Esteri

Il sovranismo trumpiano spiegato da Trump

Il recupero delle leve della sovranità: la frontiera delimita una giurisdizione. La giurisdizione stabilisce chi decide. La capacità economica e tecnologica e la forza militare determinano le opzioni disponibili

Trump Onu (screenshot Foxnews)
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Il discorso del presidente Donald Trump alla 81ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite è un manifesto sovranista per il XXI secolo. Sarebbe però sbagliato leggerlo come una nuova professione di America First. Trump ha fatto qualcosa di più interessante: ha esposto una teoria della sovranità.

Non l’ha naturalmente chiamata così. Trump non ha il vizio europeo di trasformare una decisione politica in un seminario. Ma l’architettura del discorso è inequivocabile. Frontiere, immigrazione, giurisdizione internazionale, Intelligenza Artificiale, Iran, superiorità militare: cambiano gli oggetti, resta costante la domanda. Chi decide?

Una teoria della sovranità

È la domanda costitutiva della sovranità. Jean Bodin la chiamava puissance absolue et perpétuelle de la République; Thomas Hobbes costruì il Leviatano precisamente per individuare un potere dal quale non fosse possibile appellarsi a un altro potere; tre secoli dopo, Carl Schmitt la ridusse alla formula, diventata celebre e pericolosamente efficace, secondo cui sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione. Trump offre una versione assai meno filosofica e molto americana dello stesso problema. Sovrano è chi controlla le leve del potere.

È una concezione quasi scandalosa per la cultura politica formatasi dopo il 1989, che ha progressivamente separato la sovranità dal potere. Con l’internazionalismo liberale si sono introdotti nel discorso pubblico sovranità condivisa, pooled sovereignty, governance multilivello, interdipendenza, ordinamenti sovrapposti.

Formule spesso intelligenti, alcune persino necessarie, dalle quali è però derivata una curiosa superstizione: che distribuendo il potere se ne potesse abolire la natura. Francis Fukuyama aveva annunciato la fine della storia; i suoi epigoni amministrativi si sono portati avanti con il lavoro e hanno tentato di abolire anche la geografia.

Migranti e confini

Trump rimette entrambe al loro posto. Il passaggio sull’immigrazione va letto in questa chiave. La discussione pubblica tende a cominciare dal migrante: i suoi diritti, le ragioni della partenza, il contributo economico, il dovere di accoglienza. Trump comincia dallo Stato. Prima di stabilire quale politica migratoria sia desiderabile occorre sapere chi possieda il titolo per determinarla.

La frontiera, in questa costruzione, non è una linea sulla carta geografica e neppure un simbolo identitario. È il luogo nel quale la pretesa dello Stato al monopolio territoriale diventa verificabile. La distinzione è meno rozza di quanto piaccia credere ai suoi avversari.

Un governo può adottare la legislazione migratoria più severa del mondo; se non dispone della capacità amministrativa e coercitiva per applicarla, possiede una competenza giuridica priva del corrispondente potere materiale. È il problema che gli economisti riconoscerebbero come distanza fra de jure institutions e de facto power. Trump non adopera questo lessico. Ha il vantaggio di non averne bisogno.

La fonte della giurisdizione

La stessa teoria spiega l’attacco alla Corte penale internazionale. Gli Stati Uniti non hanno ratificato lo Statuto di Roma, circostanza che il dibattito europeo riesce talvolta a trattare come un fastidioso dettaglio procedurale. Non lo è. Il conflitto riguarda precisamente la fonte della giurisdizione.

La Corte fonda in determinate circostanze la propria competenza sulla territorialità; Washington oppone il mancato consenso dello Stato di nazionalità. Dietro la controversia tecnica compare di nuovo la domanda trumpiana: chi possiede l’ultima parola sull’esercizio del potere coercitivo nei confronti di un cittadino americano?

Si può dare una risposta diversa da quella di Trump. Bisogna però prima accettare la domanda, ed è proprio la domanda che una certa retorica globalista preferisce rendere moralmente sospetta. È un espediente antico: quando non si vuole discutere dove risieda il potere, si discute della virtù di chi pretende di esercitarlo.

L’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale porta la teoria fuori dal territorio tradizionale del diritto pubblico. Qui Trump coglie un fatto che l’Europa, con la sua passione regolatoria, ha scoperto piuttosto tardi: la sovranità ha una funzione di produzione. Occorrono capitale, energia, semiconduttori, capacità computazionale, infrastrutture, proprietà intellettuale e competenze. La dipendenza da fornitori esterni per questi fattori restringe l’insieme delle scelte politicamente disponibili esattamente come una dipendenza militare.

Albert Hirschman lo aveva capito già nel 1945: l’interdipendenza economica produce potere quando è asimmetrica. Ottant’anni dopo abbiamo inventato l’espressione weaponized interdependence e siamo molto soddisfatti della scoperta.

Trump ne trae una conclusione elementare. Se l’AI sarà uno dei principali moltiplicatori della produttività, della capacità militare e della superiorità scientifica americana, il suo controllo appartiene alla politica di potenza. Affidarne le condizioni di sviluppo a una governance sovranazionale significherebbe trasferire una quota del potere che quella tecnologia genera. È la ragione per cui la disputa sulla regolazione dell’Intelligenza Artificiale, apparentemente tecnica, è già una disputa costituzionale su scala internazionale.

