Le dichiarazioni Donald Trump – la guerra “praticamente finita”, una “breve deviazione”, siamo “molto avanti” rispetto alle stime iniziali di 4-5 settimane – hanno contribuito ad allentare le tensioni sui mercati, con un calo del greggio di quasi 30 dollari, da 119 a 81, quotazione poi tornata vicino ai 90 dollari nella serata di ieri, dopo la diffusione della notizia secondo cui i Pasdaran avrebbero iniziato a posare mine nello Stretto di Hormuz. Non è da escludere un’operazione di infowar allo scopo di contrastare la discesa dei prezzi delle ore precedenti.
Ma nella sostanza nulla di nuovo dalle parole del presidente Usa. L’orizzonte temporale della guerra si misura in settimane, non mesi. Lo stesso Trump ha chiarito ieri che finirà presto, ma certo non questa settimana. “Non ci fermeremo finché il nemico non sarà completamente e definitivamente sconfitto“.
Il blocco di Hormuz
Molto dipenderà dalla capacità di normalizzare il più possibile il flusso di petrolio e materie prime nello Stretto di Hormuz. Non bastano ovviamente le parole, serve che le navi ricomincino ad attraversare lo Stretto con un sufficiente grado di fiducia di non venire colpite dai droni iraniani.
Sembra che alcune petroliere greche nelle scorse ore lo abbiano attraversato. Secondo Goldman Sachs qualcosa si muove, quasi il 20 per cento del normale flusso è passato il 9 marzo. Soprattutto, i Sauditi nel frattempo hanno dirottato parte del petrolio verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, prevedendo di portare a piena capacità l’oleodotto che attraversa il Paese da est a ovest. Si tratta di 5 milioni di barili al giorno più 2 milioni raffinati.
Il paradosso è che non c’è un blocco militare dello Stretto, il problema è da una parte la copertura assicurativa. Non solo i premi sono aumentati vertiginosamente, è saltata la riassicurazione. I riassicuratori si sono tirati indietro perché non possono assorbire esposizioni illimitate in una zona di combattimento attiva.
Dall’altra, come ha spiegato Gianclaudio Torlizzi a Red Pill, i Paesi del Golfo sono costretti a tagliare la produzione avendo esaurito le capacità di stoccaggio del petrolio che non viene esportato.
Trump ha tracciato una linea rossa: “Se l’Iran fa qualsiasi cosa che fermi il flusso di petrolio all’interno dello Stretto di Hormuz, sarà colpito venti volte più duramente“. Come ha rivelato lui stesso, sta considerando di prendere il controllo dello Stretto.
I Pasdaran hanno risposto minacciando di non far passare “nemmeno un litro di petrolio” non solo attraverso lo Stretto, ma attraverso l’intera regione, il che fa pensare ad un ingresso degli Houthi nel conflitto.
Evidentemente la strategia di Teheran è colpire tutti per “colpire la spina dorsale dell’economia globale”, come ha spiegato al Wall Street Journal l’analista saudita Salman al-Ansari, così da imporre costi economici e politici tali da far desistere Trump. Per questo è decisivo che l’amministrazione Trump riesca a normalizzare il più possibile il traffico nello Stretto di Hormuz, ridurre i danni dello shock energetico, mantenendo il prezzo del petrolio al di sotto della soglia dei 100 dollari al barile.
Il cambio di regime
Nel frattempo la leadership iraniana, nonostante la decapitazione, l’uccisione di Khamenei e di molti comandanti Pasdaran, non mostra crepe, o riesce a nasconderle molto bene. Né al momento si intravede uno sfaldamento della catena di comando, grazie ad una struttura “a mosaico”. In pratica, una trentina di comandi regionali dei Pasdaran che agiscono di fatto come altrettante milizie separate, lanciando missili e droni in autonomia.
La caduta del regime è sì tra gli obiettivi, desiderata, ricercata, come dimostrano l’eliminazione dei vertici e gli attacchi alle strutture repressive, ma dipende da una serie di variabili e dinamiche interne che sfuggono al completo controllo di americani e israeliani.
