C’è, da parte dei sostenitori di Donald Trump, una fiducia quasi religiosa nell’operato dell’uomo che l’establishment ha cercato di fermare in ogni modo. L’uomo che ha battuto incriminazioni e schivato una pallottola, rendendosi protagonista della più grande riscossa politica della storia.
Ma questa nuova mitologia per cui Trump ha sempre ragione e “gli esperti” sempre torto (quando non sono malintenzionati), e che alla fine comunque la spunti sempre lui, rischia di accecare tutti, nullificando le capacità di autocorrezione necessarie a ogni esecutivo politico. E contrariamente all’imbattibile ottimismo MAGA, i segnali che l’amministrazione Trump sia sulla via del fallimento sono molti e allarmanti.
La politica estera
Trump ha attraversato il suo primo mandato senza grosse crisi internazionali. Nel suo secondo mandato se ne è trovate due già in corso, le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, sul groppone. Sin dalla campagna elettorale Trump si è proposto di affrontarle usando un suo particolare metodo diplomatico, che fa affidamento sulla sua prorompente personalità.
Come ha detto in un’intervista televisiva l’inviato speciale per il Medio Oriente (e segretario di Stato non ufficiale) di Trump Steve Witkoff: “Il presidente crede che la forza della sua personalità possa indurre le persone a fare le cose in un modo molto migliore”.
Trump crede insomma di poter semplicemente risolvere conflitti e crisi dicendo alle parti in causa cosa deve succedere, e che quelli non sapranno rifiutarglielo solo perché è lui. Sembra considerare i conflitti come equivoci che creano inconvenienti per la sua amministrazione. Non ne comprende le ragioni strategiche e pensa che, come un bidello a scuola, possa semplicemente dire agli scolari di smettere di menarsi e stringersi la mano. Un piano semplice, ma insufficiente nel mondo degli adulti delle relazioni internazionali. Il risultato è che nessuno lo ascolta se proprio non ci è costretto.
Hamas e Houthi
La forza della personalità di Trump sarebbe sostenuta dalla forza deterrente della “madman theory”. La “teoria del pazzo” è una strategia politica in cui un leader coltiva deliberatamente un’immagine di imprevedibilità o irrazionalità per scoraggiare gli avversari. Trump l’ha spesso usata anche nel corso della sua prima presidenza, come quando, secondo un famoso aneddoto, minacciò Putin di rappresaglia nucleare se avesse invaso l’Ucraina.
Nel secondo mandato di Trump, la teoria del pazzo è fallita sin da subito. Per esempio, Trump ha promesso fuoco e fiamme ad Hamas se non avesse liberato gli ostaggi di Gaza, e agli Houthi se non avessero smesso di attaccare navi mercantili nel Mar Rosso. Le suo minacce sono cadute nel vuoto, e ha dovuto ripiegare col trattare direttamente con Hamas e fare concessioni, dando vita ad un ciclo di scambi di prigionieri in cambio di cessate il fuoco che continua tuttora a ritardare la fine della guerra limitando le operazioni israeliane sul campo.
Trump ha cercato quindi di ricostituire un deterrente credibile bombardando gli Houthi, ma si è apparentemente stufato dopo solo un mese, arrivando ad una tregua per la quale gli Houthi hanno promesso di non colpire più navi Americane. Mentre scriviamo, le compagnie di navigazione continuano, con tutte le conseguenze economiche del caso, ad evitare il Mar Rosso. Segno che gli Houthi continuano a dominare l’accesso al canale di Suez, e che l’operazione di deterrenza di Trump è fallita.
Ucraina e Russia
Il fallimento del sistema diplomatico basato sulla personalità di Trump è ancora più evidente nel caso della guerra in Ucraina, dove Putin continua ad ignorare con la massima tranquillità richieste e avvertimenti. Malgrado questo, Trump sembra rimanere convinto che, se solo potesse incontrare Putin e guardarlo negli occhi, lo convincerebbe con la forza della sua personalità a fare quello che Putin non ha nessun interesse a fare.
