Economia

L'ANALISI

Festa della Mamma, paradosso di uno Stato che spende solo per gli anziani

Con la ricorrenza torna anche torna il tema natalità: l’Italia spende 500 miliardi per pensioni e sanità e appena 23 per le famiglie

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Nel giorno della Festa della Mamma si moltiplicano celebrazioni, retorica e campagne pubbliche sulla centralità della famiglia. Poi però arrivano i numeri, e i numeri raccontano una realtà molto diversa. L’Italia continua infatti a precipitare nella crisi demografica: nel 2025 sono nati appena 355mila bambini, con un ulteriore calo del 3,9% rispetto all’anno precedente. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, mentre l’età media al parto ha raggiunto i 32,7 anni.

Il dato più significativo riguarda però il cambiamento culturale. Solo il 21,2% degli italiani tra i 18 e i 49 anni dichiara di voler avere un figlio nei prossimi tre anni, mentre oltre 10,5 milioni di persone affermano di non voler avere figli né oggi né in futuro. È il segnale di una società che non considera più la genitorialità un progetto naturale di vita, ma un rischio economico e professionale.

Anche la struttura sociale italiana sta cambiando rapidamente. I nuclei unipersonali rappresentano ormai il 37,1% delle convivenze, superando le coppie con figli ferme al 28,4%. Non è soltanto una questione culturale: è soprattutto il riflesso di un sistema fiscale e sociale che rende sempre più difficile costruire una famiglia senza sacrificare reddito, carriera e libertà personale.

La maternità continua a essere una penalizzazione economica

Dietro il crollo della natalità c’è un elemento che il dibattito pubblico continua spesso a ignorare: la maternità in Italia viene ancora vissuta come una penalizzazione lavorativa. I dati sono molto chiari. Tra le donne tra i 25 e i 54 anni, il tasso di occupazione delle madri con figli piccoli è del 58,2%, contro il 66,1% delle donne senza figli in età prescolare. Quasi otto punti di differenza che descrivono perfettamente la cosiddetta motherhood penalty.

La percezione sociale conferma il problema. Oltre il 65% delle giovani tra i 18 e i 24 anni ritiene che avere un figlio peggiori le opportunità lavorative. Sul fronte maschile, invece, il 59% degli uomini non prevede alcun impatto negativo della paternità sulla propria carriera. È la dimostrazione di un sistema ancora fortemente squilibrato, dove il costo professionale della genitorialità ricade quasi interamente sulle donne.

La conseguenza è evidente: molte giovani osservano madri esauste, schiacciate tra lavoro, figli, cura degli anziani e precarietà economica, e decidono semplicemente di non entrare nello stesso meccanismo. È il vero fallimento del modello italiano: non mancano soltanto i soldi, manca soprattutto la fiducia nel fatto che avere figli sia compatibile con una vita libera e dignitosa.

Lo Stato spende 23 miliardi per le famiglie e 500 per pensioni e sanità

Il punto centrale emerge osservando la distribuzione reale della spesa pubblica. Lo Stato italiano destina circa 22-23 miliardi di euro annui al sostegno diretto della genitorialità. La voce principale è l’Assegno Unico, che vale oltre 20 miliardi, a cui si aggiungono bonus nido, detrazioni fiscali, incentivi per le madri lavoratrici e fondi per i mutui agevolati.

Numeri apparentemente enormi, che però diventano marginali se confrontati con le altre priorità del bilancio pubblico. Nel 2026 la spesa previdenziale arriverà infatti a circa 340-350 miliardi di euro, mentre il Fondo sanitario nazionale toccherà i 148,5 miliardi. In totale, pensioni e sanità assorbiranno circa 500 miliardi di euro, quasi la metà dell’intera spesa pubblica italiana.

Il rapporto è impressionante: per ogni euro investito direttamente su natalità e famiglie, lo Stato ne spende circa 22 per pensioni e sanità. È una scelta politica prima ancora che economica. Da un lato ci sono spese considerate diritti acquisiti e dunque intoccabili; dall’altro investimenti sul futuro che vengono trattati come bonus temporanei o misure assistenziali.

