Politico Quotidiano

È ufficiale: la sinistra è razzista con gli italiani

I progressisti di casa nostra non fanno altro che negare il problema della deriva culturale di certa immigrazione. Abbiamo raccolto qualche caso

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In un mondo sano ci sarebbe da chiedersi come possa la sinistra, peraltro smentendo se stessa, demonizzare una legge urgente come il tetto del 30% agli scolari stranieri che non sanno l’italiano. Legge discriminante, razzista? Ma no, il contrario, norma che tutela di chi deve apprendere e prima degli altri ragazzini del mondo che da sradicati non potrebbero inserirsi in alcun modo. E vivere in esilio è devastante, uccide, chiedetelo a Dante Alighieri. Ma non è un mondo sano e il partito comunista può gonfiarsi nel populismo irresponsabile per cui una classe babelica dove regna l’incomunicabilità sarebbe da preferire ad una relativamente omogenea, di studenti in grado di integrarsi davvero. Al partito comunista non è mai importato delle classi subalterne, del proletariato interno o migrante, dei diritti accessibili, non vuole assimilarli, non vuole che crescano usi alla legalità formale e, orrore, al cristianesimo, li preferisce tagliagole, li sfrutta, se può, fin che può, per ignobili ragioni propagandistiche e sfruttarli vuol dire condannarli all’irrilevanza e al disagio quello vero, quello che partorisce le stragi e i crimini che al partito comunista vanno benissimo perché utili a fini sovversivi ed eversivi, in fedeltà alla vecchia regola del potere losco: destabilizzare per stabilizzare, per prendere il potere.

In un mondo sano non ci sarebbe neppure bisogno di discutere e infatti quando il partito comunista sano non era ma almeno non malato, non depravato come adesso non se ne discuteva, destra, sinistra, laici e clero concordavano su una gestione logica della didattica infantile. Sapendo che il più debole di tutti è lo spaesato, che non può capire, non può farsi ascoltare; che la sua tutela passa per una scrupolosa, attenta valutazione della sua condizione. Non per la schiuma retorica delle soluzioni parolaie quali “la laboratorietà intersezionale”, non per le fughe dalla realtà e dalla responsabilità. Il partito comunista conosce benissimo la correlazione fra sbando scolastico e crimine scolastico ma in 30 anni non ha fatto niente per rimediare, se mai l’ha agevolata ora rimuovendola ora giustificandola ora fomentandola apertamente nei licei, nelle facoltà universitarie. Ed ha buon gioco a scaricarla su tutti tranne se stesso. Ma, per chi ha ancora memoria a breve termine, l’anno in corso si è aperto con l’esecuzione in una scuola di La Spezia di uno studente cristiano copto finito a coltellate da un maranza marocchino che si filmava recitando sure coraniche mentre la preda agonizzava; tutti a scomodare il fatidico disagio, ma otto mesi dopo così testimonia una insegnante al processo: “All’inizio mi ha fatto un’ottima impressione: si mostrava curioso e attento. Poi sono emerse alcune idee estreme: mi riferisco al suo pensiero sulle donne, agli interessi per i riti satanici e al fondamentalismo religioso, parlava di superiorità della legge coranica”. Dirlo prima, no, eh?

Filmarsi mentre si uccide non è sterile narcisismo, per un islamico fanatizzato o radicalizzato è obbligatoria testimonianza e tante testimonianze diventano sistema, originano altri atti, conclamano la conquista per mezzi violenti. Di seguito il 2026 ancora a tre quarti, per cui dobbiamo benissimo aspettarci ulteriori prodezze, è proseguito come segue. In marzo un tredicenne della Bergamasca si riprende mentre scanna l’insegnante puntando alla giugulare: il colpo è quasi mortale, da killer esperto, ma non lo arrestano, lo portano in comunità residenziale dicendo che “sta rivivendo in maniera critica il suo vissuto”, come in un romanzo moralistico di Dostoevskij, mentre il baby macellaio dichiara: peccato non averla fatta fuori e così quei bastardi dei miei genitori. La professoressa, una di quelle spettinate per vocazione, non ancora fuori pericolo riesce a rantolare che lo ama, lo perdona, vorrebbe abbracciarlo. Pochi giorni dopo la stage di Modena di maggio, strage jihadista a dispetto dei negazionisti da sinistra a destra, scovano un radicalizzato 15enne “aspirante jihadista” a Firenze che sui social salmodia: “Che Allah ci conceda di farli saltare”: lo portano in comunità residenziale.

