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La malattia italiana dell'”individualismo statalista”: culto degli interessi propri e nessuna tensione liberale alla limitazione del potere

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La grande recita di eletti e elettori che ha finito per corrompere perfino il potere.

Tra i numerosi gioielli (nei prossimi giorni Atlantico ne recensirà un altro) che le benemerite edizioni Liberilibri hanno regalato alla discussione pubblica negli ultimi dodici mesi c’è un pamphlet di Giancristiano Desiderio che va assolutamente letto, riletto, rimeditato.

L’autore va al cuore di una mentalità italiana, che, attraverso i secoli, si è trasformata in genetica, in dna, in natura. Di che si tratta? Di un contraddittorio, paradossale, eppure tenacissimo e compatto mix di “affari propri” e accettazione dell’ipertrofia statalista.

Desiderio ha – ai miei occhi – un merito speciale, che di per sé suscita gratitudine incancellabile: quello di aver rovesciato decenni, anzi secoli, di criminalizzazione di Machiavelli e di esaltazione di Guicciardini, spiegando che in realtà le cose stanno esattamente al contrario di come ci raccontano manuali di letteratura e di storia. Il guaio italiano sta proprio nell’approccio di Guicciardini (il culto del “particulare”), mentre Machiavelli ebbe il merito (negato dai suoi critici per secoli) di indicare un possibile cammino di “virtù” nell’esercizio del potere, oltre che la lucidità di spiegare la necessità di rimanere attaccati alla “verità effettuale” delle cose.

Ma Desiderio va oltre, e vìola (meritoriamente) tutti i santuari del politicamente corretto. Se la prende con gli elettori, non solo con gli eletti: gli uni e gli altri parte di una recita. I secondi non credendo a ciò che dicono, e i primi fingendo di credervi. Una generale finzione, senza autentica fiducia, senza valori, senza un autentico reciproco riconoscimento.

L’individualismo statalista. La vera religione degli Italiani
di Giancristiano Desiderio
Liberilibri 2017
144 pagg – Euro 15

Un altro punto centratissimo dall’autore è l’attacco a quel concetto di moderazione, nell’accezione disgraziatamente prevalente, che porta pezzi di ceto politico a privilegiare i modi (“abbassiamo i toni”) rispetto alla sostanza liberale, che dovrebbe consistere in un’incessante tensione alla limitazione del potere, a circoscrivere la sfera dell’interventismo pubblico.

L’elemento essenziale dovrebbe stare proprio qui, scrive saggiamente Desiderio: non “chi” stia governando, ma “quanto” (cioè con quale dimensione e latitudine) possa farlo. E invece si è accettata una logica di occupazione selvaggia di tutto l’occupabile, come “pendant” dell’ipertrofia statalista.

L’autore indica anche alcune eccezioni positive, diverse tra loro, ma unite dall’andare controcorrente. Ne cito tre, tanto coraggiose quanto sconfitte, isolate, aggredite. Sturzo, capace di offrire ai cattolici l’opzione liberale, in alternativa a quella statalista. Craxi, determinato a non piegarsi alla subalternità al Pci. E Montanelli, implacabile – fino alla fine – nel non fare sconti non solo al ceto politico, ma pure agli italiani, ali elettori: quasi tutti adagiati, affascinati e direi “affasciati” in una generale attitudine alla finzione, alla commedia, agli interessi propri e alla spesa pubblica allegra.