Economia

La geopolitica nel 2026? Arriva fino alla cassa del supermercato

Quando pensiamo alla sicurezza di un Paese immaginiamo energia, industrie strategiche, porti, tecnologia e materie prime. Tutto giusto. Ma alla fine quelle grandi questioni arrivano anche dentro casa

supermercato (screenshot Rai)
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Il prezzo della benzina lo vediamo ogni giorno scritto su un grande cartello. Quello della spesa aumenta invece prodotto dopo prodotto, quasi senza farsi notare. E spesso gli shock che partono a migliaia di chilometri da noi finiscono proprio lì: sullo scontrino.

Il carrello della spesa

Una famiglia entra al supermercato per fare la spesa della settimana e compra più o meno le stesse cose di qualche anno fa: pasta, latte, biscotti, caffè, carne, frutta, verdura, detersivo. Magari lascia anche qualcosa sullo scaffale. Poi arriva alla cassa e la sensazione è semplice: il carrello sembra più vuoto, ma il conto è più alto. Non servono grandi studi economici per accorgersene. Basta ricordare quello che compravamo con 50 o 100 euro quattro o cinque anni fa.

Eppure quando parliamo di costo della vita l’attenzione finisce molto spesso sulla benzina e sulle accise. È comprensibile, perché il prezzo della benzina ha una caratteristica che il prezzo della spesa non ha: si vede. È scritto a caratteri enormi sul bordo della strada e se aumenta di cinque o dieci centesimi milioni di automobilisti lo notano immediatamente.

Il carrello funziona in un altro modo: non esiste un cartello che ci dica quanto è aumentato il costo del mangiare. Ci sono venti centesimi in più sul caffè, trenta sull’olio, qualche centesimo sulla pasta, sulla carne, sulla frutta. Un aumento alla volta sembra piccolo. Messi insieme fanno la differenza.

Ed è proprio questo il punto. Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, secondo l’Istat, i prezzi dei beni alimentari in Italia sono aumentati del 24,9 per cento. Nello stesso periodo l’indice generale dei prezzi è cresciuto del 17,3 per cento. Quasi otto punti di differenza. Oggi la situazione è diversa rispetto alla grande fiammata del 2022 e del 2023, ma quegli aumenti non sono spariti. Se una cosa passa da 100 a 125 e poi smette quasi di crescere, non significa che sia tornata a costare 100. Significa che il rincaro è ormai entrato nel prezzo.

Una questione di sicurezza economica

A settembre 2026 l’Istat stima un’inflazione generale del 4,2 per cento, spinta soprattutto dall’energia. Il cosiddetto “carrello della spesa” cresce invece dell’1,7 per cento rispetto a un anno prima, mentre gli alimentari non lavorati salgono del 5,5 per cento.

Sono numeri importanti soprattutto per una ragione: l’inflazione non pesa allo stesso modo per tutti. Chi ha un reddito alto può rinviare una vacanza, cambiare macchina un anno dopo o ridurre qualche spesa non necessaria. Chi ha poco margine deve comunque mangiare, pagare la luce e mandare avanti la casa.

L’Istat lo vede chiaramente nei suoi dati. Nel secondo trimestre del 2026 i prezzi, misurati con l’indice europeo IPCA, sono aumentati del 3,7 per cento per le famiglie con livelli di spesa più bassi e del 2,6 per cento per quelle con livelli di spesa più elevati. Il motivo è intuitivo: per una famiglia con meno disponibilità, cibo ed energia pesano molto di più sul bilancio. Ed è qui che il tema smette di essere soltanto quello dell’inflazione e diventa un problema di sicurezza economica.

Quando pensiamo alla sicurezza di un Paese immaginiamo energia, industrie strategiche, porti, tecnologia e materie prime. Tutto giusto. Ma alla fine quelle grandi questioni arrivano anche dentro casa.

Energia, rotte, materie prime

Prendiamo l’energia: l’agricoltura usa carburanti, elettricità e fertilizzanti. Per produrre molti fertilizzanti serve a sua volta energia. Poi bisogna lavorare gli alimenti, conservarli nelle celle frigorifere e portarli nei negozi. Se l’energia costa molto di più, prima o poi una parte di quel costo attraversa tutta la catena.

Nel marzo scorso la FAO ha spiegato che l’aumento dei prezzi mondiali dei prodotti alimentari era legato anche alla crescita dei costi energetici provocata dalle tensioni in Medio Oriente. I prezzi mondiali del grano erano aumentati del 4,3 per cento anche per le preoccupazioni sui raccolti e per il maggior costo dei fertilizzanti. Non significa che ogni aumento dell’energia si trasferisca automaticamente e nella stessa misura sullo scaffale, ma significa che una crisi che nasce lontano può arrivare fino alla spesa settimanale.

