Economia

Italia 2040: il piano green Ue ci farebbe tornare agli anni ’60. Senza “ritorno al futuro”

Come regredirebbe il nostro tenore di vita se dovessimo ridurre i consumi individuali per centrare il target di riduzione delle emissioni di Co2 del 90 per cento entro il 2040

MJ Fox (Ritorno al futuro)

Recentemente abbiamo visto da queste stesse colonne (link qui) che lo scorso 5 novembre 2025 i ministri dell’ambiente dei 27 Paesi Ue hanno raggiunto un accordo a maggioranza qualificata sulla revisione della Legge Europea sul Clima, introducendo l’obiettivo della riduzione delle emissioni nette di gas serra del 90 per cento entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990, con due “scappatoie” ammissibili fino a un 10 per cento di “bonus” che porterebbero quindi ad un obbligo di riduzione netta dell’80 per cento.

Abbiamo poi visto che, contrariamente a quanto strombazzato ai quattro venti, questa proposta risulterebbe ancora più restrittiva della strategia “Net Zero 2050” in quanto, se essa fosse adottata, porterebbe a zero emissioni addirittura nel 2046, con quattro anni di anticipo rispetto alla scadenza del 2050.

Oggi vorrei riprendere le fila dei conti fatti la scorsa volta per vedere concretamente quale potrebbe essere lo scenario socio-economico più probabile che ci si parerebbe innanzi a seguito del varo e del perseguimento di questa proposta.

Taglio delle emissioni

Come osservammo la scorsa volta, in evoluzione “naturale” sarebbe molto probabile che, nel 2040, le emissioni annue di CO2 possano ridursi a 254 milioni di tonnellate grazie all’implementazione e alla diffusione degli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Cosa mancherebbe quindi per ridurre ulteriormente le emissioni per centrare il target dei circa 88 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 l’anno? Un’ulteriore riduzione di:

254 – 88 = 166 milioni di tonnellate l’anno.

Pertanto, confidando nella riduzione in “evoluzione libera” dovuta alle rinnovabili, dovremmo abbattere ulteriori 166 milioni di tonnellate di CO2 l’anno. In altre parole, il target su cui dovremmo concentrare tutti gli sforzi (di là dall’implementazione di tecnologie rinnovabili) sarebbe una riduzione netta di 166 milioni di tonnellate di CO2 che, partendo dal valore odierno di 304 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, dovrebbe farci scendere a 304 – 166 = 138 milioni di tonnellate di CO2 annue.

Ritorno al 1961

Il punto è che, una volta sfruttate tutte le possibilità di riduzione offerte dalle cosiddette “tecnologie green”, l’unica cosa che ci resterebbe per ridurle ulteriormente sarebbe ridurre i nostri consumi individuali. Eh sì, perché hai voglia a dire che il “green” ci farà emettere meno gas serra: sarà solo il ridimensionamento del nostro stile di vita e dei relativi consumi a farci regredire nelle emissioni di CO2 di pari passo con il regresso del nostro tenore di vita.

Richiamando il grafico delle emissioni italiane di CO2 dal 1900 ad oggi:

Emissioni

Il target di emissioni corrisponderebbe al 1961. In altre parole, dovremmo ridimensionare il nostro stile di vita per renderlo identico a quello che avevamo nel 1961, anno in cui l’Italia emise circa 124 milioni di tonnellate di CO2 che, rapportate alla popolazione di allora (circa 50 milioni), corrispondono grosso modo ai 138 milioni di tonnellate del nostro target.

Vediamo quindi in soldoni cosa significherebbe questo ritorno nel 1961 nel nostro stile di vita: siete pronti per fare un tuffo nei favolosi anni ’60?

1. Alimentazione

Nel 1961, l’Italia era in piena fase di ricostruzione post-bellica e di boom economico, con una popolazione prevalentemente rurale (circa il 40 per cento viveva in campagna) ma con una marcata urbanizzazione soprattutto nei grossi distretti industriali del Nord: Milano, Torino, Genova.

