Prosegue il travagliato parto della missione di Marina Militare ad Hormuz. Travaglio che abbiamo seguito, a partire dalle prime dure risposte di Trump; attraverso un primo sconsiderato intervento del ministro Crosetto, seguito dalle penultime dure risposte di Trump; per poi giungere a nuove considerazioni dello stesso Crosetto e del segretario Rubio.
Il secondo Crosetto
Sul tema si sono incentrati i due incontri di Rubio, prima con Tajani e poi con Meloni. A seguito dei quali, dei prossimi passi di Meloni i giornali offrono versioni discordanti: da una parte Corriere e Messaggero, che descrivono una Meloni in procinto di dichiarar guerra ai perfidi Yankee; dall’altra Repubblica, molto più cheta. Non volendo noi credere che un impulso politicamente suicida abbia colto il governo, siamo propensi a dar retta alla seconda versione.
D’altronde, già avevamo posto attenzione alle seconde parole del ministro Crosetto, pronunciate a L’Aquila e stavolta ponderate, dalle quali avevamo appreso: (i) che ci sono navi che dovranno andare a Hormuz; (ii) che ci vanno per evitare una crisi economica; (iii) che le operazioni saranno di sminamento e sicurezza della navigazione; (iv) che Marina Militare è pronta.
Il terzo Crosetto
Il ministro è tornato sul tema, stavolta a Genova, in occasione della partenza di Nave Amerigo Vespucci per Baltimora, New York e Boston (!) … dove va a festeggiare i 250 anni della indipendenza americana (!!). Secondo un programma annunciato lo scorso settembre, ma oggi quanto mai delicato. Non guasta che la Nave arrivi a Baltimora non prima del 25 giugno … tempo sufficiente perché il nostro governo rimedi ai casini sin qui combinati.
Lì, Crosetto ha speso parole eventualmente promettenti:
Sono contento di potere essere il 4 e 19 luglio a New York a festeggiare con gli Stati Uniti attraverso uno dei più belli dei nostri simboli, i 250 anni di dipendenza degli Stati Uniti d’America. In un momento nel quale sembra che le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti non siano buone, noi ricordiamo che le relazioni sono tra popoli … E quando io penso agli Stati Uniti, vedete, io non penso né a Trump, né a Obama, né a Biden, né a Bush: penso alle croci di soldati americani di cui è disseminata l’Italia, i giovani americani che vennero qua senza nemmeno sapere dov’era l’Italia, morirono qua e sono seppelliti qua. E quei legami non si possono cancellare. Quel debito di riconoscenza non si cancella nelle menti e nelle anime degli uomini con la U maiuscola … il nostro rapporto con gli Stati Uniti è profondo, è perenne e supererà qualunque tipo di tempesta.
Curiosamente, proprio quel debito di riconoscenza cui ha fatto riferimento l’ultima dura risposta di Trump:
l’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese.
Scriviamo eventualmente promettenti perché potrebbero rappresentare solo un vuoto artificio retorico, di per sé e se non accompagnate da nuovi elementi di sostanza: nuovi, rispetto a quelli che già ci sono (cieli e basi aperte, veto a sospensione accordo commerciale, non riconoscimento Stato Palestina, niente accordi Hormuz con Iran) ma che, evidentemente, a Trump non bastano: Trump vuole anche le navi.
Fissarsi in testa ciò che chiede Rubio
Trump vuole le navi. E ci fa davvero piacere che Repubblica abbia colto due elementi che già indicammo: (a) che la crisi “nasce dalla guerra contro Teheran” … e non dalla difesa di Sua Santità Papa Leone, il quale nella nostra vicenda c’entra come il cavolo a merenda; (b) che “lo scopo della missione del segretario di Stato non era quello di ricucire … ma, piuttosto, di ribadire i motivi dell’insoddisfazione e le condizioni per superarla”. Rubio è venuto per avere le navi.
Due constatazioni evidenti, che troppa parte degli osservatori hanno nascosto per settimane (oppure non hanno capito per settimane, che sarebbe pure peggio).
Benevolmente interpretando Meloni
E ci fa davvero piacere che la stessa Repubblica abbia suggerito come la resistenza meloniana non riguardi più se inviare le navi, bensì qualcos’altro.
Trump vuole un’operazione a guida statunitense. Il grosso del vecchio continente si oppone. Il governo di Roma sembra orientato a fare blocco con i partner Ue. Spinge per una missione multilaterale larga, che non rischi di finire ostaggio delle bizze dell’inquilino della Casa Bianca … È questo il nocciolo della distanza tra Roma e Washington, dopo la visita di Marco Rubio nello Stivale.
