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Conte vs Draghi, perché sulle spese militari torna il populismo

Conte vs Draghi, perché sulle spese militari torna il populismo
Conte vs Draghi, perché sulle spese militari torna il populismo

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“Cosa ci farai con le mie tasse?” Ogni elettore in una società democratica prima di entrare nella cabina elettorale dovrebbe guardare i bei faccioni dei candidati di turno che sorridenti dai manifesti elettorali affissi ai muri delle città chiedono il voto e porgli idealmente – e porsi  concretamente – questa domanda. “Con i miei soldi cosa ci vuoi fare?”

Il legame fra tasse e rappresentanza politica è alla base della struttura sociale delle società democratiche occidentali. “No taxation without representation”. Nessuna tassazione senza rappresentanza fu il grido di rivolta dei coloni in America contro la corona inglese che diede il via alla rivoluzione americana.

La politica di bilancio è l’essenza stessa del patto della convivenza civile. Con il voto deleghiamo i nostri rappresentanti, dunque il potere politico, all’esercizio della forza coercitiva, all’esercizio delle relazioni internazionali, ma soprattutto diamo la delega alla definizione delle priorità economiche della nazione. Quando votiamo in fondo decidiamo a cosa saranno destinati gerarchicamente i soldi delle nostre tasse. 

Negli ultimi due anni la priorità è stata l’emergenza sanitaria. Abbiamo speso soldi che non avevamo per salvare vite umane. Investito in sanità dopo decenni di tagli. Abbiamo chiesto all’Europa prestiti e finanziamenti a fondo perduto per ripartire. La gestione dell’emergenza nella prima fase della pandemia è stata però inadeguata e ha prodotto una crisi politica sciolta solo grazie alla nascita di un governo di unità nazionale, sotto l’egida del presidente Mattarella.

Il 31 marzo, dopo due anni, è terminato ufficialmente lo stato di emergenza sanitaria dovuto alla pandemia. Il 24 febbraio il mondo è però entrato dentro un’altra vicenda dalla portata globale, con conseguenze, se possibile, ancora più gravi e di portata più duratura: una guerra in Europa. Questo evento avrà ricadute sugli equilibri geopolitici e sulla tenuta delle filiere produttive, agro-alimentari ed energetiche.

La guerra metterà, e già mette, a rischio i nostri standard di benessere. Ci interroga se scegliere priorità etiche: salvare i principi democratici, le vite e le prerogative degli ucraini o quelle economiche: proteggere i rapporti commerciali con chi bombarda i civili, ma allo stesso tempo ci fornisce il gas e il petrolio essenziali alla nostra vita domestica e industriale. La guerra produce dunque una tensione decisiva sulla nostra visione del mondo. Su chi siamo, a cosa crediamo, come vogliamo che la nostra società venga organizzata e secondo quali priorità e principi.

La guerra è la crisi per eccellenza. Le crisi sono i momenti di più ampia e articolata complessità nella vita delle società e dei loro singoli componenti. Esse sono le fasi nelle quali l’analisi della complessità richiede ai nostri rappresentanti politici la capacità di scegliere le soluzioni più adeguate, più ponderate, più lungimiranti. Mai come in una fase di economia di guerra o in procinto di diventare tale le priorità ideologiche e politiche si rimescolano e si definiscono in modo nuovo i campi di appartenenza delle forze politiche e le relative alleanze. 

Dobbiamo ammettere che la stagione dell’unità nazionale è ormai chiusa. Lo scopo del governo Draghi si è concluso. Che egli sia alla guida del governo in questa ulteriore fase di emergenza è certamente una fortuna. Eppure la discrepanza della qualità del presidente del consiglio scelto da Mattarella e della sua visione politica, con la qualità della maggioranza relativa di un parlamento eletto in una stagione politica, storica e geopolitica ormai aliena dal presente, sta per diventare un problema per la tenuta del governo. 

Il dramma del populismo è che evita la complessità. La rifugge. Non ha gli strumenti di analisi necessari a comprendere la realtà e produrre soluzioni all’altezza degli interrogativi che essa pone. Il populismo prende la prima scorciatoia utile. Risolve la complessità con lo slogan comprensibile all’ultimo elettore, lasciando irrisolti i problemi, ma conquistando il consenso necessario per incidere sulle scelte. 

La messa in scena mediatica sulle spese militari al 2% del PIL interpretata durante questa settimana da Giuseppe Conte è un forte campanello d’allarme: nonostante la guerra in pieno svolgimento all’orizzonte il voto anticipato diviene uno scenario ancora altamente improbabile, ma non impossibile. In questo contesto sarebbe necessaria un’opera di igiene politica.

I partiti democratici dovrebbero lavorare per produrre solo alleanze politiche che sui temi drammatici che la guerra ci pone siano il più possibile coerenti e credibili. Atlantismo, europeismo, difesa dei principi democratici occidentali. Chi non crede a questi valori e recupera il linguaggio del populismo non dovrebbe poter scegliere come spendere le nostre tasse in piena emergenza energetica, alimentare, bellica.

La crisi che la guerra produrrà avrà bisogno di risposte eccezionali.

E quando in autunno o nell’inverno del 2023 andremo a votare e chiederemo ai candidati alle elezioni politiche “Cosa ci farai con le mie tasse?” sarebbe utile prendere in considerazione quelli che risponderanno: “Difenderò la democrazia”.

 

Antonello Barone, 2 aprile 2022