi di informazione schiacciati sulle posizioni governative (prima con Conte e poi ancor di più con Draghi) o, molto spesso, dall’adesione cieca alle ardite tesi sanitarie veicolate sia sul piano politico che su quello scientifico. Allora non resta che affidarsi alla lezione di Rodolfo Walsh, tragicamente scomparso proprio per aver difeso le sue idee fino alle estreme conseguenze: “Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda”. Appunto, propaganda da smontare. Pezzo dopo pezzo.