China VirusEsteriQuotidianoRubriche

Stato di diritto in salsa cinese: l’ultimo imbroglio propagandistico del Partito comunista per mantenere il potere

2.8k 0

Nell’ormai lontano 2014 cominciarono a uscire sui giornali della Repubblica Popolare Cinese molti articoli che sostenevano la necessità di introdurre lo “Stato di diritto”, con ciò ammettendo che nel Paese in effetti non c’era. Si trattò di una vera e propria campagna, non dissimile da quelle usuali in epoca maoista, in cui gli articoli erano spesso scritti da esponenti di spicco del Partito comunista o da intellettuali che gravitano intorno a esso.

Lo stesso presidente Xi Jinping ci mise, per così dire, la faccia, esortando in discorsi e interviste l’apparato del partito a procedere celermente in tale direzione, e se ne deduceva che avesse al riguardo l’appoggio completo degli altri membri del gruppo dirigente. Si rammenti che, al tempo, esisteva una parvenza di leadership collettiva, e Xi non aveva ancora imposto un dominio personale assai vicino al culto della personalità. Tutto questo avvenne in seguito con l’inserimento del “pensiero” di Xi Jinping nella Costituzione, analogamente a quanto era stato fatto in precedenza con il pensiero di Mao Zedong.

Cos’è accaduto, tuttavia, negli anni successivi? Vi sono segnali che testimoniano il successo della campagna di cui sopra, e quindi l’effettivo avvicinamento della Cina ai modelli politici che si basano sullo Stato di diritto? Sarebbe un vero miracolo, ma naturalmente non si è verificato. L’espressione è uno dei punti di forza che caratterizzano le democrazie liberali dell’Occidente. In quanto tale non fa parte del tradizionale vocabolario politico cinese, all’interno del quale non era infatti utilizzato in precedenza. Tranne i casi in cui veniva criticato quale esempio paradigmatico dei trucchi e delle falsità dell’ideologia “borghese e capitalista”.

È ovvio infatti che con lo Stato di diritto dev’essere la legge a governare una nazione, escludendo pertanto decisioni arbitrarie assunte da funzionari governativi o comitati politici. Ne consegue che tutti i cittadini sono sottoposti alla legge, ivi inclusi gli stessi legislatori. Una società che adotta tale principio è in automatico contrasto con ogni tipo di dittatura, di autocrazia e di oligarchia, dove chi governa si reputa – per qualsiasi motivo – al di sopra della legge medesima. L’assenza dello Stato di diritto conduce non solo a corruzione diffusa e alla mancanza di strumenti atti a correggere gli abusi, ma anche all’impossibilità di poter cambiare i governanti mediante lo strumento delle libere elezioni. Dunque è evidente che la campagna lanciata nel 2014 aveva solo intenti propagandistici.

Già Deng Xiaoping inventò la strana formula “economia socialista di mercato”, un vero e proprio ossimoro, utile però per tener buoni gli ideologi del partito spingendo al contempo il Paese sulla strada del capitalismo (poiché di questo si trattò, anche se tuttora le autorità di Pechino si ostinano a negarlo ufficialmente). L’attuale leadership sta tentando di effettuare un’operazione analoga, forse ancor più audace di quella che riuscì a Deng. Lo slogan questa volta è “Stato di diritto socialista con caratteristiche cinesi”. Ma che significa?

Semplicemente che a Pechino non v’è la benché minima intenzione di introdurre il multipartitismo e la libera concorrenza elettorale. Il Partito comunista intende tenersi ben stretto il monopolio del potere e l’autorità assoluta che detiene in ogni ambito della vita politica e sociale. Vuole tuttavia combattere l’endemica corruzione concedendo ai tribunali una limitata autonomia e punendo i funzionari che impongono la propria volontà ai magistrati (il che è la norma). Il tutto ponendo al centro della scena la Costituzione, le cui basi – incluso, ora, il “pensiero” di Xi – devono essere insegnate nelle scuole di ogni ordine e grado.

Il problema è che l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Popolare è così formulato: “La Cina è uno Stato socialista sottoposto alla dittatura democratica del popolo”. Riflette ancora, in gran parte, la Costituzione sovietica del 1936 ma, in alcuni punti, è più arretrata. Nella ex URSS era contemplato – sia pure teoricamente – il diritto alla secessione, in Cina no. Nel modello sovietico esisteva (sempre teoricamente) il sistema federale, mentre la RPC si autodefinisce come uno Stato unitario multinazionale, e ogni ipotesi di federalismo è esclusa.

Non si capisce bene, pertanto, come uno strumento così vetusto possa costituire la chiave per introdurre lo Stato di diritto. La carta costituzionale parla di “diritti umani”, ma a Pechino si sostiene che tale espressione ha un significato diverso rispetto a quello occidentale. La persecuzione dei dissidenti e la repressione delle minoranze etniche, per esempio, sono considerate legittime poiché salvaguardano l’unità e la stabilità della nazione. E molti altri casi si possono citare.

Notiamo che, attribuendo tanta importanza alla Costituzione, l’attuale gruppo dirigente di fatto incoraggia i dissidenti a venire allo scoperto e le minoranze etniche a reclamare il rispetto della loro diversità. Tuttavia, il comportamento del governo cinese in occasione delle proteste a Hong Kong e di quelle – meno propagandate – di tibetani e uiguri, lascia intendere che il partito non ha intenzione di autorizzare libere elezioni in alcuna parte del Paese. Se lo facesse, infatti, si avrebbe subito un effetto domino ed è certo che, privato del suo scudo autoritario e repressivo, andrebbe incontro a un clamoroso insuccesso nelle urne. Si può concludere che l’enfasi posta su uno Stato di diritto opportunamente adattato al contesto cinese è soltanto un’abile mossa propagandistica. Pechino non vuole superare certi limiti ben rammentando il caso di Gorbaciov e la dissoluzione dell’URSS. Può succedere, tuttavia, che eventi imprevisti come l’epidemia di coronavirus mettano in rilievo l’assoluta mancanza di trasparenza del regime, facendo capire ai cittadini che rinunciare alla libertà in cambio di una presunta sicurezza non conviene. E, soprattutto, dimostrando che non è più possibile conservare un regime fondato su un’ideologia superata dalla storia.