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RogUe State: l’Ue minaccia Londra di bloccare l’export di vaccini, ma AstraZeneca nemmeno lo usa

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Ieri il leader della prima potenza mondiale e la portavoce di un progetto sovranazionale in crisi sono stati protagonisti di uno scivolone a favore di telecamere. Per il presidente americano Joe Biden si è trattato di una gaffe: l’aver dato dell’assassino al presidente russo Putin, provocando una inutile crisetta diplomatica, non è il preludio di una policy. I rapporti della nuova amministrazione Usa con la Russia saranno sì più tesi (più nella forma che nella sostanza), quando al contrario Washington dovrebbe sforzarsi di trovare un nuovo equilibrio con Mosca, se non altro per evitare di spingerla tra le braccia di Pechino. Ma quella di Biden resta una gaffe. Una gaffe che denota un clima, non di più. E chissà cosa pensa di Xi Jinping, con il quale ha più volte conversato amabilmente per ore. Per coerenza con quello che il suo Dipartimento di Stato ritiene che stia accadendo nello Xinjiang, dovrebbe definirlo un genocida.

Quella della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen invece non è stata una gaffe, ma la presentazione di una policy. E davvero non sappiamo se preoccuparci o seppellirla con una risata. La presidente Von der Leyen è tornata a minacciare di bloccare le esportazioni delle dosi di vaccino anti-Covid prodotte nell’Ue verso quei Paesi che non garantiscono “reciprocità”, cioè che non permettono alle dosi prodotte sul loro territorio di arrivare nell’Unione.

Reciprocità: “Se la situazione non cambia dovremo riflettere su come rendere le esportazioni verso Paesi produttori di vaccini dipendenti dalla loro apertura”. E proporzionalità: “Rifletteremo anche se le esportazioni ai Paesi che hanno tassi di vaccinazione più alti dei nostri siano proporzionate”.

Affermazioni francamente deliranti: invece di chiedersi perché ci sono Paesi che hanno tassi di vaccinazione più alti dell’Ue, si pretende di condizionare le esportazioni ad un principio di proporzionalità, enunciato unilateralmente, per cui Paesi che si sono assicurati più dosi, o che semplicemente sono più veloci di noi a somministrarle, dovrebbero aspettare che la campagna vaccinale in Europa decolli, o meglio parta, prima di riceverne altre. Assurdo.

Per “assicurare che l’Europa abbia la sua giusta quota” di dosi, la Commissione è pronta a “usare ogni strumento possibile”. “Tutte le opzioni sono sul tavolo, non ne escludo alcuna”. E qui il riferimento, citato espressamente giorni fa dal presidente del Consiglio europeo Michel, è all’articolo 122 del Trattato, che prevede misure d’emergenza “qualora sorgano gravi difficoltà nell’approvvigionamento di determinati prodotti”. Una clausola scattata solo durante la crisi petrolifera degli anni ’70 (e infatti nell’articolo si specifica “in particolare nel settore dell’energia”), che secondo Bruxelles può arrivare a contemplare il controllo di fatto della produzione e distribuzione dei prodotti che scarseggiano. Ma che l’articolo 122 autorizzi a requisire una proprietà privata, come fossimo in guerra, pare proprio una forzatura, tanto più che l’Ue non è stato sovrano.

Ma con chi ce l’aveva Ursula? Su richiesta dei giornalisti ha subito chiarito che non ce l’aveva con gli Stati Uniti, nonostante l’amministrazione Biden abbia mantenuto in vigore il divieto di esportazione di vaccini. “Con gli Usa c’è reciprocità”, ha spiegato, “non c’è esportazione dagli Usa all’Ue e l’Ue non esporta negli Usa”.

Ovviamente ce l’aveva con Londra, anche se non ci risulta alcun ban sull’export di vaccini. È vero che nel contratto Ue con AstraZeneca sono citati due stabilimenti di produzione nel Regno Unito. Ed è vero che AZ ha in Belgio, quindi nell’Unione, uno dei suoi centri di produzione.

Ma questo è il punto. Fino a prova contraria non siamo in Unione Sovietica né in regime di autarchia. Lo stabilimento AZ in Belgio non appartiene alla Commissione europea, come non appartiene all’Unione europea ogni bene che viene prodotto sul suo territorio. Come ogni altra compagnia privata, AZ rifornisce i propri clienti come da accordi. Se un cliente si ritiene danneggiato, se ritiene la controparte inadempiente, può far valere le proprie ragioni nelle appropriate sedi legali, non può recarsi allo stabilimento e bloccare la merce acquistata da altri clienti. La “giusta quota” di dosi è quella che l’Ue è riuscita ad ottenere in ragione dei suoi contratti. Se ha sbagliato strategia o acquisti, e quand’anche fosse vittima di un raggiro, non può pretendere di “rapinare” o bullizzare gli altri Paesi. Detto in breve: è con AstraZeneca, semmai, che deve prendersela, non con il governo di Londra.

