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Regressione del dibattito pubblico: così difficile accettare che altri la pensino diversamente e siano in buona fede?

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Una ragione di più, per chi è liberale-pro mercato-occidentale, per spiegarsi e spiegare. Make the moral case…

Stiamo assistendo, nel nostro Occidente, a un’incredibile regressione del dibattito pubblico. Da un lato, istantaneità e superficialità: nessun approfondimento, tutto si risolve nella manciata di secondi necessari per mettere un “like” o un “vaffa”.

Dall’altro lato, però, in modo bizzarro, tutto diventa una guerra di religione. Vengono tracciate linee sul campo, e quasi nessuno sembra interessato ad ascoltare cosa dica chi sta dall’altra parte. Peggio ancora: si fatica perfino ad accettare l’idea che chi sta dall’altra parte possa essere in buona fede, e sostenere tesi legittime.

Questo procedere a colpi di accetta può avere perfino una spiegazione “psico-politica”: un gigantesco complesso d’inferiorità. Abbiamo paura di discutere perché non ci sentiamo pronti, non siamo “allenati” ad assumere una posizione, a difenderla con argomenti, a reagire in modo razionale agli argomenti contrari. E allora molto meglio rifiutare il confronto a prescindere, negare qualunque legittimazione all’interlocutore, chiudersi dento il rassicurante perimetro di quelli che – nel nostro giardinetto di “amicizie” su Facebook e Twitter – la pensano come noi e ci daranno il loro “like”.

Per questo, a me pare, se c’è qualcuno che (povero lui, poveri noi!) vuole, come un salmone controcorrente, continuare a discutere in termini “fact-based”, cioè su basi fattuali e non di superstizione, con argomenti e non con anatemi, con approssimazioni successive e non con dogmi, e se poi questo qualcuno (di nuovo: povero lui, poveri noi!) vuole tenere vivo anche nel merito un approccio liberale, pro mercato, occidentale, a maggior ragione deve sentire l’esigenza di spiegarsi e spiegare, non solo di affermare.

Occorre resuscitare un metodo per difendere alcuni contenuti. Mostrare che è ancora possibile argomentare, ragionare, provare a convincere. Risalendo ai princìpi, non avendo paura di “make the moral case for”, cioè di illustrare le ragioni di fondo (culturali, morali) per cui si assume una certa posizione. Ricollegando la scelta dell’oggi, del presente, a una bussola ideale di fondo.

In tempi in cui tutto appare casuale, frettoloso, istantaneo, direi alla Snapchat (come quel social dove un’immagine compare e poi scompare dopo pochi secondi), ridare il senso che esistano cose più “lunghe” e più profonde è l’unico modo per andare davvero controcorrente rendendosi forse utili agli altri. E a se stessi.