Poi ci sono le rotte commerciali. Anche qui sembra un problema lontano dalla nostra vita quotidiana, ma una nave che non passa dal Mar Rosso deve percorrere una strada più lunga. Servono più giorni, più carburante e più capacità di trasporto per muovere la stessa quantità di merce.

La Banca d’Italia ha rilevato che nel 2024 i costi del trasporto marittimo in container sono aumentati anche per le deviazioni delle rotte causate dagli attacchi nel Mar Rosso. Dietro una confezione che prendiamo dallo scaffale può quindi esserci una nave che ha percorso migliaia di chilometri in più.

E poi ci sono le materie prime: caffè, cacao, grano, olio. Prodotti che compriamo tutti i giorni ma che dipendono da ciò che succede in altre parti del mondo. La FAO ha ricordato quest’anno che caffè e cacao hanno registrato forti oscillazioni dei prezzi a causa di problemi di produzione, clima e squilibri tra domanda e offerta. A luglio il prezzo internazionale del grano è salito del 5,8 per cento in un solo mese, anche per i problemi alle esportazioni dal Mar Nero e per le condizioni climatiche. Nello stesso mese sono aumentate anche le quotazioni internazionali degli oli vegetali.

Dove finiscono gli aumenti

Questo non significa che se il grano aumenta del 5 per cento il giorno dopo il pane debba aumentare della stessa percentuale. Tra il campo e il supermercato ci sono molti passaggi. Ed è proprio per questo che dobbiamo guardare meglio a quello che succede lungo la strada. Perché c’è una domanda molto semplice: se il cibo costa quasi il 25 per cento in più rispetto al 2021, dove è finito questo aumento?

Non risulta che tutti gli agricoltori siano diventati ricchi. Il settore primario continua a fare i conti con carburanti, energia, fertilizzanti, clima e prezzi internazionali. Ci sono comparti che stanno bene e altri molto meno. Quindi è giusto controllare meglio anche cosa succede dopo, nella trasformazione, nella distribuzione e nei rapporti tra chi produce e chi porta il prodotto sullo scaffale.

Non significa accusare la grande distribuzione. Significa fare una domanda normale in un’economia di mercato: il prezzo finale si forma in modo corretto e con abbastanza concorrenza? La domanda non ce la stiamo ponendo solo noi. L’Antitrust ha aperto un’indagine proprio sulla grande distribuzione e sulla filiera agroalimentare per capire meglio come viene distribuito il valore lungo la filiera e come si forma il prezzo finale pagato dal consumatore. Tra le questioni sotto esame ci sono anche i rapporti tra le grandi catene e i fornitori.

Credo sia una strada giusta e forse controlli di questo tipo andrebbero rafforzati. Non per decidere dall’alto quanto deve costare un litro di latte o un chilo di pasta, perché quella sarebbe una strada sbagliata. Ma per assicurarsi che ci sia vera concorrenza, che nessuno abbia troppo potere rispetto agli altri e che i vantaggi di una riduzione dei costi possano arrivare anche fino al consumatore.

Perché noi siamo ormai abituati a vedere gli aumenti. Sale il petrolio, salgono i costi. Sale il gas, aumentano alcuni costi di produzione. Una nave deve allungare la rotta, aumenta il trasporto. C’è una cattiva annata agricola, aumenta la materia prima. Tutto comprensibile. Ma bisogna farsi anche la domanda opposta: quando il petrolio scende, quando il costo di una materia prima cala, quando i trasporti tornano alla normalità, quanto tempo serve perché il beneficio arrivi sullo scaffale?

Difendere famiglie e imprese

Anche questo significa difendere il potere d’acquisto delle famiglie. La sicurezza economica non si misura soltanto da quanto uno Stato riesce a proteggere le proprie industrie o a ridurre la dipendenza dall’estero. Si misura anche da quanto una famiglia e una piccola impresa riescono a reggere uno shock. Una famiglia può rimandare l’acquisto di una macchina, può rinunciare a un viaggio, può comprare meno vestiti. Non può smettere di fare la spesa.

Per questo una nazione è davvero più sicura quando lo sono anche i portafogli dei suoi cittadini. Il prezzo della benzina lo vediamo su un cartello alto tre metri. Il prezzo del carrello molto meno. Ma alla fine del mese arriva comunque il conto. Ed è forse proprio davanti alla cassa del supermercato che oggi milioni di italiani capiscono quanto può costare una crisi iniziata a migliaia di chilometri da casa.

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