Economia

Altro che locomotiva, ecco perché la Spagna di Sanchez è un bluff

Il "miracolo" spagnolo non è ciò che sembra. L'intero modello di crescita è un miraggio: numeri imponenti che fanno impressione, ma dietro i quali c'è poco valore reale creato

pedro sanchez Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Negli ultimi anni la Spagna è stata al centro di un’isteria mediatico‑politica: viene dipinta come una “locomotiva” europea, un modello di crescita virtuosa e di apertura. Ma dietro la retorica trionfale si nasconde un’economia che cresce solo numericamente, non realmente: un gigante con i piedi di argilla, alimentato da politiche fiscali oppressive, demografia forzata e regolazioni pericolose.

Crescita artificiale

Il Pil spagnolo appare in forte ascesa, ma questo boom è in gran parte artificiale. L’immigrazione, tra le 500.000 e le 600.000 persone nette all’anno, ha gonfiato la forza lavoro e, per estensione, il Pil totale; ma non ha elevato la produttività. I dati dell’INE e della Commissione europea mostrano una crescita media della produttività del lavoro di appena lo 0,3 per cento annuo nell’ultimo decennio, molto sotto la media Ocse: senza una base produttiva robusta, la crescita spagnola è più “contabile” che reale.

Un’economia che dipende da un afflusso esterno di forza lavoro piuttosto che da innovazione, capitale o impresa non può essere ritenuta sostenibile. Se il motore demografico dovesse rallentare, il Pil rischierebbe di vacillare.

Spesa e pressione fiscale

La debolezza strutturale è aggravata dalle politiche fiscali del governo socialista: spesa massiccia per pensioni sempre più generose, sussidi e trasferimenti sociali, a scapito dell’investimento pubblico in infrastrutture, vero motore della crescita duratura. Le proiezioni dell’AIReF indicano che la spesa pensionistica arriverà al 16–17  per cento del Pil entro il 2050, un livello insostenibile senza riforme radicali.

Parallelamente, lo Stato aumenta la pressione fiscale su cittadini e imprese. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, le entrate fiscali sul Pil dovrebbero salire al 42,6 per cento entro il 2026. La tassazione sulle imprese è particolarmente pesante: quasi la metà delle entrate fiscali spagnole proviene dalle imprese, ben oltre la media Ue. Questa pressione fiscale elevata scoraggia gli investimenti produttivi, soffoca la competitività e riduce la capacità delle imprese di generare valore reale.

Criminalità straniera

Sul fronte sociale, la criminalità nelle grandi città appare correlata agli sbilanci demografici: l’INE segnala un tasso di condanna per stranieri di 14,6 per 1.000 abitanti over 18, rispetto a 5,8 per gli spagnoli. In città come Barcellona, fonti locali indicano che quasi il 79 per cento degli arrestati è straniero, con una quota significativa nei reati gravi.

Il controllo sugli affitti

La pressione abitativa è accentuata dalla Ley de Vivienda: i controlli sugli affitti hanno spinto molti proprietari a ritirare immobili dal mercato a lungo termine o destinarli all’affitto turistico, riducendo l’offerta. Il risultato è che molti inquilini vivono in povertà severa dopo aver pagato l’affitto, e i giovani destinano oltre il 60 per cento del proprio reddito all’abitazione.

Disoccupazione

Il mercato del lavoro presenta ulteriori fragilità: le condizioni di lavoro sono spesso precarie, la disoccupazione giovanile supera il 26 per cento, e i salari reali restano stagnanti. Le politiche stataliste, l’elevata tassazione e le barriere normative scoraggiano la mobilità e gli investimenti, riducendo la capacità del Paese di crescere in maniera sostenibile.

Il miraggio spagnolo

L’intero modello di crescita spagnolo appare così come un miraggio: numeri imponenti che fanno impressione, ma dietro i quali c’è poco valore reale creato, pochissima capacità di generare ricchezza duratura e una classe politica che preferisce vendere illusioni piuttosto che costruire resilienza.

La Spagna non ha bisogno di espansione demografica artificiale o di maggiori trasferimenti: serve una vera ristrutturazione del sistema fiscale e degli investimenti pubblici, la liberalizzazione del mercato del lavoro e dell’edilizia, e incentivi agli investimenti produttivi. Solo così si può passare da una crescita numerica a una crescita di sostanza. Altrimenti, il “miracolo” spagnolo rischia di essere solo un castello di carte destinato a crollare.

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