C’era da aspettarselo. Con l’inizio dell’offensiva di terra a Gaza City, l’Onu alza il volume del suo scontro con Israele. E, a seguire, anche l’Unione europea. Benvenuti nella guerra sull’Ottavo Fronte, come lo si chiama in Israele.
Il “diritto al ritorno”
Alla vigilia dell’offensiva a Gaza, infatti, il 12 settembre, l’Onu ha approvato ad ampia maggioranza (142 voti a favore, fra cui l’Italia, 10 contrari, fra cui gli Usa, 12 astensioni) la risoluzione che accetta la Dichiarazione di New York. L’Onu ribadisce la soluzione mediorientale secondo la formula ormai quasi secolare dei “due popoli in due Stati”.
Ma il diavolo si nasconde sempre nei dettagli. Il dettaglio è, in questo caso, il “diritto al ritorno”. In che cosa consiste questa clausola, pretesa dai palestinesi ad ogni negoziato di pace e respinta da Israele ogni volta? Il diritto dei profughi palestinesi a tornare nelle loro case. E detto così non vi sarebbe nulla da eccepire. Salvo che il diritto al ritorno vale anche per tutti i discesi dei profughi palestinesi dal 1948 ad oggi.
Che l’Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, un ente che non brilla per imparzialità, per usare un eufemismo) calcola essere circa 5 milioni. Si tratta di un caso unico al mondo di trasmissibilità ereditaria del titolo di “profugo”. E si basa su un calcolo quantomeno arbitrario.
Se vi sembra normale, considerate che: nessun diritto al ritorno è stato rivendicato dai discendenti dei tedeschi cacciati dalla Polonia, dalla ex Cecoslovacchia e dall’ex Urss; nessun diritto al ritorno viene rivendicato dai discendenti dei profughi istriani e dalmati che vivono in Italia da tre generazioni. Sempre per restare in Medio Oriente: nessun diritto al ritorno è mai stato rivendicato dagli ebrei profughi dell’Algeria, della Tunisia, della Libia, dell’Egitto, dello Yemen, della Siria e dell’Iraq, dell’Iran e dell’Etiopia, tutti Paesi da cui sono dovuti fuggire.
Due stati: entrambi arabi
Il diritto al ritorno è un’anomalia e pare fatto apposta per ottenere un solo scopo: la distruzione di Israele per via demografica. Cinque milioni di palestinesi ribalterebbero gli equilibri demografici attuali, riducendo ben presto gli ebrei ad una minoranza in Israele.
Al tempo stesso, non è prevista alcuna minoranza ebraica nel territorio della futura Palestina. Sarebbe uno Stato arabo “Judenfrei”, tanto è vero che la presenza dei coloni ebrei in quello che potrebbe (ma non è ancora) essere il territorio palestinese è giudicata come una violazione del diritto ed equiparato ad un crimine internazionale.
Votando per questa risoluzione, 142 paesi all’Onu, fra cui anche il nostro, hanno legittimato la nascita di “un popolo in due Stati”, praticamente una Palestina ovest e una Palestina est. I nostri ministri se ne sono resi conto? Giorgia Meloni?
L’accusa di genocidio
La seconda bordata, l’Onu l’ha sparata senza assumersene direttamente la responsabilità. Infatti la Commissione di inchiesta su Gaza, guidata dall’ex giudice Navi Pillay, accusa Israele di genocidio e ha tratto le sue conclusioni non a nome delle Nazioni Unite.
Ma è interessante vedere come la suddetta Commissione giunga alla conclusione che a Gaza sia in corso un genocidio. Prima di tutto: sulla base di quali fonti? Non fonti indipendenti, cosa impossibile in tempo di guerra.
La Commissione prende atto con allarme di un rapporto che rileva che, a maggio 2025, i funzionari dell’intelligence israeliana hanno elencato 8.900 militanti di Hamas e della Jihad islamica palestinese a Gaza come morti o probabilmente morti. Considerando che, a questo punto, 53.000 palestinesi erano stati uccisi dagli attacchi israeliani, ciò significa che l’83 per cento delle vittime a Gaza erano civili.
Da dove arriva la stima di 53.000 palestinesi uccisi? Da Hamas. Chi altri? Secondo la Commissione della Pillay, la guerra di Gaza presenta quattro delle cinque caratteristiche della definizione di genocidio: uccisione di membri del gruppo (etnico, nazionale o religioso bersaglio del genocidio); causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica in tutto o in parte; imporre misure intese a prevenire le nascite all’interno del gruppo.
