Economia

L’illusione statalista sui salari: ecco cosa ci vuole per aumentarli

Il presidente Mattarella e il mondo politico dimenticano che il valore del lavoro non si stabilisce in un palazzo: i salari si alzano con meno stato e più mercato, non bastano buone intenzioni

Mattarella Ue (Youtube Quirinale)

C’è una persistente illusione, tutta italiana, che lega la crescita dei salari alla penna dei governanti e al tono delle dichiarazioni pubbliche. È quella che si è riaffacciata con le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che a Latina, nel discorso per la Festa del Lavoro, ha affermato che i salari in Italia sono “inadeguati”, denunciando come ciò rappresenti un “grande problema” per il Paese. Una constatazione condivisibile nella diagnosi, ma quanto mai discutibile nella terapia implicita: l’idea che sia lo Stato, e non il mercato, a doverli innalzare.

Salari fermi: ecco perché

Il nodo salariale in Italia è vero. I salari reali sono fermi da due decenni, come conferma il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. In particolare, l’Italia è pure tra le poche economie avanzate in cui i salari reali non hanno recuperato le perdite subite durante la crisi finanziaria globale del 2008.

Ma il punto cruciale non è quanto si guadagna, bensì perché non si guadagna di più. E la risposta non sta nel volontarismo politico, bensì nel disastro di decenni di politiche che hanno soffocato produttività, merito e iniziativa privata. I salari, infatti, non crescono per decreto: crescono quando si produce di più, meglio, con maggiore efficienza e in libertà.

Al contrario, si continua a ignorare ciò che persino economisti non sospettabili di simpatie liberali riconoscono: il lavoro è un prezzo, non un premio. E come ogni prezzo, cresce dove la domanda è alta e l’offerta qualificata. Se si mortifica il tessuto imprenditoriale con burocrazia, fisco oppressivo e vincoli alla contrattazione, è vano stupirsi se gli stipendi restano bassi.

Non serve “un piano” per i salari: serve lasciare che il mercato funzioni. “Il prezzo del lavoro – ha insegnato Ludwig von Mises – è un fenomeno di mercato determinato dalle domande che i consumatori fanno di beni e servizi. Di fatto ogni lavoratore è alla ricerca di mano d’opera a più buon prezzo, e ogni lavoratore è alla ricerca di un lavoro che sua meglio rimunerato”. A sua volta, per Friedrich A. von Hayek: “Il fatto essenziale è che, in una società competitiva, il lavoratore dipendente non è alla mercé di un particolare datore di lavoro, eccetto che in periodi di forte disoccupazione”.

La pressione fiscale

Ciò che viene invece omesso nei proclami istituzionali è che gli stipendi risentono della pressione fiscale che grava sul lavoro: quasi il 47 per cento del suo costo totale è drenato dallo Stato. Se davvero si vuole favorire la retribuzione dei lavoratori, la via è una sola: ridurre le imposte sul lavoro, favorire la concorrenza tra imprese e accettare che il merito, e non l’appartenenza sindacale o la tutela pubblica, debba essere premiato.

Una visione paternalistica

Oltre a quanto prima riportato, nella medesima circostanza, il capo dello Stato ha anche affermato che salari inadeguati generano diseguaglianze. Ma queste, in sé, non sono il male. Le differenze tra le persone, infatti, sono una manifestazione della libertà individuale: in una società libera, ciascuno può scegliere percorsi diversi e ottenere risultati diversi. La vera iniquità è l’egualitarismo imposto per legge, che cancella gli incentivi e riduce tutti alla mediocrità.

Dispiace quindi che, in nome della coesione sociale, si proponga ancora una visione paternalistica, in cui i salari dipendono da una sorta di “giustizia redistributiva” calata dall’alto, nonostante abbia già prodotto stagnazione, debito e sfiducia. Ciò che serve è esattamente l’opposto: libertà di contrattare, di assumere, di licenziare, di innovare, di rischiare.

A tal proposito, non è affatto un caso che i giovani laureati emigrino. Gli stessi non cercano sussidi, ma opportunità. Non chiedono più Stato, ma più spazio. E lo trovano altrove, in Paesi dove l’iniziativa privata è valorizzata e lo stipendio è legato alla produttività, non alla contrattazione collettiva o ai bonus governativi.

Rimuovere gli ostacoli

Rebus sic stantibus, se davvero si vogliono “alzare i salari”, si cominci col lasciare più soldi nelle tasche dei lavoratori e degli imprenditori, eliminando il cuneo fiscale. Si rimuovano gli ostacoli alla crescita dimensionale delle imprese, si faciliti l’ingresso dei giovani nel mercato, si deregolamenti il sistema contrattuale rendendolo più flessibile e più aderente alle specificità settoriali e territoriali.

La politica salariale migliore è in realtà quella che non si fa. È quella che riconosce che il valore del lavoro non si stabilisce in un palazzo, ma nel confronto libero tra domanda e offerta. Ogni volta che lo Stato interviene per correggere questo processo, ne peggiora gli esiti. E lo fa, quasi sempre, proprio a danno di coloro che dice di voler proteggere.

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