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L’ombra di Epstein su Noam Chomsky: fine di un monopolio morale

Tra i due una relazione non episodica. Il caso Chomsky non è un tonfo solo individuale, dimostra che la pretesa di superiorità morale della sinistra non regge alla prova del potere

Chomsky (Epstein Files)

Nel 2023 un’inchiesta del Wall Street Journal rese pubbliche alcune email che documentavano incontri e scambi tra Noam Chomsky e Jeffrey Epstein anche dopo la condanna di quest’ultimo nel 2008 per reati sessuali su minori. La notizia colpì non poco, anche se non sotto il profilo penale – infatti non vi era alcuna accusa contro Chomsky – ma per il dato reputazionale: la frequentazione di un uomo già riconosciuto colpevole di abusi.

La relazione con Epstein

Successivamente, ulteriori documenti in cui compare il nome di Chomsky sono stati inclusi nelle tranche rese pubbliche dalla Commissione di Vigilanza della United States House of Representatives, nell’ambito dei materiali comunemente indicati come “Epstein Files”. Benché neanche le carte diffuse tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 abbiano introdotto elementi penalmente rilevanti, il quadro del coinvolgimento del famoso studioso è andato precisandosi ed aggravandosi.

In particolare, è stato confermato: a) che i contatti tra Chomsky ed Epstein furono regolari e protratti nel tempo, in alcuni casi fino al 2017; b) che essi includono corrispondenze in cui il linguista descrive la relazione come intellettualmente stimolante, suggerendo una familiarità più ampia rispetto a rapporti occasionali; c) che esiste uno scambio in cui Epstein chiede consiglio su come gestire la copertura mediatica negativa relativa alle accuse nei suoi confronti, e una risposta di Chomsky che suggerisce di ignorare la tempesta mediatica – passaggio che ha alimentato il dibattito pubblico sul piano etico.

Parallelamente, The Guardian ha riportato una dichiarazione di Valeria Chomsky che parla di “seri errori di giudizio” nella gestione di quel rapporto.

In sintesi: nessuna nuova accusa, nessuna prova di coinvolgimento nei crimini. Ma un quadro più dettagliato di una relazione non episodica, che rende più difficile ridurre la vicenda a un contatto marginale.

Icona liberal e della cultura occidentale

Se l’Europa del secondo Novecento ha avuto in Umberto Eco il paradigma dell’intellettuale enciclopedico — capace di attraversare semiotica, narrativa, filosofia e giornalismo con la medesima autorevolezza — il mondo anglosassone ha avuto in Chomsky qualcosa di ancora più radicale.

Non un semplice accademico di fama. Ma il fondatore di una rivoluzione scientifica. Professore al Massachusetts Institute of Technology, teorico della grammatica generativa, figura centrale nello sviluppo della scienza cognitiva, Chomsky ha inciso sulla linguistica come pochi altri nel XX secolo. Il suo nome non è un riferimento bibliografico: è una cesura epistemologica.

Parallelamente, è stato la coscienza critica dell’America post-Vietnam. Con Edward S. Herman ha elaborato una teoria della propaganda che ha influenzato intere generazioni di studiosi; ha denunciato le asimmetrie del potere globale; ha costruito la propria autorevolezza sulla vigilanza morale verso l’abuso.

Il suo prestigio non era solo accademico. Era etico. Chomsky non rappresentava soltanto competenza. Rappresentava coscienza.

Ed è precisamente per questo che la sua frequentazione con Epstein non è una nota marginale. Quando un intellettuale qualsiasi commette un errore di giudizio, si parla di imprudenza personale. Quando lo fa un uomo che ha incarnato per decenni l’idea stessa di intransigenza morale, la questione cambia natura. Non si tratta più di biografia. Si tratta di coerenza.

Dalla coscienza morale alla responsabilità pubblica

È precisamente a questo punto che il caso smette di essere una semplice biografia controversa e diventa una questione teorica.

Per decenni Chomsky ha incarnato la figura dell’intellettuale che parla in nome di principi: denuncia dell’imperialismo, difesa delle minoranze, critica delle ipocrisie del potere. La sua autorevolezza non derivava soltanto dalla competenza scientifica, ma da una percezione di coerenza morale. Non era solo uno studioso. Era una coscienza pubblica.

Ma cosa accade quando una coscienza pubblica intrattiene rapporti personali con un uomo già condannato per abusi su minori? Non si tratta di stabilire una colpa giuridica. Si tratta di comprendere la frattura simbolica.

È qui che la distinzione di Max Weber tra etica della convinzione (Gesinnungsethik) ed etica della responsabilità (Verantwortungsethik) può diventare illuminante.

L’etica della convinzione agisce in nome della purezza del principio: ciò che conta è l’intenzione, la fedeltà a un’idea di giustizia. L’etica della responsabilità, invece, misura le conseguenze delle proprie azioni nello spazio pubblico.

Chomsky ha rappresentato per mezzo secolo l’etica della convinzione: la voce che richiama costantemente il potere ai suoi abusi. Ma la frequentazione di Epstein – anche ammesso che fosse motivata da scambi intellettuali o da consuetudini sociali – non può essere valutata solo sul piano dell’intenzione privata. Deve essere valutata sul piano delle conseguenze pubbliche.

Un intellettuale di tale statura non è un individuo qualunque. È un attore simbolico. Le sue relazioni non sono mai solo personali. Producono significato.

Ed è proprio qui che emerge la tensione weberiana: la purezza delle convinzioni non immunizza dalle responsabilità derivanti dalle proprie scelte relazionali. Anzi, quanto più alta è la pretesa morale, tanto più severo diventa il metro della responsabilità.

Fine di un monopolio morale

Il caso Chomsky non dimostra che la sinistra sia moralmente peggiore di altri. Dimostra qualcosa di più destabilizzante: che la pretesa di superiorità morale non regge alla prova del potere.

Per decenni l’élite progressista occidentale ha rivendicato non soltanto programmi politici, ma un primato etico. Non solo idee diverse, ma un diverso livello di coscienza. La legittimazione culturale si è spesso fondata su questo: noi stiamo dalla parte giusta della storia.

Eppure lo scandalo Epstein ha mostrato una rete di relazioni che attraversava università, fondazioni, ambienti intellettuali prevalentemente liberal. Non un complotto ideologico. Piuttosto una dinamica più prosaica: il potere economico esercita attrazione anche su chi ne denuncia gli abusi.

È qui che la lezione di Max Weber torna decisiva. L’etica della convinzione – la certezza di incarnare principi superiori – può trasformarsi in una forma sottile di autoassoluzione. Se si è convinti di rappresentare il bene, il rischio è ritenere secondarie le implicazioni simboliche delle proprie frequentazioni.

Il risultato non sarà magari uno scandalo giudiziario, ma certamente indica un logoramento dell’autorità morale. Quando un intellettuale qualsiasi cade in contraddizione, si parla di incoerenza personale. Quando lo fa una figura che ha incarnato per mezzo secolo l’intransigenza etica, la contraddizione diventa sistemica.

Il punto, allora, non è Chomsky in sé. È la fragilità di un’intera postura culturale che ha fatto della superiorità morale il proprio capitale politico. Il potere, come sempre, livella. E quando l’élite morale scopre di non essere immune dalla gravità del potere, il tonfo non è solo individuale. È simbolico.

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