Economia

IL CASO

Licenziamenti Pam, uguaglianza come alibi contro la meritocrazia

Il caso riaccende il dibattito: tutelare i lavoratori sì, ma senza trasformare ogni valutazione professionale in una battaglia ideologica che penalizza qualità e aziende

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La vicenda dei licenziamenti nei supermercati supermercati Pam di Siena e Livorno ha scatenato la reazione immediata di sindacati e forze politiche di sinistra. Avs porterà il caso in Parlamento e giovedì azienda e rappresentanze dei lavoratori si incontreranno a Roma.

Ma ancora una volta emerge un riflesso condizionato: ogni procedura di valutazione professionale viene letta come un sopruso, invocando uguaglianza e diritti senza considerare la necessità di verificare competenze, responsabilità e idoneità al ruolo.

Il test del finto cliente

Il protagonista del caso senese è Fabio Giomi, 62 anni, delegato sindacale. Ha fallito quello che viene definito test del carrello o test del finto cliente, una pratica diffusa nel settore della grande distribuzione per verificare l’attenzione alla sicurezza e alle procedure antifurto.

Gli ispettori si fingono clienti e nascondono prodotti nel carrello. Se il cassiere non rileva l’anomalia, scatta la contestazione disciplinare. Nel caso di Giomi si trattava di alcuni cosmetici.

Il licenziamento può certamente apparire una misura sproporzionata, ma lo scopo del test è chiaro: individuare chi è più adatto a un ruolo delicato, che comporta responsabilità per l’azienda.

La sinistra interviene ancora una volta

Di fronte alla vicenda, la reazione sindacale e politica è stata immediata e totale. Massimiliano Fabozzi (Filcams Cgil Siena) ha dichiarato che si tratta di “un atto vessatorio di controllo dei dipendenti, una provocazione”, sottolineando che “i cassieri non sono poliziotti”.

Argomentazione legittima, ma insufficiente: non si tratta di trasformare i cassieri in investigatori, bensì di garantire standard di qualità, riduzione delle perdite e professionalità. Ogni lavoro prevede verifiche e l’uguaglianza non può essere il pretesto per eliminare ogni forma di valutazione.

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I casi di Livorno

A Livorno i sindacati denunciano due casi analoghi. Secondo Sabina Bardi (UilTucs Toscana), il cassiere Tommaso sarebbe stato sottoposto a “una trappola studiata per indurlo a sbagliare e giustificarne così il licenziamento”. Un altro dipendente, Davide, avrebbe affrontato “un’escalation disciplinare costruita ad arte”.

Se le ricostruzioni saranno confermate, l’azienda dovrà certamente rispondere delle proprie scelte. Tuttavia, ciò non toglie che disincentivare ogni forma di verifica sul rendimento significa abbassare il livello di competenza e indebolire la tutela delle stesse aziende e dei lavoratori virtuosi che potrebbero vedere aumentata la loro retribuzione proprio in virtù della loro migliore performance.

La politica trasforma la vicenda in un caso nazionale

Avs definisce il metodo come “prove arbitrarie che trasformano i dipendenti in sospetti”. Un’affermazione che si inserisce nel consueto schema ideologico: ogni controllo viene automaticamente etichettato come abuso, e ogni valutazione diventa discriminazione.

Il rischio è evidente: se ogni test è considerato inaccettabile, la professionalità diventa un concetto vuoto.

Trovare un equilibrio è possibile

Il licenziamento immediato può essere una misura troppo drastica. Ma l’alternativa non può essere l’abolizione dei controlli o l’idea che ogni tentativo di valutazione sia una violazione dei diritti.

Senza strumenti per distinguere i dipendenti più attenti, responsabili e adatti al ruolo, si penalizza la qualità del servizio, la sicurezza e la meritocrazia. Giovedì azienda e sindacati si confronteranno: l’auspicio è che si trovi un equilibrio che tuteli i lavoratori, ma senza trasformare la verifica delle competenze in un tabù ideologico.

Enrico Foscarini, 18 novembre 2025


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