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In attesa dell’onda perfetta? Non per gli investimenti

è importante non farsi spaventare dalla volatilità

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Ricordate il film Point Break del 1991? Il film racconta la storia di un giovane poliziotto, Johnny Utah (interpretato da Keanu Reeves) che giunge a Los Angeles per indagare su una banda di rapinatori che effettua i colpi indossando le maschere di 4 ex presidenti americani (Johnson, Nixon, Carter e Reagan).

Johnny, per indagare, si infiltra nel mondo del surf e diventa amico di Bodhi (Patrick Swayze) un esperto surfista, diventando a sua volta un surfer. Da una giovane ma esperta surfista, che poi diventa – ça va sans dire – la sua ragazza, Bodhi viene definito un “cercatore”, perché alla perenne ricerca dell’onda perfetta.

Non sto a raccontare tutto il film, peraltro avvincente, dico solo che alla fine di tutte le vicissitudini Johnny e Utah si ritrovano sulla spiaggia australiana di Bells Beach dove Bodhi vuole cavalcare l’onda che aspetta da anni, durante la “tempesta del cinquantennio” (non vi svelo il finale, guardate il film). 

E’ ovvio che parliamo di un film, vorrei però parlare di quell’atteggiamento – largamente diffuso – per cui non si investe perché si aspetta il momento giusto, l’onda perfetta.

Premesso che è esercizio praticamente impossibile cogliere il momento perfetto, bisogna anche precisare che il momento migliore per investire coincide – come nel film – con i mercati finanziari in tempesta; così come non si può avere l’onda gigante quando il mare è calmo è altrettanto impossibile trovare il momento di maggior convenienza sui mercati quando tutto va bene (le quotazioni non saranno ovviamente a sconto in quel momento).

E nei momenti di tempesta (finanziaria e metereologica) quanti sarebbero effettivamente disposti a prendere il mare affrontando onde di 15 metri?

 

The Price of Admission

In queste ultime due settimane, dopo mesi di continuo rialzo sia i mercati azionari che quelli obbligazionari hanno stornato: la ragione principale è da ricercarsi nella paura di una ripresa dell’inflazione, cosa di cui abbiamo parlato anche recentemente (v. newsletter n. 139).

L’inflazione fa male sia alle obbligazioni, perché tassi più alti sulle nuove emissioni fanno scendere i prezzi di quelle già sul mercato, sia alle azioni perché rendono meno redditizio operare per le aziende con un costo del denaro più alto e perché subiscono la concorrenza dei rendimenti delle obbligazioni (se il dividend yield delle azioni è più basso dell’interesse sui titoli di stato forse compro questi ultimi).

 

Al solito la memoria degli investitori è orientata al breve termine (così come spesso lo è relativamente all’orizzonte temporale degli investimenti); ebbene, ci si dimentica che i mercati salgono, spesso, ma – ogni tanto – scendono.

E se questo è oramai chiaro per le azioni lo è molto meno quando parliamo di obbligazioni;  i bond tendono a essere sinonimo di sicurezza: aspetti le cedole e dormi sogni tranquilli.

Quando invece, come in questo scorcio di inizio 2021, succede che i tassi iniziano rapidamente a salire – infiammati anche da un repentino rialzo del prezzo delle materie prime – i mercati prendono la strada che meno piace, quella del ribasso.

E ancora una volta ci viene in soccorso il vecchio saggio, Warren Buffett; proprio un anno fa, alla precisa domanda:

“I mercati di tutto il mondo stanno reagendo con pesanti ribassi alla situazione… Pensa che il virus rallenterà la crescita economica globale?”

La risposta fu: Gli investitori a lungo termine non dovrebbero guardare le notizie del giorno. Io oggi sono certamente più propenso ad acquistare azioni rispetto a venerdì scorso. Questo ribasso non mi preoccupa, anzi è una buona notizia. Compriamo costantemente azioni per il lungo periodo e torniamo sempre sulle azioni quando il prezzo è sceso. È come comprare cibo, tutti continuiamo a farlo nel corso della nostra vita, senza aspettare che il prezzo si azzeri. Le persone dovrebbero imparare ad approfittare di queste correzioni, non a temerle”.

Nella lettera si sbilancia addirittura con una previsione(cosa non consueta): “Se qualcosa di simile ai tassi di interesse attuali dovesse prevalere nei prossimi anni e se le aliquote fiscali rimarranno le stesse di oggi, è quasi certo che le azioni nel lungo periodo avranno una performance di gran lunga migliore rispetto alle obbligazioni. Questa rosea previsione è accompagnata da un avvertimento: qualsiasi cosa può succedere ai prezzi delle azioni domani. Occasionalmente ci saranno grandi cali nel mercato, forse del 50% o anche di più.