Se non è scontato, come abbiamo più volte spiegato, che possa funzionare lo “schema venezuelano”, non è mai stato realistico ritenere che bastasse premere un pulsante per innescare il cambio di regime a Teheran. Di sicuro non l’hanno mai pensato a Washington e Gerusalemme, dove hanno sempre detto che l’obiettivo è quello di indebolire il regime fino a creare le condizioni per un suo crollo, ma che in ultima analisi questo dovesse avvenire dall’interno.
Come ha ricordato il primo ministro israeliano Netanyahu, “la nostra aspirazione è portare il popolo iraniano a liberarsi dal giogo della tirannia. Alla fine, dipende da loro, ma non c’è dubbio che attraverso le azioni intraprese finora, stiamo spezzando le loro ossa. La nostra mano è tesa. Se riusciremo insieme al popolo iraniano, porteremo una fine permanente”.
C’è poco altro che americani e israeliani potrebbero fare oltre a ciò che stanno già facendo. Un’opzione, che secondo Axios l’amministrazione Trump starebbe valutando, è prendere il controllo del principale terminal di esportazione petrolifera, l’isola di Kharg nel Golfo, togliendo ai Pasdaran la loro principale fonte di finanziamento, ma si tratterebbe di una mossa azzardata, sia dal punto di vista militare che per gli effetti difficilmente prevedibili sui mercati.
La guerra potrebbe quindi concludersi senza un collasso immediato del regime, ma non dev’essere questo l’unico criterio per valutare il successo o il fallimento della campagna militare: l’annientamento del programma nucleare, inclusa la rimozione della scorta di uranio arricchito, delle capacità missilistiche e della marina militare, il controllo di fatto dello spazio aereo iraniano, la decapitazione del regime e la capacità dimostrata di eliminare chiunque ricopra posizioni di vertice, non sono risultati trascurabili.
Soprattutto una volta infranto il tabù di un attacco congiunto israeliano e americano e dopo la dimostrazione di questi ultimi mesi che Usa e Israele possono colpire quando e come vogliono.
Senza escludere di aver comunque avviato un processo graduale e irreversibile di disintegrazione che nell’arco di alcuni mesi potrebbe portare alla definitiva caduta del regime.
La conclusione da evitare
In un solo modo la guerra non può concludersi, ha avvertito Walter Russell Mead sul Wall Street Journal, ovvero se per effetto di una pressione politica ed economica l’amministrazione Trump fosse costretta a porre fine al conflitto prima del raggiungimento dei suoi obiettivi militari. Perché ciò dimostrerebbe che il regime iraniano, sebbene indebolito, in gran parte privato delle sue capacità offensive e della sua marina, è comunque in grado di garantirsi la sopravvivenza bloccando di fatto lo Stretto di Hormuz e minacciando i suoi vicini con lanci sporadici di missili e droni.
Alcune lezioni, osserva WRM, si possono già trarre dopo questi primi dieci giorni di guerra. Primo, che “la minaccia iraniana è più grande di quanto molti osservatori avessero compreso e fossero disposti ad ammettere, e più difficile da affrontare di quanto molti falchi sperassero”.
Secondo, che Trump non si è fatto “trascinare” in guerra da Israele. L’impatto del blocco di Hormuz sui prezzi dell’energia e sui mercati finanziari di tutto il mondo ricorda quanto “impedire a qualsiasi Paese ostile di ricattare il resto del mondo bloccando le esportazioni dal Golfo sia un interesse nazionale vitale degli Stati Uniti”.
Se la guerra si concludesse prima che gli Stati Uniti riescano a dimostrare di poter garantire la navigazione nello Stretto e annientare la capacità iraniana di imporre nuovi blocchi in futuro, al regime di Teheran verrebbe riconosciuto di fatto il potere di scoraggiare gli attacchi al suo programma nucleare minacciando una crisi economica globale, rendendo così la sua posizione inattaccabile.
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