Tale qualcos’altro non può riguardare il comando della prossima missione. In proposito, già avevamo riferito le istruzioni inviate da Rubio alle proprie ambasciate, che prevedono coordinamento diplomatico a Rubio stesso e coordinamento militare a Centcom (cioè a Usa). Il che ci pare logicamente inevitabile e non vogliamo credere che Meloni non lo capisca. Né vogliamo credere che ella faccia le bizze perché preferisce dare le nostre navi ad un comando francese, piuttosto che americano.
Tale qualcos’altro deve riguardare il compito operativo specifico e le regole d’ingaggio, assegnati alle nostre navi: in una parola, la loro missione. A mero titolo di esempio, il comando militare americano non potrà ordinare loro di bombardare a freddo un porto iraniano, bensì dopo che da quel porto saranno usciti mezzi che hanno attaccato un convoglio della missione … e tanti altri dettagli di questo genere. Dettagli, ai quali vogliamo immaginare Marina Militare e US Navy stiano già dedicando le proprie congiunte attenzioni.
Quanto alla larghezza della missione (quanti alleati vi prenderanno parte?), già dicemmo che di vere Marine Militari al mondo non ce ne è poi tante: quindi, avremo modo di far pesare pruderie a noi specifiche (che non sono poi tanti ricordando come, nel 2012, bombardammo un porto somalo).
Benevolmente interpretando Crosetto
È alla luce di tali considerazioni, che tendiamo ad interpretare le citate dichiarazioni del ministro Crosetto come eventualmente promettenti. Trascurandone altre, quali la seguente:
“Io mi auguro che partiranno: perché vorrebbe dire che c’è la pace a Hormuz, che può riprendere la navigazione e che c’è bisogno di una coalizione internazionale che lo consenta nei tempi più rapidi possibili”
Ove spicca la illogica anteposizione di una “pace a Hormuz” alla partenza di una missione militare che consenta tale pace. In tale successione, semmai, sarebbe la pace ad rendere possibile la (a quel punto inutile) partenza delle navi.
Una benevola interpretazione che ci sentiamo di osare, anche alla luce dell’escludere, nelle parole del ministro, che gli Usa riducano la propria presenza in Italia: “Dai frutti li riconosceremo”. Un atteggiamento che vogliamo immaginare non essere dovuto a superficialità o sottovalutazione del rischio (che è reale, come han molto ben spiegato sia Rubio, che Trump).
Benevolmente interpretando Tajani
Parimenti, siamo propensi a utilizzare tali informazioni per rileggere le dichiarazioni ufficiali del ministro Tajani:
È necessaria una tregua consolidata e un quadro di intese internazionali. Non vogliamo certo entrare in guerra, ma faremo tutto il necessario per garantire il rispetto del diritto internazionale dei mari.
In proposito, già avevamo riferito che Rubio giungeva a Roma con una tregua; come da lui precisamente ribadito prima di ripartire da Roma. E non vogliamo credere che Meloni abbia l’ardire di non considerala consolidata. Mentre notiamo con piacere come l’espressione quadro di intese internazionali sia significativamente diversa da missione multilaterale; nonché tale da potersi riferire: non più alla famigerata coalizione macroniana-starmeriana, bensì al compito operativo specifico e alle regole d’ingaggio, come detto.
Tutti in Parlamento
Se sia giusta la cauta interpretazione di Repubblica, anziché quella suicida proposta da Corriere e Messaggero, se sia giustificata la nostra benevola interpretazione delle parole di Crosetto e Tajani: lo scopriremo mercoledì. Mercoledì mattina presto, quando i due ministri interverranno avanti le Commissioni riunite Affari esteri e Difesa di Camera e Senato; mercoledì pomeriggio, quando Meloni verrà in Senato per 9 o 10 interrogazioni a risposta immediata.
Auspicabilmente, Lorsignori profitteranno dell’occasione per indicare al Parlamento una missione che non specifichi né comando militare (limitandosi a dire “anche non nazionale”), né auto-lesioniste regole di ingaggio (limitandosi a dire “esclusa la prima aggressione”), né forma esatta del cessate-il-fuoco (limitandosi a dire “assenza di formale stato di guerra fra le nazioni”). Nonché di dimensione decorosa (minimo due dragamine, una nave logistica, una FREMM o meglio due e non a rotazione). Nonché una data prossima per la risoluzione parlamentare.
Conclusioni
Insomma noi, non volendo credere che un impulso politicamente suicida abbia colto il governo, vogliamo interpretare quanto più benevolmente i recenti fatti e sparse parole dei nostri ministri e primo ministro.
Mercoledì sapremo se le nostre navi andranno ad Hormuz; oppure, in difetto, se il comando della VI Flotta sarà traslocato ad Atene e l’Amerigo Vespucci accolta a pomodori in faccia. Vivamente tifiamo per il primo esito.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi seguire Nicolaporro.it su Google visitando questa pagina e cliccando ‘Segui su Google“


