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L’Europa dell’economia e della libertà muore a Kiev

L’Europa dell’economia e della libertà muore a Kiev
L’Europa dell’economia e della libertà muore a Kiev

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Il profilo Twitter dell’Eliseo ha postato ieri pomeriggio una foto disvelatrice. Una bandiera dell’Ucraina in primo piano e dietro, sullo sfondo, le bandiere serrate, una vicina all’altra, dei 27 stati dell’Unione Europea. Come spesso accade quando si cerca di mascherare la realtà attraverso la retorica comunicativa ammantata dal pathos della solidarietà di facciata, il messaggio disvela la verità delle cose oltre la patina dell’artificio.

La bandiera dell’Ucraina è sola. Isolata. Come il paese che rappresenta. Pur stando al centro della scena fotografica, e della storia, non ha il sostegno reale dell’Europa. Le 27 bandiere, come gli stati che esse rappresentano, sono inermi sullo sfondo. Strette in una posa di indecisione, di inerzia e immobile terrore. Impaurite che il vento furioso della guerra le possa scompigliare, lacerare, scaraventare a terra.

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L’Europa degli stati democratici è al bivio della propria storia. C’è chi la interroga sul proprio futuro. Sulla capacità di fare fronte alle sfide enormi che l’arroganza e il dispotismo le impongono bussando ai propri confini orientali. Sono domande brusche. Esse hanno la rumorosa veemenza delle bombe russe che squarciano la notte spettrale e solitaria di Kiev. E hanno l’ironica irriverenza della disperazione del presidente ucraino che si chiede dove siano ora, nel momento del bisogno, quei promessi sposi che si sarebbero dovuti unire nei prossimi mesi sotto l’ombrello protettivo del patto atlantico.

Violenza dispotica e ipocrisia democratica si scaraventano sul corpo lacerato di uno stato che aveva creduto alle sirene dell’occidente. Che aveva creduto possibile, attraverso il processo di autodeterminazione iniziato al dissolvimento dell’URSS, di poter costruire una società aperta e libera. Le generazioni ucraine nate dopo il 1991 hanno riposto una fiducia salda in quella prospettiva. Oggi vedono il dissolversi di una illusione. Vedono quella fiducia tradita. 

L’occidente si ritira. Come una marea. E quello che lascia sulla battigia della storia è il tronco rotto dell’albero della libertà. La democrazia liberale non è più una dottrina di conquista. La sua forza è stata quella, dopo la seconda guerra mondiale, di scaldare i cuori di molti popoli che hanno desiderato vivere in società libere, aperte, capaci di promuovere i diritti. Quell’inerzia si è invertita.

La democrazia non si esporta con le armi e la guerra, come ha dimostrato l’esperienza di Bush. Così la dottrina Obama ha prodotto un cambio di prospettiva e di ruolo degli USA nel Mondo. In quella fessura della storia i nemici dei sistemi liberali, Putin per primo, si sono insinuati. Libia, Siria, Georgia, Crimea. Oggi l’Ucraina. Ma se esportare la democrazia dopo l’11 settembre è risultato un fallimento, cosa potrà portare la scelta di non difendere dalle aggressioni quegli stati che la democrazia liberale hanno scelto autonomamente?

Dove siamo disposti che gli autocrati piantino le fondamenta di una nuova cortina di ferro?

A scapito di quanti morti resteremo inermi a guardare la prepotenza strategica di una leader che dimostra che l’occidente è incapace di reagire alla violenza gratuita e non provocata? 

L’occidente pacificato e prospero, capace di reagire solo sul piano sanzionatorio economico e finanziario, mostra la senilità di un organismo privo di vigore e di aspirazioni future. Ripudiamo la guerra, ci fa orrore. Ma spesso ripudiarla significa subirla. E subendola si è sempre costretti a rinunciare a qualcosa.

Oggi possiamo accettare che popoli a noi vicini si vedano obbligati a rinunciare alla libertà, all’autodeterminazione, alla democrazia. Eppure con l’inerzia di oggi stiamo facilitando l’evenienza che quella sfida presto o tardi sia posta anche alle nostre società o a quelli di nazioni alleate. In quel caso cosa saremmo disposti a fare, a sacrificare? Qual è il valore gerarchicamente preminente: il benessere economico o la libertà? 

Quando questa estate Biden decise di ritirare le truppe americane dall’Afghanistan scrissi:

“Dismessa la retorica dell’ipocrisia, quella che permise di dire a J.F. Kennedy «Ich bin ein Berliner» o a George W. Bush «Il ritorno della dittatura nei paesi liberati sarebbe una vittoria senza precedenti per il terrorismo» od a Barack Obama «La libertà è qualcosa che dobbiamo alimentare e diffondere nel mondo», la narrazione occidentale quale forza d’ispirazione potrà proseguire a offrire ai popoli oppressi? In Bielorussia come ad Hong Kong i movimenti democratici ora conoscono la reale differenza fra verità e propaganda occidentale. Retorica e interesse. A Istanbul, Mosca, Pechino, Budapest i nemici delle democrazie liberali sospirano di sollievo. L’empatia non ha più seguaci al potere neanche in occidente. Se per blandire le opinioni pubbliche interne stanche dalle crisi economiche le democrazie liberali sono disposte a scendere a patti persino con i talebani, certamente lasceranno tranquilli di disporre come preferisco dei loro popoli, anche gli autocrati, i dittatori e i plutocrati ben asserragliati dietro le loro cortine di ferro e i principi di autodeterminazione e non interferenza.”

Ecco la profezia era incompleta. Non solo gli autocrati si sentono liberi di fare quel che vogliono a casa propria, ma ora si sentono in diritto di farlo in casa d’altri.

Per questo motivo l’Europa dovrebbe emanciparsi e trovare il coraggio di disporre tutte le 27 bandiere che rappresentano i propri stati a cerchio attorno alla bandiera dell’Ucraina. Kiev è Europa. Kiev è un monito per il nostro futuro.  

Di Antonello Barone, 26 febbraio 2022