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Il flop delle sanzioni: l’economia russa non crolla

Lo ammette anche il Washington Post: l’economia di Vladimir Putin non sta crollando

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Ebbene sì, adesso è anche il Washington Post a riportarlo: l’economia di Mosca, nonostante le numerose sanzioni occidentali, non è crollata. E la dimostrazione arriverebbe dalle ultime dichiarazioni del suo leader, Vladimir Putin, che ha snocciolato dati economici sicuramente negativi, ma non proprio catastrofici.

In risposta indiretta al summit delle élite al Word Economic Forum di Davos, il presidente russo ha specificato come il pil della Federazione sia sceso “solo” del 2,1 per cento. “Solo”, proprio a fronte delle stime occidentali, secondo cui con l’introduzione delle sanzioni si sarebbe potuto toccare il record negativo del -10 per cento. “La realtà è assai migliore delle previsioni di molti esperti”, ha affermato Putin, che ha ribadito il nocciolo della questione: “Alcuni dei nostri esperti, per non parlare di quegli stranieri, prevedevano un declino del 10 o del 15 per cento, o perfino del 20 per cento”.

Anche relativamente al commercio estero, il Cremlino sembra essere riuscito ad attutire il colpo in modo efficace, grazie ad almeno due aspetti fondamentali. Da una parte, l’apertura della Cina è stata decisiva per sopperire le mancanze derivanti dal blocco applicato dal continente europeo, aprendo nei fatti a Mosca il proprio mercato da un miliardo e mezzo di consumatori. Dall’altro, l’incremento dei prezzi dell’energia ha giocato a favore di Putin. Questo perché la Russia ha sì venduto meno gas a livello mondiale, ma a prezzi decisamente più alti rispetto al periodo precedente alla guerra in Ucraina.

Per approfondire:

Ed il Washington Post, come riportato in modo efficace anche da Federico Rampini, sulle colonne del Corriere della Sera, ne dà una dimostrazione, riportando le parole di “un docente russo in una facoltà irlandese a Belfast, Alexander Titov, che in un recente viaggio nel proprio Paese ha constatato la scarsa incidenza delle sanzioni occidentali sulla disponibilità dei beni di consumo”. E ancora, il fatto che “l’economia russa, per quanto impoverita, non dà segni di penurie drammatiche o di caos, come accadde durante la crisi degli anni Novanta”.

Nonostante tutto, gli esperti hanno già messo le mani in avanti: i calcoli dei danni all’economia del Cremlino dovranno essere valutati nel lungo periodo. Questo perché gli effetti delle sanzioni in campo energetico cominceranno a partire dall’anno appena iniziato, così come per la crisi del gas in Europa. In una recente dichiarazione è stato anche l’ex ceo di Eni e Enel, Paolo Scaroni, a parlare addirittura di “economia di guerra” e di difficoltà, almeno per il nostro Paese, nell’accaparrare forniture, che si manifesteranno soprattutto a partire dal prossimo inverno.

Al di là di tutto, però, il dato principale è che l’economia di Putin risulta aver resistito al principale espediente che l’Europa ha messo in gioco in questi lunghi mesi di guerra. Per alcuni Stati – come può essere l’Ungheria, dipendente da oltre l’80 per cento ed il 90 per cento rispettivamente dal gas e dal petrolio russo – le sanzioni hanno fatto male più al sanzionatore, che al sanzionato. Un paradosso del tutto europeo, che ha cominciato a suscitare il malcontento di una larga fetta della popolazione continentale. Che senso ha applicare sanzioni che rischiano di diventare un vero e proprio cortocircuito per l’Europa? Sarà questo il grande dilemma a cui dovranno rispondere i vertici di Bruxelles.

Matteo Milanesi, 19 gennaio 2023