All’inizio, si sono aggrappati al diritto internazionale per prendere le distanze dall’attacco Usa-Israele al regime iraniano. Ora gli europei si trincerano dietro il formalismo Nato per svicolare dalla richiesta del presidente Trump di contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz.
Sgombriamo subito il campo da un paio di fraintendimenti. Ovvio, dal punto di vista Nato non c’è obbligo. Ma attenzione a metterla su questo piano, come ha fatto il cancelliere Merz, da polemista tv piuttosto che da statista, perché in punta di “trattati” nemmeno l’Ucraina sarebbe un “affare” Nato. Così come è ovvio che sul piano militare l’aiuto degli alleati non sarebbe determinante, gli Stati Uniti potrebbero farcela da soli (anche se più navi è meglio).
Non ci hanno chiesto truppe sul terreno, non bombardieri, non azioni offensive, ma dragamine e navi di scorta per mantenere aperta una rotta marittima da cui dipende la nostra economia.
Un test politico
La richiesta di Trump è in realtà un test politico su lealtà e capacità degli alleati e gli europei lo stanno fallendo, come ha chiarito lo stesso presidente Usa ieri (“un errore stupido: era un grande test, perché non abbiamo bisogno di loro, ma avrebbero dovuto esserci”). Un test che sarà valutato non solo a Washington, ma anche nelle capitali del Golfo, i cui interessi vitali sono sotto attacco iraniano e che stanno chiedendo agli Usa di “finire il lavoro”.
Lo stato turbolento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa in questa delicata fase di riequilibrio dell’alleanza non può autorizzare a sacrificare i propri interessi in antipatia a Trump. Non solo per i volumi di fonti energetiche e merci che transitano nello Stretto diretti in Europa, ma anche per un interesse più generale alla stabilità dei mercati globali e all’ombrello di sicurezza americano, imprescindibile come ha ricordato il segretario generale della Nato Rutte, gli europei non possono liquidare semplicemente con un “no” la richiesta Usa.
Non può in particolare l’Italia, i cui interessi di tutta evidenza gravitano molto più nel quadrante mediorientale che sul fianco orientale della Nato. L’auspicio è che passato il referendum il governo Meloni mostri più realismo e più coraggio.
Certo è facile elencare i talking points dell’anti-trumpismo militante (ci ha imposto i dazi, non ci ha interpellati, non sono chiari gli obiettivi, non ha un piano, etc…), tutti discutibili, ma se non abbiamo iniziato noi questa guerra, tuttavia non possiamo ignorarne le conseguenze. Prima di tutto sotto il profilo legale, dal momento che sotto l’attacco dei colpi iraniani sono finiti già l’Italia (i nostri soldati a Erbil), l’Europa (Cipro), la Nato (la Turchia) e i nostri partner nel Golfo.
Dietro il “no” europeo
Caduti gli alibi, quali sono i veri problemi dietro il rifiuto europeo? Almeno tre, tutti gravi e auto-inflitti. Il primo è lo stato di negazione, durato decenni, della minaccia iraniana. Il secondo è un problema di capacità militare. Se emergesse che le marine militari di Regno Unito, Francia e Italia non sono in grado di contribuire da un punto di vista operativo, ciò solleverebbe seri dubbi sulla utilità, e l’esistenza stessa, della Nato (e non per colpa di Trump).
Il terzo è di natura politica. In questi mesi le leadership europee hanno alimentato (quelle di sinistra) o non contrastato (quelle di centrodestra) la campagna di demonizzazione di Trump e Netanyahu da parte dei media mainstream. Risulta quindi politicamente costoso oggi spiegare alle opinioni pubbliche le ragioni dell’attacco al regime iraniano e il nostro interesse almeno a proteggere le rotte commerciali.
Il piano per Hormuz
Per inciso, non date ascolto agli espertoni che vi spiegano che non c’è un piano per Hormuz. Dal 1979 i leader politici e i vertici militari Usa hanno considerato il Golfo Persico una vulnerabilità strategica decisiva, collegandola in particolare al rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz. Da allora sono stati elaborati e continuamente aggiornati una serie di piani di guerra progettati precisamente per scongiurarlo. Il fatto che la Casa Bianca non abbia condiviso i piani con le redazioni e il commentariato occidentali, non significa che non esistano.
Se nel lungo termine è inaccettabile che il regime iraniano detti le condizioni per il passaggio delle navi mercantili nello Stretto, nel breve termine il fatto che sia costretto a far passare il petrolio diretto verso Cina, India e Pakistan, contribuisce a soddisfare la domanda globale di greggio, indebolendo la sua stessa strategia di ricatto sull’economia globale e sul prezzo del petrolio.
Prima di arrivare alla fase successiva delle scorte navali e della copertura aerea, le capacità offensive dei Pasdaran in termini di missili, droni aerei e marini lungo la costa e nell’interno devono essere degradate a tal punto da essere gestibili con il minor rischio possibile, perché l’attuale ambiguità sulle capacità iraniane di impedire il transito è preferibile alla certezza che si avrebbe se una nave venisse colpita mentre viene scortata.
Come ha spiegato l’ex comandante della Quinta Flotta Kevin Donegan a Abc News, “se si guarda alla campagna avviata dal Centcom“, un piano per Hormuz “era previsto fin dall’inizio“.