Il regime alimentare medio era semplice, stagionale e povero di calorie rispetto agli standard odierni, con una forte prevalenza dei carboidrati e un consumo limitato di proteine animali.

Gli italiani del 1961 consumavano tre pasti al giorno con porzioni moderate:

  • Colazione: caffè o latte con pane e marmellata. Pochi cereali o uova.
  • Pranzo: minestre di verdure e legumi, pasta al pomodoro con olio, contorno di insalata, frutta. Carne o pesce 2-3 volte/settimana.
  • Cena: zuppa, verdure stufate, formaggio con pane, frutta.

A questi si aggiungeva una merenda per i bambini a base di pane con olio o frutta. Ovviamente, niente snack industriali, niente cibo senza glutine, niente alimenti vegani: in breve, niente di tutta la galassia dei falsi bisogni di cibo “salutistico” o, al contrario, di cibo “spazzatura”.

2. Viaggi

Nel 1961 l’Italia era nel pieno della transizione dalla mobilità tradizionale (prevalentemente ferroviaria e pedonale/ciclistica) verso quella motorizzata privata. I “viaggi” intesi come spostamento di passeggeri per vacanza erano assolutamente modesti in termini di distanza media e frequenza rispetto agli standard moderni, con un focus su spostamenti brevi e locali.

I viaggi in aereo erano appannaggio solo dell’1 per cento della popolazione più ricca, con in prevalenza rotte nazionali a corto raggio. In media, si percorrevano 20 km pro-capite annui in aereo, 50 volte di meno dei circa 1.000 km pro-capite annui odierni.

Analoga cosa era per i viaggi in auto: le vetture circolanti erano circa 6 milioni, 1/7 delle auto odierne (42 milioni) con una media di 200 km pro-capite annui percorsi in auto, 45 volte di meno dei circa 9.000 km pro-capite annui odierni. Gli italiani del 1961 viaggiavano con mezzi di trasporto pubblici (autobus, treno, nave, ecc.) per circa 800 km annui pro-capite, meno di 1/3 dei circa 2.500 km pro-capite annui odierni.

In conclusione, l’Italia del 1961 era ancora estremamente stanziale con spostamenti limitatissimi rispetto alla propria abitazione e con la quasi totale assenza di viaggi di piacere per la stragrande maggioranza della popolazione.

3. Abbigliamento

Nel 1961, gli italiani erano molto parchi in fatto di abbigliamento e gli acquisti di vestiario erano finalizzati quasi esclusivamente a rimpiazzare i capi ormai lisi e non più indossabili.

Ciascun adulto acquistava in media 2-3 capi nuovi l’anno per una spesa media di 18.000 lire di allora, all’incirca 200 euro odierni. I capi essenziali erano ritenuti due paia di scarpe, un cappotto, una giacca, tre camicie, tre maglie e tre paia di pantaloni o gonne. Gli acquisti erano concentrati nei saldi invernali e il 60 per cento circa delle famiglie comprava indumenti usati.

Per confronto, oggi un adulto acquista mediamente 30 nuovi capi di abbigliamento l’anno, 10 volte di più del 1961, per una spesa media di 1.200 euro, 6 volte più del 1961.

4. Consumi elettrici e di riscaldamento

Nel 1961 il consumo medio annuo pro-capite di energia elettrica per uso domestico era di 300 kWh con una spesa media di 3.000 lire, circa 33 euro odierni. Per confronto, oggi i consumi pro-capite annui di energia elettrica sono 1.100 kWh, quasi 4 volte quelli del 1961, con una spesa media annua pro-capite di circa 380 euro.

Vale la pena osservare che, in termini medi e rapportati al costo della vita odierno, il costo “all inclusive” di 1 kWh di energia elettrica nel 1961 fosse 11 centesimi mentre oggi è 34,5, circa il triplo. Meraviglie del “green”!

La spesa media annua pro-capite nel 1961 per il riscaldamento domestico era di circa 3.500 lire che, rivalutata a valori odierni, corrisponde a circa 84 euro, abbracciando una gamma di combustibili tra cui legna, carbone, metano e gasolio. Per paragone, oggi la spesa media annua pro-capite per il riscaldamento è circa 380 euro, quasi cinque volte quella del 1961, e abbraccia prevalentemente gas metano ed energia elettrica.

