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“Immuni alla verità”: i rischi del potere digitale, nel libro di Nicoletta Prandi

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L’Era Digitale è iniziata da tempo, ma, per usare una parola molto in voga, ahinoi, negli ultimi tempi, cittadini e istituzioni sembrano immuni ai tanti rischi legati alla sua diffusione e all’utilizzo delle tecnologie. Di questo – e di molto altro – scrive Nicoletta Prandi, giornalista, speaker e autrice per Radio Lombardia, autrice del libro “Immuni alla verità. Quello che (non) dobbiamo sapere sul potere digitale”, Ed. Guerini Associati. Atlantico Quotidiano l’ha intervistata per saperne di più.

DANIELE MELONI: Nel tuo libro sembri tracciare una correlazione tra il declino della politica, l’emergere dell’anti-politica e il potere digitale. Perché? A cosa è dovuta? 

NICOLETTA PRANDI: Ho individuato tre cause primarie, con riferimento al contesto europeo. La prima causa nasce dai vantaggi straordinari offerti, alla politica, da un uso più massiccio dei dati, grazie all’Intelligenza Artificiale: quale politico non vorrebbe semplificare questioni complesse in un click? Pensiamo, ad esempio, alla sanità (controllo della spesa, diagnosi probabilistica, monitoraggio di una pandemia); all’ambito fiscale, con il tracciamento dei consumi individuali per la lotta all’evasione; alla mobilità intelligente, al risparmio energetico, alla gestione del personale. È un sogno che si avvera! Poter avere soluzioni in tempo quasi reale per gestire tutto con efficienza, con un discreto scarico di responsabilità personale, quello del supporto oggettivo dei dati.

La seconda causa discende dalla concentrazione del mercato: parlando di industria dei dati, i big player oggi sono pochissimi e ormai polarizzati in due aree, quella americana e quella cinese, con la piccola Europa schiacciata nel mezzo e la rotta tracciata verso il decoupling tecnologico, industriale, persino culturale, verrebbe da dire, visti i tempi.

La terza causa è legata alle qualità della classe dirigente e al disamoramento nei confronti della politica e della vita di partito: è molto più facile cavalcare l’onda dei temi ‘facili’, più premianti nel consenso. Un po’come il nero: fa chic e non impegna.

DM: Perché a tuo avviso manca un ampio dibattito pubblico su alcune tematiche – Artificial Intelligence, telemedicina per esempio – destinate a plasmare la nostra società nell’immediato futuro? 

NP: Me lo domando tutti i giorni! Servirebbe una specie di fact checking per tutte le notizie che annunciano mirabolanti imprese in seno alla transizione digitale o, anche, che i giornalisti delle redazioni scientifiche parlassero di più con i colleghi della politica. I tempi sono cambiati: qualche giorno fa Colao annunciava di voler digitalizzare tutti i cittadini “dalla culla alla tomba”, è lecito saperne di più? Scherzi a parte (ma non troppo), i due anni della pandemia hanno coperto lo spazio del dibattito pubblico con una patina di assolutismo che sembra non lasciare più spazio al valore del dubbio, della contraddizione, linfa vitale di una sana democrazia. Spero almeno si risollevi l’interesse generale su queste imminenti rivoluzioni quando inizieremo a vederne gli effetti nella società.

DM: I media più tradizionali e anche i social si stanno occupando costantemente dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk. Cosa potrebbe cambiare per il sito di micro-blogging e più in generale per la politica mondiale?

NP: Parto dalla seconda risposta, i possibili riflessi sulla politica. Le aziende di Elon Musk presidiano settori strategici a livello mondiale: l’aerospazio, le TLC (StarLink, entrata in gioco a supporto dell’Ucraina della guerra in corso per assicurare collegamenti satellitari), le neuroscienze (ricordo che a dicembre è stato dettato con il pensiero il primo tweet, ovvero il primo testo nella storia dell’uomo, grazie all’integrazione uomo-macchina). Quanto saranno dipendenti l’industria europea e la politica da fornitori che hanno accumulato vantaggi competitivi difficilmente colmabili? Se aggiungiamo il fatto che oggi le linee guida di un social possono plasmare il pensiero collettivo (ricordo i claim automatizzati di Facebook e Instagram in cui, appena è digitata una parola legata al Covid o ai vaccini, si viene subito invitati a consultare le notizie ufficiali dell’OMS) abbiamo un’idea del peso che un “singolo” come Elon Musk può e potrà esercitare sulla nostra comunità, Twitter incluso.

Però noto che i vertici a Bruxelles hanno imparato a copiare bene: anche a causa della guerra Borrell ha annunciato una toolbox con Intelligenza Artificiale per difendere la stampa libera europea e bannare le fake news. Chi gestirà questo sistema? I singoli Paesi avranno diritto di espressione in merito? Saranno utilizzati software proprietari? E di quali fornitori, visto che potranno trattare temi sensibili come le preferenze politiche dei singoli cittadini? Queste risposte non sono pervenute ma è anche vero che nessuno ha posto le domande…

DM: Uno degli aspetti più rilevanti della nostra epoca è la velocità con cui avvengono le innovazioni tecnologiche. La politica – con i suoi processi e le sue procedure – può realmente stare al passo con la tecnologia o è inesorabilmente portata a soccombere?

NP: Credo che i tempi siano quasi maturi per confrontarsi sull’individuazione di possibili standard di sostenibilità digitale, così come avviene per gli investimenti responsabili ESG (che considerano i tre fattori, Environmental, Social, Governance). Potrebbero diventare, se concertati con trasparenza, una specie di diga nei confronti delle possibili derive distopiche che abbiamo già visto all’opera (Singapore, Cina). Guardando invece all’attualità, abbiamo un perfetto primo banco di prova. Pochi giorni fa sono uscite le linee guida ministeriali per l’adozione della telemedicina. Saranno poi discusse con le Regioni. Le ho lette e mi paiono giustamente prudenziali (le visite a distanza e il monitoraggio di pazienti fragili con dispositivi IoT, ad esempio gli smartphone, dovrebbero essere riservati solo ai pazienti con sufficiente cultura digitale e disponibilità di connessione). Attendiamo con interesse di vedere come il governo, e insieme a lui la “politica” nel suo complesso, traghetteranno la comunità attraverso i flutti di questi importanti cambi di passo.