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SPEGNETE LE LUCI, ABBASSATE IL RISCALDAMENTO. L’Europa e la nuova pedagogia della rinuncia

Dai consumi alla vita quotidiana: così il risparmio energetico diventa una nuova regola morale fatta di consigli, autocontrollo e sacrifici "volontari"

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Non serve più un ordine. Basta un consiglio.Non serve vietare. Basta suggerire. Non serve imporre un comportamento: basta farlo apparire come l’unico comportamento responsabile. «Spegnete le luci». «Abbassate il riscaldamento». «Evitate gli sprechi». Sono frasi semplici. Ragionevoli. Quasi innocenti. Ed è proprio per questo che meritano attenzione.

Nel mondo di Brazil, il capolavoro distopico di Terry Gilliam, il potere non appare soltanto nella sua forma brutale. È molto più sottile. Vive nelle procedure, nei moduli, nelle istruzioni, nelle abitudini. Il sistema funziona perché gli individui finiscono per considerare normale ciò che, osservato dall’esterno, normale non è affatto. È una lezione che torna sorprendentemente attuale quando si guarda alla nuova stagione della politica energetica europea.

L’Europa non è necessariamente davanti a una nuova crisi energetica. Ma si comporta come se dovesse prepararsi alla prossima. E così ricompare il vocabolario dell’emergenza: consumare meno, abbassare il riscaldamento, limitare il riscaldamento degli spazi esterni, spegnere le luci non necessarie.

La parola decisiva, però, è un’altra: volontariamente. È qui che cambia tutto. Perché il potere moderno non ha sempre bisogno di dire «devi». Può ottenere molto di più dicendo: «sarebbe responsabile farlo». La proibizione produce resistenza. La responsabilità produce autocontrollo. E allora il cittadino non si sente più obbligato. Si sente responsabile. Non pensa di aver ricevuto un ordine: pensa di aver fatto una scelta. Il risultato, tuttavia, può essere sorprendentemente simile.

Nel 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva provocato una vera crisi energetica, la riduzione dei consumi appariva come una risposta immediata a un pericolo concreto. Abbassare il termostato, ridurre l’illuminazione, contenere la domanda di gas: erano misure inserite in un contesto eccezionale. Oggi il contesto è cambiato. L’Europa ha diversificato le proprie forniture e ridotto la dipendenza dal gas russo. Ma la vulnerabilità energetica non è scomparsa. E così la prudenza preventiva torna a essere presentata come necessità.

Il punto è proprio questo. L’emergenza non deve più necessariamente esistere. È sufficiente che possa arrivare. Da qui nasce una trasformazione più profonda: l’emergenza rischia di diventare una condizione mentale permanente. Ci abituiamo a prevedere la scarsità prima ancora che la scarsità si manifesti. Ci abituiamo a consumare meno. Ci abituiamo a rinunciare. Ci abituiamo persino a considerare la rinuncia una virtù.

Ma c’è una domanda che non dovrebbe essere elusa: chi sostiene il costo di questa nuova austerità energetica? Per un’amministrazione pubblica, un grado in meno può essere una misura di efficienza. Per una famiglia che vive già al limite, può significare semplicemente avere freddo. Ed è qui che la grande politica energetica europea incontra la vita quotidiana.

A Bruxelles si parla di sicurezza energetica, transizione ecologica, competitività industriale, autonomia strategica. A casa, tutto questo può ridursi a una domanda molto più semplice: Accendo o non accendo il riscaldamento? È il paradosso della politica energetica contemporanea. Più grandi diventano le strategie, più piccolo diventa il gesto attraverso il quale esse entrano nella nostra vita. Un termostato. Un interruttore. Una bolletta.

L’Europa chiede contemporaneamente decarbonizzazione, sicurezza energetica, crescita e competitività. Ma nessuno di questi obiettivi è gratuito. L’energia necessaria alla trasformazione economica deve essere prodotta, trasportata e pagata. Quando diventa scarsa o costosa, il conto arriva inevitabilmente da qualche parte. E troppo spesso quel «qualche parte» coincide con il cittadino. Non c’è nulla di scandaloso nel chiedere di evitare gli sprechi. Una società efficiente non dovrebbe sprecare energia, acqua o risorse.

Il problema nasce quando una misura pensata per l’emergenza diventa una regola permanente. Quando il sacrificio temporaneo diventa normalità. Quando la riduzione dei consumi non viene più presentata come una risposta eccezionale, ma come un nuovo modello di comportamento. E soprattutto quando la rinuncia viene trasformata in una prova di virtù. È questa la sottile pedagogia della nuova austerità: non ti impone di avere meno. Ti insegna che volere meno è moralmente migliore. È una differenza decisiva. Perché il potere non agisce soltanto attraverso ciò che proibisce. Agisce anche attraverso ciò che riesce a rendere desiderabile, normale, persino virtuoso.

In Brazil, nessuno deve necessariamente trascinare il cittadino davanti a un’autorità per costringerlo a obbedire. Il sistema funziona perché l’obbedienza è già incorporata nelle persone. Forse anche questa è una delle domande che dovremmo porci davanti alla nuova politica energetica europea. Non soltanto: quanta energia possiamo risparmiare? Ma anche: quanto della nostra libertà siamo disposti a trasformare in un’abitudine alla rinuncia?

Tra un termostato abbassato di un grado e una luce spenta non c’è soltanto una questione energetica. C’è una questione politica. Perché è proprio nelle piccole abitudini quotidiane che le grandi idee sul potere diventano realtà. E forse la vera domanda non è più chi ci ordina di spegnere la luce. La vera domanda è: quando arriveremo a spegnerla da soli, convinti che sia stato noi a scegliere?

Apostolos Apostolou, 30 settembre 2026

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