5. Servizi ricreativi

Nel 1961 la spesa media annua pro-capite per bar, ristoranti, cinema, teatro, spettacoli, attività sportive e culturali valeva all’incirca 19.000 lire dell’epoca, circa 225 euro di oggi. Per confronto, oggi la spesa media annua pro-capite per le medesime attività ricreative è circa 2.000 euro, 9 volte la spesa del 1961.

6. Telecomunicazioni

Il taglio delle emissioni riguarderebbe anche le TLC, i famosi “giga” che dovrebbero passare dagli attuali 942 a 188 MB giornalieri pro-capite, cioè streaming col contagocce, ricerche su internet ridotte all’osso e pochissime interrogazioni all’IA.

7. Impatto occupazionale

Il perseguimento dell’obiettivo di riduzione dell’80 per cento delle emissioni di CO2 entro il 2040 non avrebbe impatti estremamente negativi solo sul nostro tenore di vita ma, purtroppo, inevitabilmente anche sui livelli occupazionali. L’equazione perversa è infatti:

Minori emissioni = minori consumi = minore Pil = minore ricchezza = minore occupazione

Basti pensare che nel 1961 c’erano 20.583.000 occupati, il 62 per cento della popolazione nella fascia lavorativa 15-64 anni (33.437.000). Oggi ci sono 24.230.000 occupati, il 65 per cento della popolazione nella fascia 15-64 anni (37.342.000).

Ragionando per induzione, se nel 2040 si arrivasse all’analoga percentuale del 62 per cento degli occupati nella fascia 15-64 anni, poiché quest’ultima è destinata ad assottigliarsi sempre di più in numero (previsione per il 2040: 31.200.000), vorrebbe dire avere un numero totale di 19.344.000 occupati nel 2040, quasi 5 milioni di occupati in meno.

Pronti per questo “ritorno al futuro”?

Dopo questa carrellata che ha toccato gli aspetti più caratteristici della vita quotidiana, avendo toccato con mano le differenze sostanziali tra oggi e il 1961, sareste quindi disposti a ridimensionare drasticamente il vostro stile di vita per riportarlo agli standard del 1961? Ma attenzione però, a differenza del mitico film di Robert Zemeckis, stavolta non ci sarebbe nessun Doc Brown a riportarvi indietro con la sua favolosa DeLorean DMC-12.

Tranquilli però, il percorso sarà (quasi) graduale e in ciascuno dei quindici anni che ci separano dal fatidico 2040 scenderemmo via via sempre più giù nel baratro quasi senza accorgercene, come la famosa rana bollita. Certo, l’anno prossimo sarebbe un bel salto indietro di 56 anni ma vedrete che poi, negli anni successivi, non ve ne accorgerete nemmeno! E allora, con un occhio sempre alle emissioni di CO2, proviamo a percorrere le tappe del nostro ritorno al futuro:

2026: Eccoci catapultati nel 1970! Appena approvati lo Statuto dei Lavoratori e la legge sul divorzio, sono state istituite le Regioni a statuto ordinario e la Nazionale italiana ha vinto la partita più bella del secolo: Italia-Germania 4 a 3 nello stadio Azteca di Città del Messico. Gli Usa invadono la Cambogia e il “Lunedì Nero” infiamma la Giordania con scontri tra re Hussein e i palestinesi dell’OLP.

2027 – 2029: Siamo nel 1969, la strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre inaugura la “strategia della tensione” e in piazza prosegue l’”autunno caldo” con massicci scioperi. Neil Armstrong e Buzz Aldrin sono i primi uomini sulla Luna con l’Apollo 11; in Vietnam il massacro di My Lai rivela le atrocità Usa alimentando proteste globali.

2030: È il 1968, esplode il movimento studentesco anche in Italia con occupazioni universitarie e gli scontri a Roma della “Battaglia di Valle Giulia”; Bruno Trentin guida gli scioperi generali e l’”autunno caldo” operaio. La “Primavera di Praga” capeggiata da Alexander Dubček viene repressa nel sangue dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia; gli assassini di Martin Luther King e di Robert Kennedy negli Usa scuotono tutto il mondo.