Pensate a ciò che ha detto il presidente e a ciò che ha detto l’ammiraglio Cooper riguardo alla sua missione: uno degli obiettivi era proprio quello di colpire la Marina. E ciò che intendevano realmente era la capacità dell’Iran di controllare gli stretti una volta terminata la guerra. Non vogliamo che abbiano capacità di proiezione di potenza. Non vogliamo nemmeno che abbiano questa influenza su un punto strategico così importante. Quindi, questo sforzo che il Centcom sta portando avanti ha lo scopo specifico di neutralizzare la minaccia dei loro missili da crociera, la loro capacità di lanciare droni contro le imbarcazioni, di posizionare mine in acqua, tutte quelle cose che, una volta terminata questa operazione, vogliamo che non abbiano.
L’ammiraglio in pensione Mark Montgomery, parlando al Wall Street Journal, è stato più specifico su come potrebbe procedere un’operazione per riaprire Hormuz. Primo, “continuare a degradare” le capacità offensive, le difese aeree e le infrastrutture navali iraniane (missili, posamine, droni aerei e marini) ad un “rischio militarmente gestibile”. E questa fase è già in corso.
Secondo, mantenere una sorveglianza continua che copra 50 miglia su entrambi i lati dello Stretto e 100 in profondità.
Solo una volta ridotto il rischio potrà iniziare la fase di protezione attiva dei mercantili tramite aerei armati con missili economici per abbattere i droni iraniani, cacciatorpedinieri Aegis per la difesa aerea primaria, elicotteri per contrastare le minacce di superficie come piccole imbarcazioni.
Montgomery ha spiegato che avviare le operazioni di scorta prematuramente, prima del completamento di queste fasi, comporterebbe costi politici e operativi drammaticamente più alti in caso di perdite.
La strategia “sta funzionando”
In generale, la strategia Usa-Israele “sta funzionando”, è il titolo di un’analisi su Al Jazeera. Questa è una guerra ben pianificata, con obiettivi chiari e fasi identificabili “contro un avversario la cui capacità di proiezione di potenza sta collassando in tempo reale“. Come tutte le guerre non priva di costi e rischi. Chi sostiene il contrario, o ne ha già decretato il fallimento dopo solo due settimane, sta confondendo la realtà con il suo desiderio che si ripeta il pantano iracheno e che Trump ne esca malconcio.
Quando guardi cosa è effettivamente accaduto ai principali strumenti di potere dell’Iran – il suo arsenale di missili balistici, la sua infrastruttura nucleare, le sue difese aeree, la sua marina e la sua architettura di comando per le forze proxy – il quadro non è quello di un fallimento Usa. È quello di una degradazione sistematica e graduale di una minaccia che le amministrazioni precedenti hanno lasciato crescere per quattro decenni.
Scrivono Mark Dubowitz e Richard Goldberg su The Atlantic, certo non di simpatie trumpiane:
L’Operazione Epic Fury ha solo due settimane di vita. La campagna ha già conseguito importanti vittorie per la sicurezza nazionale americana, e se ne prevedono altre nei prossimi giorni. Ma qualcosa di molto più grande e storico sta iniziando a delinearsi – qualcosa che può essere sbloccato con un po’ più di pazienza da parte del pubblico americano, mentre gli Stati Uniti degradano la capacità di Teheran di condurre guerre al di fuori dei suoi confini e Israele degrada la capacità del regime di condurre guerre contro il proprio popolo.
Il cambio di regime
Il regime iraniano potrebbe non cadere, o piuttosto non cadere subito, ma è innegabile che Trump e Netanyahu stiano facendo tutto ciò che è politicamente e realisticamente possibile per creare le condizioni per la sua caduta. Una scommessa? Un azzardo? I due leader hanno avuto il coraggio, che dubito avrebbe avuto qualsiasi altro al loro posto, di cogliere questo momento di debolezza senza precedenti della Repubblica Islamica.
Non c’è garanzia che il regime imploda, ma non si può nemmeno escludere che avvenga, per la defezione di una sua componente, o per una lotta di successione fuori controllo. Non c’è garanzia ovviamente che crolli per una spallata popolare, anche se le forze repressive del regime sono nel mirino dell’Idf. Ma non si può negare che oggi Trump e Netanyahu abbiano messo in campo la chance più concreta in 47 anni.
Si sono dati degli obiettivi militari meno esposti a variabili interne al Paese, che se raggiunti non andrebbero comunque sottovalutati o peggio bollati come un fallimento: l’annientamento di fatto delle capacità offensive del regime, che per la sua ideologia rappresentano la stessa ragione di vita.
Fino a pochi mesi fa, non va dimenticato, un attacco Usa-Israele al regime iraniano era considerato un tabù e in pochi immaginavano che le difese iraniane fossero così penetrabili. Oggi questo tabù è infranto e non è poca cosa, dal punto di vista degli equilibri regionali e non solo.
Come in ogni campagna militare ci sono dei rischi, ma come stiamo vedendo ci sono anche i rischi dell’inazione. L’esito non è scontato, ma il fatto che non lo sia non rende automaticamente vere le affermazioni secondo cui Trump e Netanyahu non abbiano un piano.
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