Esteri

Il caso delle Isole Chagos e perché Trump ha silurato l’accordo di Starmer

Il presidente Usa denuncia l'errore strategico di Londra che mette a rischio la base di Diego Garcia. I Paesi seri non cedono territori militari cruciali per seguire mode diplomatiche

Trump Starmer (White House)

La cessione delle Isole Chagos sta arrivando al suo momento della verità. Quella che Sir Keir Starmer aveva presentato come una semplice operazione di riordino diplomatico si è trasformata in una crisi crescente di strategia, diritto costituzionale e competenza politica.

La decisione del primo ministro di cedere il Territorio Britannico dell’Oceano Indiano a Mauritius, riottenendo in affitto la base militare di Diego Garcia, entra ora in rotta di collisione con la House of Lords, l’irritazione americana e con la diffusa sensazione che il governo sia caduto in una trappola creata con le proprie mani.

Le iniziative del Great British PAC

Contro questo errore di giudizio si è formata una resistenza piccola ma determinata. Il Great British PAC, il political action committee presieduto dal leader di Advance UK Ben Habib, ha compreso fin dall’inizio che la questione andava ben oltre il simbolismo post-coloniale. Ha trattato il trasferimento proposto come un problema di sicurezza nazionale e di legittimità democratica.

Il PAC ha finanziato il ricorso legale per conto dei chagossiani esclusi dai negoziati, ha mobilitato l’opinione pubblica e ha costretto deputati e lord a riesaminare un accordo che il governo sperava di far passare senza ostacoli. Soprattutto, il PAC ha svolto un ruolo decisivo nell’organizzare la formazione di un governo chagossiano in esilio, offrendo per la prima volta agli isolani sfollati una voce politica coerente. Quella che sembrava una modifica territoriale marginale è diventata una causa con volti umani e conseguenze costituzionali.

Lo stop della Camera dei Lord

La Camera dei Lord si è dimostrata più vigile di quanto Downing Street si aspettasse. Quando il disegno di legge attuativo è arrivato a Westminster, i pari lo hanno sottoposto a un esame rigoroso e hanno inflitto al governo una serie di sconfitte.

Alcuni emendamenti hanno richiesto trasparenza sulle ingenti somme promesse a Mauritius. Altri hanno cercato garanzie solide per i diritti dei chagossiani e un controllo parlamentare più chiaro sugli accordi futuri. Una mozione di rammarico ha avvertito che l’intesa rischiava di danneggiare la relazione di sicurezza con gli Stati Uniti. Il governo è stato ripetutamente battuto.

Anche se i Lord non possono bloccare definitivamente la legge, hanno costretto la Camera dei Comuni ad affrontare la questione apertamente. Il governo ora si affanna a cancellare quelle modifiche e a far approvare il provvedimento prima che l’opposizione si rafforzi ulteriormente.

Il dietrofront dell’Onu

Mentre a Westminster cresceva la crisi, le istituzioni internazionali hanno aggiunto un ulteriore livello di ironia. Le Nazioni Unite hanno votato contro la cessione, richiamando la volontà espressa dal popolo chagossiano e la mancanza di una consultazione popolare in merito. È un rimprovero imbarazzante per un governo che aveva rivendicato autorità morale proprio dall’Onu.

L’intera vicenda nasce da un parere consultivo della Corte internazionale di giustizia, poi approvato da una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu, secondo cui l’UK avrebbe dovuto porre fine alla propria amministrazione del territorio coloniale.

Il governo laburista ha trattato quel parere come un ordine vincolante. Ora la stessa Onu lamenta che l’accordo proposto ignora gli interessi di coloro che ne sono maggiormente coinvolti. Il ragionamento giuridico che ha creato il problema è tornato indietro per condannare la soluzione.

La base di Diego Garcia

Dopo sollecitazioni da parte del Great British PAC, sulla vicenda è intervenuto il presidente Donald Trump. Con un post su Truth, ha definito il trasferimento un “atto di grande stupidità” e ha avvertito che gli alleati non regalano con leggerezza asset sui quali dipende la sicurezza americana. Il suo linguaggio è stato poco diplomatico, ma la sostanza ha colpito nel segno. Diego Garcia non è una pittoresca scogliera corallina. È una delle installazioni militari più importanti del dispositivo militare Usa, e Washington lo sa bene.