Ma la combinazione del vantaggio americano (American Tailwind lo definisce), di cui ho scritto lo scorso anno, e la magia dell’interesse composto (la capitalizzazione) farà delle azioni la scelta decisamente migliore per il lungo termine per l’individuo che può controllare le sue emozioni. Per gli altri? Attenzione!.

E’ passato un anno e, nella sua ultima lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway, Warren Buffett dice che i bond non sono il miglior posto in cui stare in questi giorni e che la storica supremazia delle azioni non è assolutamente in discussione, ovviamente se si è in grado di sopportare la relativa volatilità. 

 

E, proprio come un anno fa, dobbiamo imparare a porci le domande giuste

Quali obiettivi volevo raggiungere quando ho investito i miei risparmi?

Tali obiettivi, insieme all’orizzonte temporale e al profilo di rischio, sono cambiati in modo significativo in questi giorni, sì da giustificare un cambio di strategia?

La mia vita sarà influenzata in modo sostanziale se i mercati continueranno a scendere?

Ero consapevole, quando ho investito, che le azioni possono scendere?

Che lo hanno fatto in passato e lo rifaranno anche in futuro?

Ho forse sopravvalutato il mio “appetito per il rischio”?

Ho necessità di svincolare i miei soldi nei prossimi  6/12 mesi?

Il mio portafoglio è abbastanza diversificato per resistere a marcate oscillazioni del mercato?

Come mi sono comportato nelle precedenti occasioni in cui i mercati sono scesi?

Quanta volatilità (oscillazioni) sono disposto a sopportare per ottenere rendimenti più elevati?

Penso che il mondo, e con questo aziende come Google, Apple, Novartis, Philip Morris, Deutsche Telekom, Facebook, Eni, Exxon, Unilever, Lufthansa, Banca Intesa, Nestlé, Amazon, Fiat, Ferrari, Starbucks, Terna ecc. ecc. falliranno?

Se vendessi ora e il mercato tornasse a riprendersi quale sarebbe la mia reazione?

 

Quindi avanti con fiducia, non lasciamoci spaventare dall’andamento di questi giorni, come dice Charlie Bilello: “è una pillola amara da ingoiare ma, sopportare la volatilità, è il prezzo da pagare per gli investitori di lungo termine, senza il quale non ci sarebbe alcuna ricompensa, rispetto a forme di investimento prive di rischio ma anche di rendimento come la liquidità”

Diversamente ci sono sempre i tranquilli buoni postali:

“Rendimento annuo lordo a scadenza, 0,30%”

 

Massimiliano Maccari

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stefano
stefano
7 Marzo 2021 15:51

In Italia investono col mutuo quindi anche A rate sugli IMMMMOBBBBBILI.

Così la perdita è certa,il rendimento è zero ,i costi sono al massimo ,ma……soprattutto….se per qualche motivo qualunque esso si decida o peggio si deve vendere……a.u.g.u.r.i…………

stefano
stefano
7 Marzo 2021 15:47

Investimenti parlando,se dovesse ripetersi il 2020 faccio 10 non una 10 feste)))

Un anno fa a breve acquistavo delle obbligazioni di diversi emittenti tra i quali PEMEX a 60 ca ….adesso sono solo dopo 12 mesi a circa 90 …oltre succose e gustose cedole puntualmente incassate…una delle tante………

alessandro
alessandro
7 Marzo 2021 15:29

WEIMAR E’ ALLE PORTE: Gli ambienti economici internazionali, più attenti alle possibili tendenze future che ai dati di giornata, incominciano a porsi delle domande rispetto al pericolo di una ripresa dell’inflazione, che possa andare ben oltre al 2%, il cosiddetto target ottimale d’inflazione delle banche centrali. La preoccupazione maggiore riguarda gli Stati Uniti, ma anche in Europa, in particolare in Germania e in Francia, le voci turbate non sono poche. Lungi da noi l’idea di introdurre un altro elemento di tensione e di paura in una situazione internazionale e nazionale già sovraccarica di problemi. Nel 2020 i deficit aggregati dei governi sono stati pari all’11% del Pil globale, maggiore di tre volte alla media degli ultimi 10 anni. L’anno scorso, anche i bilanci delle banche centrali sono cresciuti del 13% in rapporto al Pil globale. In altre parole, i deficit di governo sono stati finanziati attraverso la creazione di nuova liquidità. Ciò può funzionare soltanto se vi sono abbastanza risparmiatori e investitori disposti a comprare e tenersi obbligazioni a interesse quasi zero e a volte persino negativo. Se, per qualsiasi motivo, essi dovessero spostarsi verso altri tipi di investimento, allora le monete di questi Paesi si indebolirebbero generando anche un aumento dei prezzi al consumo. In Europa cresce una certa preoccupazione, espressa soprattutto da economisti tedeschi che hanno sempre il… Leggi il resto »