Internazionalismo sovranista

A questo punto diventa comprensibile anche ciò che nel trumpismo viene normalmente presentato come una contraddizione: il presidente che detesta le guerre e adora la forza militare. Non c’è bisogno di scomodare Machiavelli. Basta Thomas Schelling. La forza produce utilità politica ben prima di essere impiegata, purché l’avversario ritenga credibile la possibilità del suo impiego. La portaerei che non spara può ottenere più della portaerei che spara. Trump concepisce la superiorità militare americana esattamente in questi termini: non come preludio necessario alla guerra, ma come capitale negoziale.

È qui che la definizione di Trump come isolazionista perde quasi ogni capacità esplicativa. L’isolazionismo americano storico voleva tenere la Repubblica lontana dalle contese del Vecchio Mondo. Trump vuole che il Vecchio Mondo paghi il conto. Sono programmi piuttosto diversi. Iran, Nato, sicurezza dell’Emisfero occidentale appartengono alla medesima economia del potere.

Gli impegni internazionali vengono sottoposti a un calcolo di utilità; le alleanze devono produrre sicurezza marginale; la deterrenza deve modificare gli incentivi dell’avversario; la prossimità geografica torna a determinare la gerarchia degli interessi. La Dottrina Monroe riappare così non perché Trump abbia improvvisamente sviluppato una passione antiquaria per John Quincy Adams, ma perché le grandi potenze non hanno mai veramente creduto che la geografia fosse stata abrogata. Soltanto gli europei avevano preso sul serio il delirio multilateralista.

Il sovranismo trumpiano, dunque, non coincide con l’autarchia e neppure con il ritiro dall’ordine internazionale. Somiglia piuttosto a ciò che la letteratura recente definisce sovereigntist internationalism: cooperazione internazionale senza accettazione automatica della sovraordinazione istituzionale. Le istituzioni restano utili finché consentono agli Stati di conseguire risultati che unilateralmente costerebbero di più; cessano di essere neutrali quando acquisiscono preferenze proprie e pretendono di sottrarre determinate decisioni al processo politico nazionale.

Qui Trump incontra James Buchanan. Un vincolo istituzionale non è gratuito soltanto perché viene chiamato cooperazione. Produce benefici e costi, distribuisce potere, crea principal-agent problems, genera burocrazie dotate di incentivi propri. L’internazionalismo liberale ha avuto la singolare fortuna intellettuale di poter descrivere per decenni ogni nuova istituzione come un aumento della cooperazione e quasi mai come una redistribuzione dell’autorità. Trump rompe questo incantesimo semantico. Chiede chi guadagna potere e chi lo perde.

Per l’Europa la domanda è particolarmente indiscreta. I 27 hanno costruito un modello nel quale la capacità normativa è cresciuta molto più rapidamente della capacità strategica. L’Unione europea possiede un considerevole potere regolatorio, ma dipende ancora dagli Stati Uniti per una parte essenziale della propria sicurezza, dall’estero per numerose tecnologie critiche e da catene globali del valore sulle quali esercita un controllo incompleto. Si può chiamare tutto questo interdipendenza, ed è corretto. Il problema comincia quando l’interdipendenza è asimmetrica e qualcuno dall’altra parte scopre di possedere l’interruttore.

La sovranità trumpiana

È precisamente l’interruttore che interessa a Trump. La sua teoria della sovranità può quindi essere condensata senza ricorrere al vocabolario del nazionalismo romantico. Sovranità è capacità di scelta sotto vincolo. Più uno Stato controlla le risorse necessarie all’esecuzione delle proprie decisioni, maggiore è l’insieme delle alternative che può realisticamente scegliere. Più dipende dalla volontà altrui, più quell’insieme si restringe. Il diritto continua a stabilire chi sia formalmente sovrano; l’economia politica stabilisce quanto quella sovranità valga.

Naturalmente Trump si espone così a un criterio di giudizio assai più severo di quello applicabile alla retorica. Chi definisce il potere attraverso la capacità deve produrre capacità. Chi fonda la deterrenza sulla credibilità non può moltiplicare minacce senza conseguenze. Chi reclama autonomia deve essere disposto a sostenerne i costi. Il sovranismo, preso sul serio, è costoso. È proprio per questo che per molti governi risulta assai più conveniente celebrarlo nei discorsi.

Ma il merito intellettuale del discorso all’Onu sta altrove. Trump ha preso concetti che il linguaggio politico contemporaneo aveva ricoperto di eufemismi e li ha riportati alla loro funzione. La frontiera serve a delimitare una giurisdizione. La giurisdizione serve a stabilire chi decide. La capacità economica e tecnologica determina quali decisioni siano possibili. La forza protegge lo spazio entro il quale quelle decisioni possono essere prese.

Al consesso delle Nazioni Unite, il POTUS ha rimesso le cose al proprio posto: viene prima il sostantivo e dopo l’aggettivo.

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