Esteri

Artisti che non vogliono boicottare Israele? Arabi, iraniani, sudafricani

Gli artisti davvero coraggiosi sono quelli che pur vivendo in regimi antisraeliani, si sono fatti promotori di un rapporto pacifico con Israele, pagando a caro prezzo le loro posizioni

Già da prima delle manifestazioni e degli appelli filopalestinesi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il mondo della cultura occidentale aveva già dato prova di una certa ostilità nei confronti d’Israele: è successo ad esempio nell’autunno 2024, quando più di 1.000 scrittori hanno firmato un appello dichiarando di non voler avere alcun rapporto con le istituzioni letterarie israeliane né che i loro libri venissero pubblicati in Israele.

Prima ancora, alla Biennale d’Arte di Venezia più di 8.000 artisti avevano chiesto di escludere il padiglione israeliano.

Sebbene a questi artisti piace convincersi di essere delle voci dissidenti contro il potere, i fatti raccontano un’altra storia: spesso, gli artisti davvero coraggiosi sono stati quelli che, pur vivendo in Paesi con posizioni fortemente antisraeliane, si sono fatti promotori di un rapporto pacifico con Israele, talvolta venendo ostracizzati in patria per questo.

Gli scrittori egiziani

Un uomo che ha dato molto alla letteratura araba e che ha sostenuto la pace con Israele è lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz, ad oggi l’unico autore arabo ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Un autore che non ha esitato a prendere posizione contro il fondamentalismo islamico, e che per questo, nell’ottobre 1994, subì un attentato, quando due terroristi cercarono di ucciderlo con un coltello, ferendolo al collo, ma senza riuscirvi.

Sostenitore degli Accordi di Camp David del 1978 che stipularono la pace tra Israele e l’Egitto, secondo un articolo apparso nel 2016 sul quotidiano israeliano Jerusalem Post Mahfuz iniziò a comunicare di nascosto con dei suoi ammiratori israeliani già nei primi anni ’70.

Il suo giudizio su Israele non è sempre stato positivo: durante le due Intifade, ha criticato duramente l’operato israeliano, dichiarando che finché “la pace israelo-palestinese non sarà raggiunta, quella israelo-egiziana sarà una pace fredda, poiché non possiamo avere buoni rapporti mentre gli arabi vengono uccisi ogni giorno”. Ma anche in quei periodi, è rimasto comunque convinto fino alla fine che la pace tra l’Egitto e Israele fosse la scelta giusta.

Un altro scrittore egiziano che a suo tempo si è fatto promotore di rapporti migliori tra il suo Paese e lo Stato ebraico è l’autore satirico e teatrale Ali Salem: nell’aprile 1994, decise di compiere un viaggio di tre settimane in Israele, al quale ha dedicato il suo libro My drive to Israel. Per questa sua posizione, e per aver successivamente viaggiato altre volte in Israele, nel 1996 è stato espulso dall’associazione egiziana dei cineasti, e nel 2001 anche da quella degli scrittori. Nel 2005, senza alcuna motivazione ufficiale, le autorità egiziane gli impedirono di superare il confine per ritirare la laura ad honorem conferitagli dall’Università Ben Gurion del Negev.

Artisti arabi arrestati

Mentre gli artisti antisraeliani possono girare tranquilli dove vogliono, quelli che invece fanno capire di non odiare Israele possono essere arrestati. È successo al regista libanese Ziad Doueiri: già assistente di Quentin Tarantino e candidato all’Oscar nel 2018 per il suo film L’insulto, nel 2017 è stato arrestato a Beirut al suo rientro dalla Mostra del Cinema di Venezia. Questo perché nel 2012 era andato in Israele per girare delle scene del suo film The Attack. È stato rilasciato poco dopo, ma non senza che il suo passaporto venisse confiscato dalle autorità libanesi.

Spesso i dissidenti nei Paesi arabi che esprimono posizioni controcorrente possono essere arrestati: è il caso dello scrittore algerino Boualem Sansal, arrestato il 16 novembre 2024 e da allora rinchiuso in un carcere di Algeri per le sue critiche nei confronti della dittatura nel suo Paese.

Noto per le sue denunce del fondamentalismo islamico (nel suo romanzo distopico “2084”, immagina una dittatura fondata sull’integralismo religioso), in passato Sansal ha anche preso posizione in difesa d’Israele e contro l’antisemitismo. Motivo per cui, nel 2012, gli è stato ritirato il Prix du Roman Arabe, conferito in Francia per la letteratura araba. Il motivo del ritiro, come ha spiegato lo stesso Sansal al Corriere della Sera, è stata la sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival, oltre ad aver incontrato lo scrittore israeliano David Grossman e visitato il Muro del Pianto a Gerusalemme.

Artisti iraniani in Israele

Sebbene l’Iran sia un nemico giurato d’Israele, alcuni suoi artisti si sono schierati contro le posizioni del regime recandosi nello Stato ebraico: è quello che ha fatto l’attore iraniano-americano Navid Negahban, noto per aver recitato nella serie thriller americana Homeland (ispirata ad una serie israeliana, Hatufim). Negahban ha recitato anche in produzioni israeliane, prima nel film del 2015 Baba Joon, e poi nel 2020 nella serie televisiva Tehran.