“Ci vuole qualche spiegazione, perché il mondo sta guardando”, ha commentato il ​​ministro degli esteri britannico Dominic Raab, aggiungendo che l’annuncio di Bruxelles ha colto di sorpresa il suo governo. “Tutti noi, anche con i nostri amici europei, durante la pandemia abbiamo detto che sarebbe sbagliato limitare o interferire con le forniture legalmente contrattate”.

Appunto, forniture legalmente contrattate. Il premier britannico Boris Johnson ha più volte ribadito anche davanti alla Camera dei Comuni che non esiste alcun blocco dell’export di vaccini verso l’Ue. A determinare le priorità nelle consegne delle case farmaceutiche, AstraZeneca in questo caso, sono i contratti commerciali in essere. Di nuovo: se Bruxelles ritiene AZ inadempiente, dovrebbe farle causa, non prendersela con un suo cliente e abusare del potere statale con misure di embargo.

Ciò che a Bruxelles si ostinano a non ammettere è di aver commesso errori nei contratti e di aver sbagliato la strategia complessiva sui vaccini.

L’Ue e i singoli Stati membri non hanno messo in campo sforzi nello sviluppo e nella produzione dei vaccini paragonabili a quelli di Stati Uniti e Regno Unito, per fare degli esempi che conosciamo meglio. Al contrario, sul bene più prezioso e strategico sono andati al risparmio. Hanno ingenuamente pensato che una volta pronti sarebbe bastato acquistare le dosi necessarie al minimo prezzo, centralizzando gli acquisti a Bruxelles, sottovalutando la corsa forsennata che ci sarebbe stata a livello globale per l’unica arma che consente di uscire velocemente dall’emergenza sanitaria e quindi far ripartire l’economia.

Stati Uniti e Regno Unito hanno investito miliardi nello sviluppo e nella produzione accordandosi con alcune case farmaceutiche nazionali, Israele ha invece deciso di acquistare le dosi al doppio del prezzo e concedere a Pfizer i dati della campagna vaccinale.

Come ha brillantemente osservato l’avvocato Steven Barrett sullo Spectator, “questi Paesi sono arrivati ​​prima al ristorante e prima hanno ordinato il loro pasto. L’Ue è arrivata in ritardo. I primi sono andati oltre, hanno promesso non solo di acquistare il vaccino, ma anche di pagarne lo sviluppo. Non solo hanno ordinato il cibo, ma hanno anche aiutato a pagare la cucina”. L’Ue ha ordinato tardi, per scelta, risparmiando però molto denaro. Può prendersela con il ristoratore se non è stato onesto sui tempi di attesa, ma non con i clienti che sono arrivati prima e hanno pagato di più.

Insomma, ciascuno ha messo in campo la sua strategia, l’Ue ha pensato semplicemente di comprare le dosi al prezzo più basso e nemmeno le poche strategie nazionali hanno avuto successo: il vaccino della tedesca Curevac è in ritardo, mentre quello della francese Sanofi sembra sia naufragato.

La decisione di ricorrere all’articolo 122 spetta al Consiglio, cioè ai leader degli Stati membri, su proposta della Commissione, quindi è essenzialmente politica. Ma sarebbe ingiustificata, dal momento che nonostante i ritardi nelle consegne delle dosi AstraZeneca, ma anche di Pfizer, ad oggi i vaccini non mancano, i maggiori Paesi Ue non riescono a somministrare nemmeno le dosi ricevute (su 14,8 milioni di dosi AZ, la metà sono ancora in attesa).

Come ha osservato il deputato della Lega Claudio Borghi, “nessuna assunzione di responsabilità” da parte della Von der Leyen per i clamorosi errori commessi, ma al contrario “un concentrato di arroganza e incompetenza”, lo stesso che in Italia abbiamo conosciuto con la coppia Conte-Gualtieri.

A Bruxelles non sanno più cosa inventarsi per scaricare le responsabilità del disastro vaccini, ma dovrebbero cominciare a guardarsi intorno… e molto vicino, per esempio a quei Paesi – Germania in testa – che hanno deciso di sospendere la somministrazione di AstraZeneca.

Già, perché l’aspetto tragicomico della conferenza stampa di ieri è che la presidente Von der Leyen minaccia il blocco dell’esportazione di vaccini verso il Regno Unito lamentando il ritardo nelle consegne di un vaccino, AstraZeneca, che al momento è sospeso in ben 15 Paesi Ue, tra cui i quattro maggiori (Germania, Francia, Italia e Spagna). E se Parigi e Roma hanno già detto di essere pronte a riprendere la somministrazione di AZ subito dopo il pronunciamento dell’Ema atteso entro oggi, la ripresa non è affatto scontata in Germania. Insomma, la Von der Leyen avrebbe potuto almeno scegliere un’altra settimana per il suo annuncio bellicoso: lamentandosi di non ricevere le dosi dovute di un vaccino attualmente sospeso nella maggior parte degli Stati membri rischia di coprire di ridicolo l’istituzione che guida. Se non la serietà, a Bruxelles abbiano almeno a cuore la dignità (la propria).