“Non succederà nulla finché Putin e io non ci incontreremo”, ha detto Trump parlando alla stampa a bordo dell’Air Force One.
Questo fallace sistema di vedere le relazioni internazionali finisce inevitabilmente in due modi: o con lo scegliere la strada più facile invece che una vera soluzione, come fatto con gli Houthi, oppure con il cercare di sbloccare la situazione facendo pressioni dove si può. Il che spesso finiscono per essere gli alleati. Almeno fino a che non si stancheranno anche loro di vuote promesse e minacce senza seguito.
La guerra dei dazi
Molti commentatori ritengono che le manovre economiche dell’amministrazione Trump siano volte a riorganizzare l’economia globale in maniera da rendere l’America e l’Occidente capaci di competere con la Cina nel 21° Secolo. Se quello è l’obiettivo, in un precedente articolo ho già espresso le mie perplessità riguardo all’approccio scelto da Trump per raggiungerlo.
Da allora la situazione non è affatto migliorata. Gran parte dei successi sbandierati nelle guerre tariffarie dall’amministrazione Trump sono in realtà mezze misure per evitare che i mercati, che al Liberation Day di Trump hanno reagito malissimo, crollino dando il via ad una recessione a livello globale.
La maggior parte delle misure tariffarie annunciate da Trump nel Liberation Day sono state sospese o rimandate, ed è solo per questo che il loro impatto non si è fatto ancora sentire sull’economia.
Anche il recente accordo con la Cina per ridurre i dazi li ha solo sospesi per 90 giorni, giusto in tempo per evitare che i piccoli imprenditori americani, una constituency molto importante per Trump, rimanessero senza materie prime cinesi a buon mercato. Stesso dicasi per tutti gli altri “accordi”, che in realtà finora sono solo accordi-quadro, finora annunciati dall’amministrazione Trump.
Economia in un limbo
Il risultato è che l’economia americana rimane sospesa in un limbo, e finora della “età dell’oro” promessa da Trump non si vede l’ombra. Nel frattempo, le elezioni di metà termine sono dietro l’angolo.
Dopo l’annuncio della riduzione delle tariffe cinesi, l’indice Dow Jones è schizzato più in alto di quanto sia mai stato sotto Biden, ma questo significa solo che al momento Trump può vantare poco più della stessa economia che ha fatto perdere le elezioni a Biden.
Il “Big Beautiful Bill” di Trump, il nuovo budget che il Congresso sta cercando di passare, una volta approvato probabilmente darà una nuova botta, tipo eroina, all’economia. Ma anche lì, si tratta di un budget che aggiunge una enorme quantità di debito, cosa che nel lungo andare genererà nuova inflazione, non proprio consona a una “età dell’oro”.
La verità è che al momento i mercati sperano che Trump rinsavisca e abbandoni completamente, o in maggior parte, il Liberation Day. Se non dovesse accadere, inizieranno a riorganizzarsi in base alla nuova realtà. Il che probabilmente comporterà riduzione o re-indirizzamento dei consumi, un adattamento delle catene logistiche globali, e la de-dollarizzazione.
Il tipo sbagliato di nazionalismo
L’aperta ostilità di Trump e i suoi continui insulti stanno alienando molti degli alleati degli Stati Uniti, che già verso Trump non erano molto ben disposti, in maniera del tutto superflua, rendendo le cose più difficili per chi, nei governi stranieri, condivide le sue battaglie.
Come osservato da Eric Kauffman sulle pagine del Telegraph, Trump sembra essere passato da un nazionalismo culturale ampiamente condiviso dai conservatori di tutto il mondo occidentale, costituto dal desiderio di difendere le tradizioni occidentali e specificatamente nazionali (riguardo l’immigrazione, la religione, la storia, il sesso) contro l’estremismo globalizzante e relativizzante della sinistre, a un nazionalismo politico, fatto di pretese di suprematismo americano, che invece risulta divisivo trai conservatori e rafforza i loro rivali.