Un altro caso è quello del regista Mohsen Makhmalbaf, il quale nel 2013 è stato ferocemente contestato in Iran per essere andato in Israele al fine di girare il suo film The Gardener e partecipare al Jerusalem Film Festival. E anche se dopo il 7 Ottobre ha criticato duramente l’operato del governo israeliano, non ha ripudiato la sua precedente decisione di recarsi nel Paese.

Scrittori europei

Anche in Europa ci sono autori che, pur essendo nati e cresciuti in famiglie musulmane, hanno dimostrato una certa vicinanza a Israele. Come lo scrittore indo-britannico Salman Rushdie, dal 1988 vittima di una fatwa, una condanna a morte per vilipendio dell’Islam, emessa nei suoi confronti da Khomeini per il suo romanzo “I versi satanici”. A causa della fatwa, nell’agosto 2022 è stato accoltellato da un estremista islamico, perdendo un occhio.

Intervistato nel maggio 2024 dal giornale tedesco Bild, Rushdie ha dichiarato:

Se ci fosse uno Stato palestinese adesso, sarebbe gestito da Hamas e avremmo uno Stato simile a quello dei talebani. Uno Stato satellite dell’Iran. È questo ciò che vogliono i movimenti progressisti della sinistra occidentale? Non ci sono riflessioni molto profonde al riguardo. C’è più che altro una reazione emotiva alle morti a Gaza. E va bene. Ma quando si scivola nell’antisemitismo, e talvolta anche nel sostegno a Hamas, allora diventa problematico.

Uno scrittore di famiglia musulmana che invece è stato premiato in Israele per il suo lavoro è l’albanese Ismail Kadare, che nel 2021 ha ricevuto il Jerusalem Prize, conferito una volta ogni due anni a scrittori che portano avanti i temi della libertà umana (e che nel 1969 è stato conferito anche ad uno scrittore italiano, Ignazio Silone). Nel discorso tenuto alla cerimonia di premiazione, Kadare ha voluto ricordare il ruolo dell’Albania nel proteggere gli ebrei durante la Shoah.

La cultura sudafricana

In precedenza, nel 1987 il Jerusalem Prize era stato conferito anche allo scrittore sudafricano e Premio Nobel per la Letteratura John Maxwell Coetzee, già un’importante attivista contro l’apartheid. Nel maggio 2016, quando ha partecipato al Palestine Festival of Literature in Cisgiordania, ha dichiarato: “Sono nato e cresciuto in Sudafrica e quindi naturalmente la gente mi chiede cosa vedo del Sudafrica nell’attuale situazione in Palestina. Usare la parola apartheid per descrivere il modo in cui stanno le cose qui non mi è mai sembrata un’azione costruttiva”.

Un’altra autrice sudafricana che ha vinto il Nobel e che è stata a suo tempo un’attivista contro l’apartheid è Nadine Gordimer. Nonostante le forti pressioni subite nel suo Paese da parte dei fautori del boicottaggio, nel 2008 la Gordimer decise comunque di andare in Israele per partecipare al Jerusalem International Writers Festival.

Oltreché nella letteratura, anche nel settore della musica ci sono artisti sudafricani che si sono rifiutati di boicottare lo Stato ebraico nonostante le pressioni nel loro Paese: come il duo rap Die Antwoord, che nel 2016 si è esibito nella città israeliana di Rishon LeZion.

Il confronto con i propal

Se gli artisti che si oppongono al boicottaggio subiscono un forte ostracismo, quelli che al contrario lo appoggiano talvolta ricevono grosse sovvenzioni. Lo dimostra il caso della regista indiana Mira Nair, fervente attivista antisraeliana nonché madre del candidato sindaco di New York Zohran Mamdani.

Secondo un’inchiesta del quotidiano New York Post, la famiglia reale del Qatar ha finanziato i film della Nair almeno dal 2009. E da giugno di quest’anno, la candidatura di Mamdani è stata ampiamente promossa sui social da Al-Mayassa bint Hamad Al-Thani, sorella dell’attuale Emiro del Qatar.

La scelta in sé di farsi sovvenzionare dal Qatar sarebbe anche legittima, se non fosse per un dettaglio: la Nair e Mamdani da un lato si presentano come progressisti e difensori dei diritti umani, dall’altro lato sono appoggiati di un Paese che criminalizza i rapporti omosessuali e tratta i lavoratori migranti in maniera deplorevole. Nel 2021, un’inchiesta del Guardian ha rivelato che nell’arco di dieci anni, più di 6.500 migranti sono morti in Qatar per costruire il sito dove si è tenuta la Coppa del Mondo del 2022.

Forse la Nair dovrebbe prendere esempio da un suo connazionale, il direttore d’orchestra indiano Zubin Mehta: questi è stato il direttore della Israel Philarmonic Orchestra dal 1977 al 2019. E anziché boicottare Israele, ha portato un vero contributo alla coesistenza fondando nel 2009 Mifneh, un programma educativo rivolto agli arabi israeliani che vogliono intraprendere una carriera musicale.

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