L’atollo si trova al centro dell’Oceano Indiano, a portata di Medio Oriente, Africa orientale e Asia meridionale. Dalle sue piste operano aerei di sorveglianza, hub logistici navali e strutture in grado di supportare bombardieri con capacità nucleare.

In ogni grande crisi dell’ultimo mezzo secolo, dalle guerre del Golfo alle attuali tensioni con l’Iran, Diego Garcia ha garantito a Stati Uniti e Regno Unito raggio d’azione immediato e flessibilità operativa. Le truppe e gli equipaggiamenti americani dislocati a Diego Garcia offrono opzioni che poche altre basi possono eguagliare. Quel valore strategico dipende da una sovranità chiara e da una certezza giuridica indiscussa.

Il Trattato di Pelindaba

Sono proprio queste certezze a essere messe in pericolo dal passaggio di mano. Mauritius è parte del Trattato di Pelindaba, che istituisce l’African Nuclear Free Zone. Diego Garcia è rimasta fuori da quel quadro perché territorio britannico destinato a scopi di difesa congiunta. Trasferire la sovranità renderebbe confusa quell’eccezione.

I funzionari mauriziani promettono che la base continuerebbe a operare come prima, ma i trattati evolvono e i venti politici cambiano. Attivisti potrebbero contestare la presenza di velivoli con capacità nucleare. Futuri governi potrebbero reinterpretare gli obblighi assunti. L’autorità lineare che ha protetto le operazioni per decenni verrebbe sostituita da livelli di dubbio diplomatico e legale.

Il governo laburista sostiene che un contratto di affitto per 99 anni offra tutta la sicurezza necessaria. La storia insegna il contrario. Gli affitti dipendono dalla buona volontà e dalla continuità politica. La sovranità, invece, dura nel tempo. Gli Stati Uniti hanno costruito la loro postura nell’Oceano Indiano partendo dal presupposto che la Gran Bretagna controllasse pienamente il territorio.

Trasformare quel fondamento in un complesso rapporto tra locatore e conduttore introduce rischi proprio mentre la regione diventa più instabile. La Cina amplia la propria presenza navale. L’Iran cerca nuove leve di influenza. L’Oceano Indiano è tornato al centro della strategia globale, e la Gran Bretagna propone di ridurre il proprio ruolo regionale.

La resa dei conti

Il comportamento del governo laburista in tutta questa vicenda è stato un esempio di leggerezza diplomatica. I ministri hanno negoziato in segreto, hanno trattato la consultazione come un fastidio e hanno dato per scontato che le preoccupazioni americane potessero essere placate con rassicurazioni di rito. Hanno descritto i critici come nostalgici dell’impero, ignorando gli argomenti concreti dei comandi militari e le rivendicazioni emotive dei chagossiani.

Ora si trovano di fronte a resistenze parlamentari, attivismo organizzato e a un pubblico rimprovero della Casa Bianca.

Ancora oggi esiste la possibilità di fermarsi. Il governo potrebbe riaprire le discussioni per ottenere garanzie più solide, dialogare seriamente con i rappresentanti chagossiani che un tempo ha liquidato con superficialità e ricostruire un sostegno bipartisan in patria. Invece sembra determinato a forzare l’approvazione del disegno di legge alla Camera dei Comuni, scambiando una vittoria procedurale per saggezza strategica.

La Gran Bretagna ama presentarsi come un Paese serio con responsabilità globali. I Paesi seri non cedono territori militari cruciali per seguire mode diplomatiche. Non mettono sotto una nube giuridica le basi di una installazione con capacità nucleare, né rischiano alleanze in un momento di crisi internazionale. L’affare delle Chagos è diventato un banco di prova per capire se questo governo sappia distinguere tra gesto simbolico e autentica arte di governo.

Il momento della resa dei conti è arrivato. Il Parlamento dovrebbe ascoltare gli avvertimenti dei Lord, del Great British PAC, del governo chagossiano in esilio e perfino di un presidente americano dai modi bruschi. La sovranità, una volta ceduta, raramente ritorna. Diego Garcia merita qualcosa di meglio che essere barattata per un applauso alle Nazioni Unite. E lo stesso vale per l’interesse nazionale.

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