Siamo obiettivamente stanchi di sentire sempre la stessa musica sul Medio Oriente. Che sia un Riccardo Magi o un Giuseppe Conte, che sia un Lucio Caracciolo o un Alessandro Orsini, un Marcello Veneziani o un Gad Lerner, tutti dicono sostanzialmente la stessa cosa: Netanyahu ha attaccato l’Iran a freddo, ha violato il diritto internazionale, sta deliberatamente puntando all’escalation del conflitto già in corso nel Medio Oriente e lo fa, sostanzialmente, solo per mantenersi saldo al potere in Israele.
Fateci caso: anche dopo il 7 Ottobre, il peggior pogrom subito dagli ebrei in terra israeliana dall’indipendenza in poi, la tesi era sempre la stessa. Netanyahu combatte per il suo potere, per il suo tornaconto, siamo noi i fessi ad andargli dietro, dovremmo condannarlo con più fermezza (un mandato di cattura internazionale non basta), boicottare Israele, porre l’embargo sulle armi.
La missione di Netanyahu
C’è un antidoto a questa Netanyahu Derangement Syndrome: leggere bravi intellettuali conservatori britannici. Come Niall Ferguson. Lo storico, ai pessimisti che temono l’allargamento illimitato del conflitto, ricorda che l’allargamento c’è già, da un anno e mezzo:
Gli esperti professionisti del Medio Oriente sforneranno le solite banalità sull’evitare una conflagrazione più ampia, nonostante il fatto che quasi tutti questi esperti non siano riusciti a prevedere l’inizio di tale conflagrazione il 7 Ottobre. Ignorateli tutti. Un modo migliore per guardare a ciò che stiamo vedendo è semplicemente quello di considerare che Netanyahu sta compiendo la sua missione storica. Molto tempo fa ha giurato di impedire all’Iran di acquisire armi nucleari, sostenendo che ciò sarebbe stato il precursore di un secondo Olocausto. Pochi credevano che avrebbe davvero fatto ricorso alla guerra per mantenere questa promessa. Ma lo ha fatto.
Ferguson lo scrive in un suo lungo articolo pubblicato su The Free Press, il quotidiano diretto da Bari Weiss, giornalista ebrea americana esule del New York Times (non era gradita ad una redazione woke, perché “troppo sionista”). Ferguson ci ricorda, giustamente che Netanyahu non ha affatto lanciato un attacco per niente. Anzi:
Il casus belli era chiaro. Secondo le dichiarazioni dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana e del Ministero degli esteri dopo la pubblicazione del rapporto del Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) il 31 maggio, l’Iran aveva in programma di potenziare la capacità di arricchimento a Fordow con centrifughe IR-6 più avanzate e quattro nuove cascate. Ha anche annunciato un nuovo sito di arricchimento fortificato.
La seconda Guerra Fredda
Ed il conflitto in corso non può essere letto come un fatto isolato, ma come uno degli episodi della nuova “guerra mondiale a pezzi”:
Al centro della Seconda Guerra Fredda c’è la sfida posta dalla Repubblica Popolare Cinese, il più grande rivale economico che gli Stati Uniti abbiano mai affrontato, che sta rapidamente recuperando terreno sia in termini di sofisticazione tecnologica che di capacità militare. Nel suo primo mandato e poi nel secondo, Trump ha utilizzato lo strumento contundente dei dazi e dei controlli sulle esportazioni per cercare di contenere l’ascesa della Cina, con risultati limitati. Sotto la presidenza, nominalmente, di Joe Biden, i suoi collaboratori e consiglieri hanno preso una serie di decisioni sbagliate in materia di politica estera che hanno eroso la deterrenza americana e permesso la formazione di un asse autoritario composto da Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Come nella prima Guerra Fredda, così nella seconda: le guerre regionali fungono da proxy per il conflitto più ampio tra superpotenze. Una di queste guerre è stata in Ucraina; l’altra è iniziata nell’ottobre 2023 in Israele.
Ferguson non ha una risposta sul mistero del ruolo degli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti lanciato segnali ambivalenti, da un lato esprimendo contrarietà a un attacco israeliano (e dichiarando di preferire la via negoziale al nucleare iraniano), dall’altro approvando l’attacco israeliano e apprezzandone i risultati. Stava dissimulando prima, o si è accodato dopo al successo di Netanyahu?
L’azzardo di Teheran
In ogni caso, ad aver giocato d’azzardo, in modo sconsiderato, non è stato Netanyahu, bensì il regime iraniano. Ha accelerato il programma nucleare sotto gli occhi dell’Aiea e alla condanna internazionale ha risposto rilanciando la sfida. “Quello che possiamo dire con certezza – dice Ferguson – è che la teocrazia di Teheran ha commesso un grave errore di calcolo, credendo che Trump avrebbe frenato Netanyahu”.
Gli iraniani potrebbero anche aver creduto che la loro appartenenza all’Asse li autorizzasse a una certa protezione da parte dei loro alleati russi e cinesi. Ma si sono sbagliati su entrambi i fronti. Come abbiamo visto più di una volta nell’ultimo anno, Bibi non si tira indietro. E questo significa che, intenzionalmente o meno, gli Stati Uniti e il loro principale alleato mediorientale hanno oggi compiuto un primo passo fondamentale verso il ripristino della credibilità dell’Occidente.
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