2031 – 2032: Le prime contestazioni studentesche fanno capolino nelle università di Trento e Torino. La “Guerra dei Sei Giorni” tra Israele e gli Stati arabi limitrofi ridefinisce i confini mediorientali; in Grecia, il colpo di Stato dei colonnelli instaura una dittatura.

2033 – 2034: È il 1966, la disastrosa alluvione di Firenze e del Veneto devasta i beni culturali; in risposta alle crescenti preoccupazioni ecologiche viene istituito il Ministero dell’ambiente; ai Mondiali d’Inghilterra, la Nazionale italiana viene ignominiosamente eliminata dalla Corea del Nord. In Cina, la “Rivoluzione Culturale” di Mao causa caos e milioni di vittime.

2035: È il 1965, viene inaugurata l’Autostrada del Sole e approvata la riforma della scuola media unica obbligatoria. La guerra indo-pakistana per il Kashmir termina con il cessate il fuoco; negli Usa, la marcia da Selma a Montgomery guidata da Martin Luther King accelera le lotte per i diritti civili.

2036-2037: Eccoci nel 1964, nasce il primo governo di centro-sinistra con Aldo Moro presidente; si approva la nazionalizzazione dell’energia elettrica (Enel). Nelson Mandela viene condannato all’ergastolo in Sudafrica; gli Usa autorizzano l’intervento militare in Vietnam con la “Risoluzione del Golfo del Tonchino”.

2038: È il 1963, muore Papa Giovanni XXIII e al soglio di Pietro viene eletto Paolo VI; la strage del Vajont miete oltre 2.000 vittime. Il presidente John Fitzgerald Kennedy viene assassinato a Dallas; con la firma del “Trattato di Mosca” vengono vietati i test nucleari in atmosfera, primo passo verso il disarmo.

2039: Siamo nel 1962, il Concilio Vaticano II inaugurato da Papa Giovanni XXIII segna l’inizio di una profonda riforma della Chiesa cattolica; l’Italia è in pieno boom economico con l’aumento della produzione industriale e delle esportazioni. La crisi dei missili di Cuba porta Usa e Urss sull’orlo della guerra nucleare; l’Algeria proclama la sua indipendenza dalla Francia dopo una sanguinosa guerra durata otto anni.

2040: Ed eccoci finalmente giunti nel 1961, la nostra ultima tappa in questo perverso gioco dell’oca che ci avrà fatto arretrare di 65 anni.

Un suicidio assistito

Per chiudere questa impietosa disanima, lasciatemi dire infine che l’accordo del 5 novembre 2025 non è un compromesso: è un suicidio assistito in 15 rate annuali perché, per rispettare i termini di questa assurdità del taglio dell’80 per cento delle emissioni entro il 2040, dovremmo riportare le lancette dell’orologio del nostro Paese indietro ai consumi del 1961: 300 kWh/anno di energia elettrica pro-capite invece di 1.100, 200 km/anno in auto pro-capite invece di 9.000, 2-3 capi di abbigliamento nuovi l’anno invece di 30, ristoranti e cinema ridotti a lusso occasionale, viaggi di piacere neanche a parlarne.

E i posti di lavoro? Quasi 5 milioni in meno, cinque milioni di disoccupati in più per salvare il pianeta che dal canto suo, come sempre, se ne fregherà della CO2 e si salverà benissimo da solo, ché noi siamo solo un flebile soffio nel profondo respiro di madre natura.

Benvenuti allora nel 1961 2.0: stessi stipendi da fame, stesse code per il pane, stessa Fiat 500, ma stavolta con l’iPhone scarico perché i giga costeranno come l’oro e la corrente sarà razionata. E il ministro Gilberto Pichetto Fratin che brinda al “buon compromesso” è il becchino che vende la bara chiamandola “soluzione abitativa sostenibile”.

Game over. E non ci sarà restart.

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