La settimana seguente a Parma, vicino Modena, studenti maranza pestano e pisciano addosso a due professori piddini che dichiarano: non li denunciamo, vorremmo abbracciarli. I giovani ridono mentre li portano in comunità residenziale. Due mesi dopo, il 20 luglio, tocca ad una “apprendista jihadista” di 17 anni, nordafricana pavese: “Niente carcere, meglio rieducarla in comunità residenziale”. Altre due settimane ed è la volta di un aspirante martire del Comasco, casualmente anche lui di origini nordafricane, che medita la strage come a Modena: “Ha il disagio, subito in comunità residenziale”. Due giorni dopo fermano, per portarli in comunità residenziale, cinque mocciosi che ad Arezzo si erano stretti non nella confraternita degli amici dell’oratorio (ormai gli oratori sono stati ceduti agli “educatori” islamici) ma nel club dei radicalizzati: li portano, tutti insieme, in comunità residenziale. Meno di un mese dopo in una scuola del quartiere romano di Centocelle, un tredicenne di origini egiziane, naturalmente in disagio, sferra 3 coltellate a una prof 66enne che si salva ma siccome simpatizza per Vannacci i giornali progressisti se ne dolgono anche se la prof, non più tanto sovranista, fa sapere che vorrebbe abbracciarlo per fargli passare il disagio. Il tredicenne finisce in comunità residenziale.

Non passano tre giorni che a Lamezia fermano in zona Cesarini un 14enne marocchino che si accinge a sbudellare la prof di italiano in quanto la sua stanzetta colma di giocattoli elettronici non gli basta e lui non tollera di dover fare i compiti, di studiare l’italiano. Lo portano dritto in comunità residenziale mentre una dirigente scolastica riesce perfino a consolarsi: “Beh, il sistema ha funzionato”. Mi racconta un’amica calabrese, insegnante di liceo: “Anche qui a Cosenza la regola è il coltello in tasca o nello zaino”. Ancora nella fatal Modena, ma sarà senz’altro un caso o il riscaldamento globale, 50 maranza minorenni escono da scuola per infilarsi dritti in un supermercato debitamente depredato e devastato, naturalmente “postandosi” mentre inneggiavano ad Allah, tanto sanno che il peggio che gli può capitare è di finire in comunità residenziale. Il culmine, per ora, si ha in provincia di Lecce dove a uno di prima elementare, 6 anni, trovano nella cartella un coltello a lama lunga, 13 cm. Chi ce l’ha messo? Per quale motivo? Di che etnia è? Non lo dicono, per cui la matrice straniera è certa ed è altrettanto garantito un fatto: tutti questi capolavori trovano origine nella integrazione ballerina che da 30 anni la sinistra spaccia come miracolosa.

Ora la Meloni prova a metterci una pezza, in pieno recupero elettorale, ma meglio che niente. Solo che siamo stati facili profeti, appena ieri, a dubitare della concretezza se non delle intenzioni: dal testo della legge risulterebbero già sparite le sanzioni, doverose, cruciali, ai genitori che non collaborano, così come preteso dal partito comunista. Mattarella aveva fatto capire che non avrebbe firmato, che la legge poteva essere fumo negli occhi ma niente di serio e il governo a quanto pare s’è subito adeguato. Ma per questa strada dove vogliamo andare, a fronte di una invasione che parte dalle scuole, dalla lingua sostituita? Lo “storico liberale” Mieli, in gioventù militante nella Potere Operaio, ha avanzato una proposta non si è capito se incredibile o provocatoria: siano gli italiani a imparare l’arabo. Non lo sa che la destabilizzazione e poi la distruzione di una civiltà parte dalla crepa di una lingua comune, egemone? Non ricorda la fine dell’impero romano? Sta di fatto che a leggere l’albo pretorio scolastico pare un romanzo splatter, ogni giorno qualche docente finisce in rianimazione, squartato per puro capriccio e non di meno tra i fiotti di sangue mendica l’abbraccio del carnefice. E tutti danno la colpa al disagio che è come l’araba fenice; il giorno dopo si leggono ricette prodigiose sull’integrazione che non c’è mai stata ma si può fare affidandola alle trucidate di buona volontà incaricate della laboratorietà intersezionale e, che non guasta, al costante incremento del parastato parassitario.

Max Del Papa, 27 settembre 2026

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