Per anni abbiamo raccontato l’Intelligenza Artificiale come una rivoluzione accessibile a tutti. Bastava una connessione internet e chiunque poteva utilizzare i migliori modelli del mondo. Le imprese costruivano applicazioni su infrastrutture americane, gli sviluppatori sperimentavano modelli cinesi open source e l’Europa osservava, convinta che il mercato avrebbe garantito un accesso permanente alle tecnologie più avanzate.
Da prodotto commerciale a infrastruttura strategica
Quella stagione sta finendo. Gli Stati Uniti hanno già dimostrato che i modelli di frontiera possono diventare oggetto di decisioni governative quando entrano in gioco interessi di sicurezza nazionale.
La temporanea limitazione all’accesso ai modelli più avanzati di Anthropic ha rappresentato un precedente importante: non conta tanto la durata della misura, quanto il principio che ha affermato. Se una capacità tecnologica viene considerata strategica, il suo utilizzo può essere regolato dallo Stato.
Ora anche la Cina sembra muoversi nella stessa direzione. Secondo Reuters, Pechino starebbe valutando restrizioni all’accesso internazionale dei futuri modelli di frontiera sviluppati dalle principali aziende cinesi. Le modalità sono ancora oggetto di discussione e nessuna decisione definitiva è stata adottata.
Ma il messaggio è già chiaro: anche per la leadership cinese l’Intelligenza Artificiale non è più soltanto un prodotto commerciale. È una risorsa strategica nazionale.
Non dovrebbe sorprenderci. L’Intelligenza Artificiale non è più assimilabile a un normale software. È una tecnologia dual use, destinata a incidere contemporaneamente sulla competitività economica e sulla sicurezza nazionale. È destinata a rafforzare la cybersecurity, accelerare l’analisi di intelligence, migliorare la pianificazione militare, supportare i sistemi autonomi, interpretare immagini satellitari e rendere più efficienti le capacità decisionali di governi e forze armate.
In altre parole, è destinata a diventare una delle infrastrutture strategiche del XXI secolo. Per questo motivo Washington protegge le tecnologie più sensibili. Per lo stesso motivo Pechino vuole evitare che il proprio vantaggio tecnologico possa essere sfruttato liberamente all’estero.
E l’Europa? E l’Italia?
Il problema non sono gli Stati Uniti né la Cina. Il problema siamo noi. Mentre il mondo si muove su questo terreno, in Italia e in Europa c’è ancora chi resta fermo su dibattiti del passato, come quello sull’euro sì o euro no, completamente scollegati dalle vere sfide strategiche del nostro tempo.
L’Europa continua ad affrontare il tema dell’Intelligenza Artificiale quasi esclusivamente attraverso la lente della regolazione. L’AI Act affronta questioni importanti come trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti fondamentali. Sono temi essenziali in una democrazia liberale. Ma nessuna regolazione può sostituire la capacità di produrre tecnologia.
Gli stessi errori
Si può essere i migliori regolatori del mondo e, allo stesso tempo, dipendere completamente da modelli sviluppati altrove. È un errore che abbiamo già commesso. Abbiamo costruito una dipendenza energetica pensando che il mercato avrebbe garantito forniture sempre disponibili. Abbiamo scoperto troppo tardi quanto fosse fragile quella convinzione.
Abbiamo trascurato la produzione di semiconduttori, salvo renderci conto, durante la crisi globale delle catene di approvvigionamento, che senza chip non funzionano automobili, ospedali, telecomunicazioni e industria.
Abbiamo delegato la lavorazione delle terre rare ad altri Paesi, salvo accorgerci che la transizione tecnologica dipende da materie prime controllate quasi interamente all’estero. Ripetere lo stesso schema sull’Intelligenza Artificiale sarebbe un errore ancora più grave.
L’Italia non parte da zero
L’Italia, però, non parte da zero. Disponiamo del supercomputer Leonardo, del progetto IT4LIA AI Factory, di università competitive, di centri di ricerca riconosciuti a livello internazionale e di aziende che stanno investendo seriamente nello sviluppo di modelli linguistici. Domyn ha annunciato l’obiettivo di realizzare uno dei primi modelli europei di frontiera. Fastweb e Almawave hanno già dimostrato che anche nel nostro Paese esistono competenze industriali concrete.
La sovranità tecnologica
Questi tasselli, tuttavia, non bastano. Serve una scelta politica. L’Italia dovrebbe promuovere una vera iniziativa nazionale sull’Intelligenza Artificiale di frontiera, coinvolgendo università, imprese, centri di supercalcolo, industria della difesa e amministrazioni pubbliche. Dovrebbe attrarre i migliori ricercatori italiani oggi all’estero, finanziare l’acquisto delle GPU necessarie all’addestramento dei modelli, costruire dataset nazionali di alta qualità e sostenere un ecosistema capace di competere all’interno dell’Alleanza occidentale.
Un investimento iniziale di almeno un miliardo di euro non sarebbe una spesa tecnologica. Sarebbe un investimento nella sicurezza nazionale. Naturalmente l’Italia non potrà competere da sola con gli investimenti colossali di Stati Uniti e Cina.
Né sarebbe auspicabile perseguire una sterile autosufficienza tecnologica. Il nostro obiettivo deve essere diverso: contribuire da protagonisti alla capacità tecnologica dell’Occidente, rafforzando al tempo stesso l’autonomia decisionale nazionale nei settori più sensibili.
La sovranità tecnologica, infatti, non significa isolamento. Significa possedere competenze, infrastrutture e capacità sufficienti per non dipendere completamente dalle decisioni di altri governi quando sono in gioco interessi vitali del Paese.
L’Italia è membro fondatore della Nato, partner affidabile degli Stati Uniti e protagonista dell’Unione europea. Proprio per questo dovrebbe ambire a essere anche un produttore di tecnologia strategica, non soltanto un utilizzatore.
Nel XXI secolo non saranno soltanto gli eserciti a determinare gli equilibri geopolitici. Li determineranno anche i modelli di Intelligenza Artificiale. Chi li costruirà avrà maggiore libertà di scelta. Chi si limiterà a utilizzarli dovrà sperare che qualcun altro continui a concedergliene l’accesso.
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