Il fallimento dei bonus e il problema dei servizi

Negli ultimi anni lo Stato ha moltiplicato bonus, assegni e detrazioni. Il problema è che gran parte di queste risorse finisce sul lato del consumo e non su quello dell’infrastruttura sociale. Dare 200 euro al mese può aiutare una famiglia a pagare pannolini o bollette, ma non crea un posto all’asilo nido e non restituisce tempo a una madre che deve rinunciare al lavoro.

Qui emerge il grande paradosso italiano. Lo Stato finanzia la costruzione degli asili attraverso il Pnrr, ma spesso non trova le risorse per gestirli nel tempo. Mancano educatori, personale e coperture per la spesa corrente. Il rischio concreto è ritrovarsi con strutture nuove ma inutilizzabili.

Nel frattempo, molte famiglie fanno un calcolo semplicissimo: se uno stipendio da 1.200 euro viene quasi interamente assorbito da nido, trasporti e baby-sitter, lavorare diventa economicamente poco conveniente. È così che migliaia di donne escono dal mercato del lavoro, facendo crollare ulteriormente il tasso di occupazione femminile italiano, già tra i più bassi d’Europa.

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Meno tasse anziché assistenzialismo

Il vero nodo è fiscale. In Italia mantenere un figlio significa sostenere spese enormi utilizzando redditi già pesantemente tassati. Una famiglia che paga 1.000 euro al mese di baby-sitter deve in realtà guadagnarne molti di più, perché su quei soldi lo Stato ha già prelevato una quota enorme tra Irpef e contributi.

Per questo una riforma seria dovrebbe partire da una drastica riduzione della pressione fiscale sulle famiglie produttive. Il primo passo potrebbe essere un forte taglio del cuneo fiscale per le madri lavoratrici e per il secondo percettore di reddito familiare. Lasciare più soldi in busta paga significa aumentare immediatamente la convenienza economica del lavoro femminile.

Un’altra strada è la deducibilità totale delle spese legate ai figli: asili, baby-sitter, sport, libri, attività formative. Oggi quasi tutto viene pagato con redditi già tassati; permettere una deduzione integrale trasformerebbe la genitorialità da costo penalizzato fiscalmente a investimento riconosciuto dal sistema tributario.

Il dibattito sul quoziente familiare

Ritorna, così, inevitabilmente il tema del quoziente familiare. È una misura discussa da anni e spesso criticata da parte del mondo liberale perché introduce un vantaggio fiscale legato alla composizione del nucleo familiare. L’obiezione teorica è nota: chi non ha figli finirebbe indirettamente per sostenere chi li ha.

Eppure esiste anche un’altra lettura. Una società che non genera più figli semplicemente non ha futuro economico, previdenziale e produttivo. In questo senso il quoziente familiare può essere interpretato non come assistenzialismo, ma come riconoscimento del valore sociale della genitorialità. Del resto, senza nuove generazioni, nessun sistema pensionistico può reggere nel lungo periodo.

Una versione sostenibile della misura potrebbe costare tra i 10 e i 15 miliardi di euro annui. Una cifra importante, ma relativamente contenuta se confrontata con i circa 160 miliardi che ogni anno lo Stato trasferisce all’Inps per sostenere un sistema previdenziale sempre più squilibrato.

La Festa della Mamma e la scelta che l’Italia continua a rinviare

La Festa della Mamma rischia ogni anno di ridursi a celebrazione simbolica, mentre la realtà economica continua a scoraggiare chi vorrebbe costruire una famiglia. Il problema non si risolve con nuovi bonus spot o con slogan sulla natalità. Serve una scelta politica chiara: ridurre il peso fiscale su lavoro e famiglie, investire nei servizi e smettere di considerare la genitorialità un costo privato da compensare con piccoli sussidi.

Se le giovani generazioni continueranno a vedere la maternità come una rinuncia alla libertà economica e professionale, nessuna campagna pubblicitaria riuscirà a invertire il declino demografico italiano. E allora la domanda vera della Festa della Mamma diventa inevitabile: uno Stato che spende quasi tutto per gestire il presente può ancora permettersi di non investire sul proprio futuro?

Enrico Foscarini, 10 maggio 2026

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