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L’altra faccia del lunedì – La “legge di Orban” sulla sinistra: ovunque uguale, vuole più immigrati e più tasse

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Ero presente al discorso di Viktor Orban ad Atreju e non ho scorto tutta l’onda nera che alcuni ex missini, esperti nel campo e ora riconvertitisi in liberal, sembrano aver notato. Ho visto invece un leader nazional-conservatore di un paese piccolo (nel senso di estensione geografica) ma fiero e con una grande tradizione, e che nella storia europea, almeno dal 1848, ha occupato un ruolo strategico e ha visto accadere al proprio interno vicende che avrebbero cambiato il corso degli eventi.

Non ho visto un “nemico dell’Italia”, come scrive Zingaretti. Semmai avversario di quella Italia furbastra, un po’ meschina, amante dei giochi e degli intrighi di palazzo, ben rappresentata da Conte e soprattutto dal partito che lo regge, il Pd. E a proposito di intromissioni, anche qui, come in tutto, sembra valere la regola che se a prendere posizione sono leader stranieri per attaccare governi non progressisti o per sostenere esecutivi di sinistra, tutto bene: non è intromissione, ma è ormai la “politica europea”, in cui non ci sono confini, che bellezza. Se invece a muovere un giudizio è un leader conservatore per appoggiare un governo di destra o criticare uno di sinistra, si grida allo spirito patriottico, che non si possiede. Di Maio ad esempio si è gonfiato il flebile petto: ma quando il Giuseppi veniva sostenuto da tutti, mancava solo il Dalai Lama, qualcuno lo ha sentito? Per non parlare del Pd, che è una succursale franco-tedesca (dopo l’uscita di Renzi, un po’ meno franco e un po’ più tedesca).

Il discorso di Orban è stato, al solito, ricco: segno che il primo ministro ungherese ha dietro sé non solo eccellenti speech-writer ma anche gente che pensa. Un passaggio mi ha particolarmente colpito: quando Orban ha affermato che la sinistra è sempre la stessa, uguale ovunque, vuole aprire le frontiere agli immigrati e alzare le tasse. Il suo programma si esaurisce lì.

Per quanto recitata in un discorso politico, quindi necessariamente partigiano, la formula mi pare efficace. Con qualche rara eccezione (i socialdemocratici scandinavi, i laburisti australiani) ovunque ormai la sinistra non solo è immigrazionista, ma proprio open border, teorizza l’apertura totale delle frontiere. Quando è all’opposizione, beninteso: perché quando è al governo si deve piegare alla realtà e imitare le politiche della odiata destra, vedi Spagna e Francia. E però lo fa con una tale coscienza infelice, senza rivendicarlo, che finisce per scontentare le anime belle del suo campo e impaurire la gran maggioranza della popolazione. La gauche la plus bête du monde, per riprendere un’antica espressione di Mitterrand, è tuttavia quella italiana, perché non solo teorizza l’entrate tutti, ma sembra anche metterlo in pratica: i cento sbarchi quotidiani a Lampedusa da quando al Viminale non c’è più Salvini ne sono una dimostrazione.

Così come la sinistra mondiale rientra nella ”legge di Orban” anche sul versante fiscale. Nei suoi programmi, è tasse ovunque, anche se a rivendicarne esplicitamente la bellezza è stato solo il candidato premier norvegese alle ultime elezioni, che infatti ha perso. Alzare le tasse, dicendo di volerle abbassare, e sperando che il popolo bue e soprattutto gli imprenditori veri, diversi da quelli corporativi legati alla politica, non se ne accorgano. Anche qui, la sinistra italiana non sembra brillare per intelligenza: annuncia sì di ”voler” (notare il verbo) abbassare le tasse ma al tempo stesso ne introduce di nuove, come quelle green e, peggio ancora, quelle etiche su merendine e bibite.

Per i nazional conservatori, i sovranisti e i liberali di destra contrapporsi alla sinistra italiana sembra facile: basta dire no all’accogliamoli tutti e alle tasse. Sbaglierebbe però se qualcuno pensasse di vivere così di rendita: oltre a questi fondamentali no, vanno costruiti dei sì, cioè un programma che dimostri, se non il genio, la media intelligenza della destra italiana, rispetto alla sinistra più stupida del mondo.