Francesca Albanese è forse l’unica funzionaria delle Nazioni Unite il cui curriculum sembra una lettera di diffida firmata dal Simon Wiesenthal Center. Eppure, continua ad imperversare, imperterrita, indifferente ai fatti, alla decenza e persino agli standard professionali più elementari. Ma finalmente gli Stati Uniti hanno detto ciò che andava detto due anni fa: “basta”.
Secondo il Washington Free Beacon, Washington ha chiesto formalmente al segretario generale dell’Onu la rimozione di Albanese, con una dichiarazione del Dipartimento di Stato e una lettera diplomatica. Foggy Bottom non chiede un rimprovero. Non un monito formale. La rimozione.
Le accuse degli Usa
Gli americani l’accusano di antisemitismo, apologia del terrorismo e di usurpazione di titolo, per essersi spacciata per avvocata pur non essendolo. Albanese si è presentata più volte come “lawyer” o “international lawyer” nei suoi profili ufficiali, sui canali social e persino nella domanda inviata all’Onu nel 2021, lasciando intendere di aver superato l’esame di Stato e di essere abilitata alla professione.
Tuttavia, in una recente intervista a Vanity Fair, ha ammesso: “Non ho sostenuto l’esame per diventare avvocata, perché non lo sono”. Si sarebbero potute aggiungere anche accuse di vandalismo intellettuale, ma il Dipartimento di Stato ha mantenuto un tono diplomatico.
La lettera elenca contenuti che in qualunque università basterebbero a far espellere un laureando, a meno che non li si mascheri da antisionismo e li si accompagni con un link ad Amnesty International.
Albanese ha accusato Israele di genocidio a Gaza, ha minacciato le aziende di responsabilità legale per “profitti dall’apartheid” e ha utilizzato i canali social con la moderazione di un attivista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) al primo anno durante la settimana degli esami.
Dopo il 7 Ottobre, nei suoi commenti non c’è traccia degli ostaggi israeliani uccisi, stuprati e rapiti. Ha però trovato il tempo per fare la lezione alle vittime sul “diritto internazionale” e sulle “cause profonde della violenza”. A quanto pare, anche il massacro di ebrei nel sonno o durante un concerto ha una nota a piè di pagina nella Convenzione di Ginevra.
Almeno la chiarezza morale
L’intervento americano è tanto raro quanto netto. Per decenni, Washington ha tollerato il degrado morale delle Nazioni Unite sul dossier Israele. Questa volta ha agito – con chiarezza, e per iscritto.
Il presidente Donald Trump è noto per la sua franchezza, e su questo punto la sua amministrazione ha parlato con rigore morale. Albanese, sottolinea la lettera, non è semplicemente faziosa. È un pericolo istituzionale: usa la piattaforma dell’Onu per normalizzare l’antisemitismo e delegittimare lo Stato ebraico.
Ovviamente, non succederà nulla. Albanese risponde al Consiglio per i Diritti Umani, dove regimi canaglia giudicano le democrazie. Il segretario generale non ha il potere di licenziarla. In altre parole, è intoccabile, come un pari ereditario, ma al servizio dell’ossessione anti-Israele. I portavoce dell’Onu hanno bofonchiato qualcosa su vincoli procedurali, come se si trattasse di una disputa per un parcheggio a Ginevra.
Eppure, il gesto conta. Traccia una linea netta tra critica e complicità. Tra dire “non siamo d’accordo con lei” e dire “lei lì non ci deve stare”. Per troppo tempo le democrazie liberali hanno fatto spallucce mentre le tribune dell’Onu venivano affidate a ideologi che non supererebbero nemmeno un test di imparzialità, figuriamoci uno di sicurezza. Albanese è la peggiore, ma non l’unica. È semplicemente quella che è stata beccata a spacciare le veline di Hamas per pareri giuridici.
Israele, dal canto suo, si è abituato a questo circo. Ma non dovrebbe. Nessuna nazione dovrebbe. L’architettura morale dell’Onu, per quanto fragile, non era pensata per offrire legittimità globale agli apologeti del genocidio. Eppure, eccoci qui, con Albanese che sventola la bandiera dell’Onu mentre tratta il terrorismo come resistenza e l’autodifesa ebraica come un crimine.
I sionisti dicono spesso di non aspettarsi equità, ma almeno chiarezza. Gli Stati Uniti ora hanno offerto entrambe. La chiarezza della condanna. L’equità della richiesta che chi parla a nome dell’Onu rispetti almeno gli standard minimi di verità e integrità.
Francesca Albanese è ancora Relatrice Speciale. Ma ora, almeno, è ufficialmente “speciale”, com’è speciale una voce segnalata al dipartimento risorse umane per grave scorrettezza professionale.
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