Economia

A GRANDE RICHIESTA

Il Pnrr, un rischio calcolato

Il Piano vale 225 miliardi, ma oltre 120 sono prestiti e il resto sarà ripagato con nuove tasse Ue. Analisi dei costi e dei benefici

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In questa puntata di “A grande richiesta” cerchiamo di rispondere al commento di un lettore all’ultimo articolo sul Pnrr. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, infatti, viene spesso presentato come una pioggia di risorse gratuite dall’Europa, ma i numeri raccontano una storia molto diversa. Il valore complessivo dell’operazione arriva a circa 225 miliardi di euro, di cui 194,4 miliardi direttamente riconducibili al Pnrr e 30,6 miliardi al Piano nazionale complementare, interamente finanziato con il debito pubblico. Già questo dato pone un primo problema: oltre il 13% dell’intera dotazione non ha nulla di europeo, ma grava subito sui conti pubblici italiani.

Anche all’interno del Pnrr vero e proprio, solo 71,8 miliardi sono formalmente sovvenzioni, mentre 122,6 miliardi sono prestiti che l’Italia dovrà restituire integralmente tra il 2028 e il 2058. In altri termini, quasi due terzi del Pnrr aumentano direttamente il debito pubblico, seppure a condizioni finanziarie più favorevoli rispetto ai Btp.

Quanto debito in più produce davvero il Pnrr

Un’analisi onesta impone però di distinguere. Secondo la Ragioneria dello Stato, circa 67 miliardi di prestiti Pnrr sostituiscono debito che lo Stato avrebbe comunque emesso, perché finanziano progetti già previsti. L’aumento netto di debito imputabile al Pnrr viene quindi stimato in circa 55-56 miliardi di euro sull’intero periodo.

Questo è uno dei pochi argomenti solidi a favore del piano: rifinanziare debito esistente a tassi più bassi grazie al rating “tripla A” dell’Unione europea riduce la spesa per interessi. Il ministero dell’Economia stima che, solo nel biennio 2025-2026, la minore emissione di titoli di Stato resa possibile dalla liquidità Pnrr possa generare risparmi sugli interessi fino a 13 miliardi di euro.

Ma questo beneficio è temporaneo e non elimina il problema centrale: il capitale andrà comunque restituito.

Le sovvenzioni non sono gratuite: il tema delle tasse europee

Anche i 71,8 miliardi di sovvenzioni non sono denaro senza costo. Quelle risorse derivano da debito comune europeo che dovrà essere rimborsato attraverso il bilancio dell’Unione. Per farlo, Bruxelles ha già introdotto o programmato nuove entrate come il contributo sulla plastica non riciclata, il rafforzamento del sistema ETS sulle emissioni di CO₂, il meccanismo di carbon border tax e una possibile web tax sulle multinazionali digitali.

Poiché l’Italia è un contributore netto al bilancio Ue, una quota significativa di queste entrate sarà pagata indirettamente da imprese e cittadini italiani. Se tali risorse non dovessero bastare, i Trattati consentono di aumentare i contributi nazionali fino all’1,46% del Reddito nazionale lordo, rispetto all’attuale 1,2 per cento. Tradotto: il Pnrr implica tasse differite nel tempo, non la loro abolizione.

Nelle puntate precedenti:

Spesa lenta, risultati incerti

Un altro dato chiave riguarda la spesa effettiva. A fine 2025 l’Italia ha incassato circa 153 miliardi di euro, pari a quasi il 78% delle risorse Pnrr, ma la spesa reale si ferma a circa il 48-49%. Questo significa che quasi 100 miliardi devono essere spesi negli ultimi 12-18 mesi, una concentrazione che riduce l’efficacia economica degli investimenti e aumenta il rischio di sprechi.

Le missioni più orientate a incentivi automatici alle imprese, come Transizione 4.0 e 5.0, mostrano avanzamenti più rapidi, mentre sanità, istruzione e inclusione sociale registrano livelli di spesa inferiori al 25 per cento. È il classico paradosso dello Stato italiano: incassa bene, spende male e tardi.

L’impatto sulla crescita: promesse ridimensionate

Nel 2021 il governo stimava che il Pnrr avrebbe aumentato il Pil di 3,6 punti percentuali cumulati entro il 2026. Le revisioni successive dell’Ufficio parlamentare di bilancio e della Banca d’Italia hanno ridotto sensibilmente queste aspettative. Oggi l’impatto annuo stimato oscilla tra 0,2 e 0,8 punti percentuali, con un effetto complessivo molto più contenuto rispetto alle previsioni iniziali.

Questo ridimensionamento è fondamentale per rispondere alla domanda di fondo: se la crescita generata non supera il costo del debito e delle future tasse, l’operazione diventa economicamente regressiva?

Perché sprecare soldi se poi servono tasse recessive?

Arriviamo quindi al nodo politico ed economico. Perché accettare una spesa di 225 miliardi, se una parte consistente verrà ripagata con nuove imposte europee e maggior debito nazionale? Rinunciare al Pnrr avrebbe significato finanziare comunque la ripresa post-pandemica con debito nazionale più costoso, esponendo l’Italia a maggiore instabilità finanziaria.

Il vero problema non è aver aderito al Pnrr, ma averlo costruito come un gigantesco piano di spesa pubblica, invece che come un’occasione per ridurre strutturalmente tasse, burocrazia e peso dello Stato sull’economia. Senza una crescita stabile superiore all’1,5-2% annuo, i 55 miliardi di debito netto aggiuntivo e le tasse europee rischiano di diventare un freno permanente.

Il Pnrr non è uno spreco, ma un rischio

Il Pnrr non è uno spreco automatico, ma è una scommessa costosa. I numeri dimostrano che non è gratuito, non elimina le tasse e non garantisce crescita. Riduce il costo del debito nel breve periodo, ma trasferisce l’onere fiscale nel lungo. Il problema non è tanto il Pnrr in sé, quanto l’assenza di una strategia parallela di riduzione della spesa corrente e della pressione fiscale.

Senza quella, il rischio è che tra dieci anni restino più debito, più tasse e un’economia non abbastanza cresciuta per sostenerle.

Enrico Foscarini, 14 gennaio 2025

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