Economia

L'ANALISI

L’intelligenza artificiale “licenzia” i lavoratori

L’IA accelera la trasformazione del lavoro. Ecco perché il sistema deve cambiare

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Come accadde all’inizio del 2020 con la pandemia, anche oggi siamo davanti a un passaggio storico destinato a ridisegnare economia e società. Il post dell’imprenditore americano Matt Shumer, che ha superato 80 milioni di visualizzazioni in meno di due giorni su X, non ha rivelato nulla di realmente nuovo: ha semplicemente reso evidente ciò che molti preferivano ignorare. Il conto alla rovescia sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro è già iniziato.

Secondo Mustafa Suleyman, oggi alla guida delle attività AI di Microsoft, entro un massimo di 18 mesi si potrebbe arrivare a un’automazione quasi completa delle mansioni impiegatizie. Significa che professioni come avvocati, contabili o project manager non scompariranno necessariamente, ma verranno inserite in sistemi produttivi profondamente diversi, dove esseri umani e modelli linguistici lavoreranno fianco a fianco in catene operative sempre più automatizzate.

Non è solo tecnologia

Uno dei punti chiave, spesso sottovalutati, è che la trasformazione non riguarda tanto gli strumenti quanto i processi. Fabio Moioli, advisor di Spencer Stuart, ha spiegato in un’intervista a Il Sole 24 Ore che “la tecnologia è la parte facile; il vero ostacolo è il cambiamento dei processi e delle strutture dei team, che pesa per il 70% del successo”. L’errore più diffuso consiste nel considerare l’AI generativa una soluzione universale, mentre il vantaggio competitivo nasce dall’integrazione di tecniche diverse e dalla capacità di ridisegnare l’organizzazione aziendale.

In uno scenario ad alta automazione, il lavoro umano tenderà a concentrarsi sui colli di bottiglia che le macchine non riescono ancora a scalare: coordinamento, relazioni, supervisione e interazione con il mondo fisico. Non a caso, secondo Moioli, “il capitale relazionale, i contatti, l’agenda di un professionista come di un’azienda sono il vero vantaggio che abbiamo rispetto alle macchine”. Il valore non sta nel fare più velocemente le stesse cose, ma nel fare cose nuove.

Licenziamenti e AI: la prima risposta dei tribunali

Nel frattempo, la trasformazione sta già producendo effetti concreti sul mercato del lavoro. Negli Stati Uniti i grandi gruppi tecnologici annunciano tagli massicci, con Amazon tra le aziende più attive sul fronte delle riduzioni di personale. Per la prima volta, a essere colpiti non sono solo ruoli ripetitivi, ma anche professioni qualificate.

In Italia una recente decisione del Tribunale di Roma ha chiarito un punto destinato a fare giurisprudenza: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per riorganizzare l’attività aziendale non rende illegittimo un licenziamento, purché siano rispettate le condizioni previste dalla legge. Il caso riguardava una graphic designer il cui ruolo era stato eliminato e redistribuito tra altri dipendenti che utilizzavano anche strumenti di AI. Il giudice ha considerato la scelta parte della libertà organizzativa dell’impresa, riconoscendo implicitamente l’intelligenza artificiale come fattore legittimo di efficientamento.

Un diritto del lavoro fermo al Novecento

Secondo l’avvocata giuslavorista Claudia Ogriseg, vicepresidente dell’Associazione Giuslavoristi Italiani e membro della European Employment Lawyers Association, siamo solo all’inizio di uno shock sistemico. “L’AI generativa è uno tsunami da cui stiamo cercando di proteggerci con una diga costruita da castori e nemmeno finita”, osserva, sottolineando come non esistano motivi giuridici per trattare l’intelligenza artificiale diversamente da altre innovazioni tecnologiche del passato.

Il vero problema è che il diritto del lavoro continua a basarsi su modelli organizzativi novecenteschi, fondati sull’equazione tempo-lavoro-retribuzione. Questo schema era già stato messo in discussione dal lavoro da remoto durante la pandemia, ma senza una reale evoluzione normativa: si è spostato il luogo della prestazione senza cambiare i criteri di valutazione. L’AI ora rompe definitivamente l’equilibrio, perché consente di svolgere in pochi minuti attività che prima richiedevano ore o giorni.

Formazione, produttività e responsabilità

Un nodo centrale è quello della formazione, spesso evocata ma raramente applicata con efficacia. Ogriseg sottolinea che l’obbligo formativo previsto dalle nuove normative europee rischia di rimanere debole senza sanzioni concrete. Le imprese sottovalutano il valore strategico della competenza sull’intelligenza artificiale sia per proteggere il know-how sia per evitare errori operativi. “Il rischio è licenziare dipendenti considerati superflui per poi dover fare marcia indietro perché il sistema ha bisogno di supervisione umana”.

Nel frattempo cresce il fenomeno dell’uso informale degli strumenti AI da parte dei lavoratori, spesso senza autorizzazione aziendale, con potenziali problemi di sicurezza dei dati e affidabilità dei risultati. L’intelligenza artificiale, oltre a migliorare l’efficienza, ha messo in evidenza un problema di produttività che esisteva già ma rimaneva nascosto da modelli organizzativi rigidi.

Sindacati e rappresentanza: il ritardo accumulato

La trasformazione investe anche il mondo della rappresentanza del lavoro. Secondo Ogriseg, “i rappresentanti dei lavoratori dovrebbero formarsi molto velocemente, perché sono rimasti indietro, a prima del digitale”. Il cambiamento tecnologico non si limita a sostituire mansioni: ridefinisce il concetto stesso di lavoro, valore e competenza.

La sensazione diffusa è che la transizione sia ormai irreversibile. Più che difendere assetti del passato, la sfida consiste nel costruire istituzioni, regole e organizzazioni capaci di funzionare in un’economia dove produttività e innovazione crescono molto più rapidamente delle strutture sociali che dovrebbero governarle.

Enrico Foscarini, 22 febbraio 2026

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