Come ha riassunto una volta il mio supervisore di dottorato, Anthony Smith, la filosofia del nazionalismo sostiene che ogni nazione ha una propria specificità che dovrebbe proteggere e sviluppare, e che un ordine mondiale pacifico si basa su nazioni libere. Chi sostiene un nazionalismo con principi si oppone ad azioni imperialiste come rivendicare un altro Paese, cancellarne la cultura o invaderlo. Solo un nazionalista egocentrico, preoccupato esclusivamente del proprio status nazionale, lo farebbe. Trump ha inizialmente ispirato i nazionalisti di principio in tutto il mondo perché si è impegnato a ridurre il potere delle élite e delle istituzioni per indebolire i confini, la memoria e le tradizioni nazionali. L’attenzione alla limitazione dell’immigrazione illegale e alla fine del regime DEI, anti-bianchi, anti-maschile e transattivista, ha avuto successo in tutto il mondo. Ma questo è cambiato quando l’amministrazione Trump si è lanciata in un’orgia di potere incentrata sull’America.
Il caso Canada
L’esempio più eclatante, ma tutt’altro che unico, di come questo finisca male sono state le recenti elezioni in Canada, nelle quali una annunciata sicura vittoria dei conservatori è finita invece col risorgere del fallimentare partito al governo, e nell’insediamento di un primo ministro “globalista” Mark Carney.
Il mondo MAGA ha scaricato la colpa sul candidato dei conservatori canadesi, Pierre Polievre, colpevole di non essere abbastanza carismatico. Ma prima che Trump iniziasse a chiamare il Canada “il 51° stato”, a parlare di annetterlo, per poi scatenare una guerra dei dazi, Polievre era avanti a Carney di 20 punti. Difficile credere che un tale vantaggio sia stato bruciato solo dalla mancanza di carisma.
È perfettamente evidente quello che è successo: come spiegato da Kauffman, invece di galvanizzare il nazionalismo culturale canadese, Trump ha mobilitato il nazionalismo politico canadese contro il suo stesso nazionalismo politico “America First”.
Il regalo del Qatar
Checché ne dicano i MAGA è assolutamente inappropriato che il presidente degli Stati Uniti accetti da un Paese, per giunta controverso benché alleato, con il quale sta conducendo delicate trattative, il “regalo” di un jet da 400 milioni di dollari. Soprattutto con l’intesa che tale jet, dopo essere stato riattrezzato a spese del contribuente, diventerà di uso privato di tale presidente (tramite una fondazione), una volta che avrà lasciato l’incarico.
Nel frattempo il figlio di Trump, Don Jr, ha aperto a Washington DC (insieme da altri investitori, molti dei quali legati al mondo delle criptovalute come David Sacks) un social club privato chiamato Executive Branch, la cui principale attrattiva sarebbe di essere frequentato dai membri dell’amministrazione di suo padre. L’iscrizione costa 500 mila dollari. Per tale cifra, chiunque abbia necessità di lobbying può avere accesso diretto alla compagnia dei membri dell’esecutivo. Di diverso rispetto a ciò che Hunter Biden faceva per Joe, qui c’è solo la sfacciataggine di farlo alla luce del sole.
Invece di traghettare l’America verso una rinnovata era di creanza che metta fine al malcostume politico, la famiglia Trump sembra aver deciso di sguazzarci dentro, andando ad intaccare lo stesso mito di Trump come del miliardario che ha rinunciato a tutto per aiutare il suo Paese, anche a costo di rimetterci.
Il prezzo del fallimento
Come già successo a Joe Biden, la retorica del salvatore della patria, per quanto difesa con le unghie e con i denti dai propri partigiani, non può reggere per sempre. Un’economia in bilico, una politica estera inconcludente, perplessità e impopolarità tra gli alleati, e un atteggiamento da élite di un impero decadente internamente, sono nodi che prima o poi vengono al pettine.
Chi ha interesse che Trump abbia successo, farebbe bene ad abbandonare trionfalismi, illusioni, e scuse, e iniziare analisi e dibattiti basati sui fatti. Un fallimento dell’”esperimento Trump”, riporterebbe le élite dell’establishment al potere in una maniera che non credo gli farebbe piacere.
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