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Ancora sanzioni Usa contro la Russia: ma Trump non era il “fantoccio” di Putin?

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Dopo la recente espulsione di 60 “agenti di intelligence” russi nell’ambito della reazione coordinata di diversi Paesi Nato per il caso Skripal, l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro Mosca. Nel mirino il cerchio magico di Vladimir Putin: le sanzioni infatti colpiscono sette oligarchi russi personalmente legati al presidente e le 12 aziende che possiedono o controllano. E anche 17 funzionari del governo russo e l’agenzia statale Rosoboronexport, che si occupa di esportazioni di armi.

Il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, ha giustificato le nuove misure con le attività destabilizzanti della Russia in tutto il mondo, in cui oligarchi ed élites sono coinvolti, citando tra di esse l’occupazione della Crimea, l’istigazione alla violenza nell’Ucraina orientale, il sostegno al regime di Assad in Siria, che bombarda i civili, e le interferenze nelle democrazie occidentali.

Cosa deve avvenire ancora perché venga abbandonato quello che più che un teorema sembra essere diventato un articolo di fede, secondo cui Putin avrebbe aiutato Donald Trump ad essere eletto alla Casa Bianca affinché in cambio piegasse ai suoi interessi la politica del governo Usa verso la Russia? A prescindere dalla povertà (o meglio: assenza) di risultati prodotti da indagini che ormai durano da quasi due anni, condotte dalle più potenti agenzie investigative Usa, sulla presunta collusione tra la campagna Trump e il Cremlino (il cosiddetto Russiagate), dovrebbero essere i fatti, la realtà politica, a parlare, e a suggerire di cambiare musica.

Sotto Trump le relazioni americane con la Russia sono se possibile persino peggiorate, toccando il fondo dai tempi della fine della Guerra Fredda. Se il presidente, contro i suoi stessi auspici più volte proclamati, ha comunque permesso che ciò accadesse, accogliendo i suggerimenti dei suoi collaboratori, è sempre più difficile continuare a dipingerlo come il “fantoccio” di Putin.

Ma anche ammettendo che Putin lo abbia in qualche modo aiutato, a questo punto bisognerebbe concludere che il presidente russo avrebbe fatto un terribile e avventato investimento. E che Trump potrebbe essere stato così astuto da “giocarlo”. Mai dai tempi di Reagan gli Stati Uniti hanno messo così sotto pressione la Russia come con Trump alla Casa Bianca. E certamente molto più di quanto abbia fatto l’amministrazione Obama, soprattutto nei suoi ultimi giorni, forse più per avvelenare i pozzi al suo successore.

Una pressione esercitata in troppi ambiti perché sia frutto del caso. Non solo le sanzioni e le espulsioni di diplomatici. Tutti i principali interessi russi sono infatti nel mirino di Washington. Seppure passato inosservato, prendiamo il recente avvertimento dell’amministrazione Trump ai governi che decidessero di acquistare forniture militari dalla Russia: potrebbero incorrere loro stessi nelle sanzioni americane. Ovviamente all’avvertimento verrà dato seguito con la giusta dose di flessibilità e opportunismo. Evidente infatti che sia diretto soprattutto ad Ankara, che sta trattando con Mosca l’acquisto del sistema di difesa anti-aereo S-400.

Il punto che qui importa è che anche l’industria della difesa – insieme al settore energetico tra le risorse più preziose per la Russia – entra a far parte degli ambiti nei quali l’amministrazione Trump sta alzando il livello del confronto con Mosca in risposta, appunto, alle numerose attività destabilizzanti della Russia, che non hanno trovato alcun argine negli ultimi dieci anni circa.

Ma la lista è piuttosto lunga: il nuovo impulso all’industria petrolifera americana e la minaccia di sanzioni alle imprese europee che partecipano ai progetti di gasdotti russi non è certo un favore a Putin. E possiamo aggiungere altre passi, mai compiuti dall’ex presidente Obama: le armi difensive “letali” concesse per la prima volta all’Ucraina; il bombardamento delle basi di Assad da cui sono partiti gli attacchi con armi chimiche contro la popolazione e, sempre in Siria, un paio di centinaia di contractor russi messi fuori gioco dall’aviazione Usa in pochi minuti; l’aumento del budget del Pentagono e il rinnovo della forza di deterrenza nucleare in Europa, in contro tendenza rispetto al disarmo unilaterale in corso durante gli anni di presidenza Obama. La stessa scelta di sostituire Tillerson con Pompeo alla guida del Dipartimento di Stato, e McMaster con John Bolton come consigliere per la sicurezza nazionale, non può certo essere letta come arrendevole, dal momento che sia Pompeo che Bolton sono noti per avere un approccio duro con gli avversari degli Stati Uniti e per essere più “falchi” dei loro predecessori nei rapporti con la Russia, oltre che su Iran e Nord Corea.

Fatti che però non sembrano intaccare la certezza fideistica di quanti ancora sostengono il teorema di Trump “fantoccio” del Cremlino. Ma la realtà è testarda e ad oggi non si può dar torto al presidente Trump quando, pur auspicando migliori rapporti con Mosca, rivendica di essere stato “molto più duro” con Putin di quanto sia mai stato Obama.

E se invece queste mosse, volte ad alzare il livello del confronto con la Russia, fossero propedeutiche ad un tentativo di approccio? Già l’ex segretario di Stato Rex Tillerson, subito dopo l’attacco missilistico contro le basi di Assad, aveva tentato di aprire un dialogo diretto, anche se discreto, lontano dai riflettori, con il Cremlino. E Trump avrebbe invitato Putin per un summit Usa-Russia a Washington, nel corso di un colloquio telefonico avuto dopo la rielezione del presidente russo, pochi giorni prima le espulsioni decise per il caso Skripal. Notizia confermata da uno dei portavoce del Cremlino, non smentita da fonti americane che hanno però sottolineato come non vi sia ancora alcun evento in preparazione.

Se così fosse, non proverebbe in alcun modo il teorema. Non si tratterebbe infatti di un cedimento agli interessi russi, ma il modo migliore per aprire un dialogo alla pari. Mostrarsi determinati a non abbassare lo sguardo, ad alzare il livello del confronto, rendere credibili le proprie minacce, è ritenuto da sempre da molti autorevoli analisti il miglior modo per ingaggiare i russi. E sarebbe perfettamente coerente con la strategia usata dal presidente Trump in tutti gli altri principali dossier sulla sua scrivania (dal programma nucleare nordcoreano all’Iran Deal, dalla rinegoziazione degli accordi commerciali alla guerra dei dazi con la Cina e l’Europa) e con la sua “Art of the Deal” (bestseller del 1987), basata sull’idea che occorra utilizzare tutte le proprie leve per condurre un negoziato di successo.