Se queste sono le caratteristiche di ciò che sta avvenendo a Gaza, allora anche il bombardamento a tappeto Dresda e a maggior ragione i bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki sono casi “genocidio”. Gli Alleati risulterebbero colpevoli quanto i nazisti, se passasse questa interpretazione del genocidio. Ma nessun esperto di genocidio li ha mai considerati tali in questi 80 anni.
Un genocidio, per essere tale, deve essere pianificato. Un governo deve organizzare e ordinare la distruzione, totale o parziale, di uno specifico gruppo etnico, nazionale o religioso. Nessun ordine del genere risulta essere partito dal governo Netanyahu. Per dimostrare l’elemento di intenzionalità di un “genocidio palestinese”, la Commissione di Navi Pillay si è limitata a raccogliere dichiarazioni pubbliche, in tempo di guerra, del premier Benjamin Netanyahu, dell’ex ministro della difesa Yoav Gallant e del presidente Isaac Herzog.
Sono frasi di discorsi tipici di una nazione in tempo di guerra, scossa dal pogrom del 7 ottobre, continuamente aggredita da sette eserciti islamici alle porte. Ma non sono una prova. Per dimostrare il genocidio degli ebrei, da parte dei nazisti, è stato necessario scoprire i documenti segreti del Reich, specialmente quelli prodotti durante la Conferenza di Wansee del 1942.
Ignorate le violazioni di Hamas
Per incriminare Israele basta invece citare Netanyahu che all’indomani della mattanza dei suoi cittadini invocava: “una potente vendetta” su “tutti i luoghi in cui Hamas è schierato, nascosto e operante, quella città malvagia. Li ridurremo in macerie”. La stessa Commissione pare ignorare: l’uso dei civili come scudi umani da parte di Hamas, l’assenza deliberata di protezione da parte di Hamas, le dichiarazioni dei capi di Hamas con cui affermano il principio che più palestinesi muoiono meglio è per la causa della Palestina. Tutti questi comportamenti e dichiarazioni potrebbero portare alla sbarra il movimento terrorista islamico.
Chiaro quale è l’intento politico di rapporti come questi? Fornire argomenti a una condanna formale per genocidio, da parte di una corte internazionale. Sarebbe un altro chiodo nella bara dello Stato ebraico, della sua legittimità internazionale e quindi della sua stessa esistenza.
Le sanzioni Ue
Non c’è solo l’Onu che sentenzia e approva risoluzioni. Ci sono anche governi che lo seguono e fra questi anche la Commissione europea. Secondo quanto ha dichiarato Kaja Kallas, Alta Rappresentante della politica estera europea, oggi la Commissione dovrebbe approvare le prime sanzioni contro Israele.
La Commissione intende imporre sanzioni personali ai ministri Smotrich e Ben Gvir e sospendere le disposizioni commerciali dell’Accordo di Associazione Israele-Ue, un giro d’affari da 42 miliardi e mezzo di euro (dati del 2024). “Quindi sicuramente questo passo (la sospensione degli accordi commerciali, ndr) avrà un alto costo per Israele”, ha dichiarato la Kallas ad Euronews.
Le sanzioni si basano su accuse riassunte dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, il 10 settembre scorso: “La carestia non può essere usata come arma di guerra” e “Israele sta cercando di distruggere la possibilità di una soluzione a due Stati del conflitto, e noi non possiamo permetterlo”. Quindi sono le classiche accuse, targate Onu, rivolte contro Israele e basate su fatti non dimostrati.
L’accusa della carestia “usata come arma”, ad esempio, non tiene conto delle centinaia di migliaia di tonnellate di aiuti alimentari che sono transitati nei valichi di Gaza. E l’accusa di ostruzione della soluzione a due Stati, non tiene conto né dell’opposizione ferrea e religiosa di Hamas a questa soluzione, né dei timori di Israele sul “diritto al ritorno” che abbiamo visto prima (oltre alla paura che una Palestina indipendente diventi una gigantesca Gaza, puntata al cuore dello Stato ebraico).
È ancora possibile che Germania e Italia, che finora si sono dette contrarie, blocchino questa proposta che richiede una maggioranza qualificata. Sarebbe il colmo: Israele combatte il terrorismo islamico (anche per noi), l’Onu lo condanna e noi lo sanzioniamo?
“È profondamente inquietante che, avanzando una simile proposta, stiate di fatto rafforzando un’organizzazione terroristica che continua a perpetrare crimini efferati, mentre Israele, un partner di lunga data dell’Ue, combatte una guerra esistenziale”, ha scritto il ministro degli esteri israeliano, Gideon Saar a Ursula von der Leyen. Un’inquietudine comprensibile, considerando quanti ebrei, anche in tempi recentissimi (non solo dopo la Shoah), sono approdati in Israele fuggendo proprio dall’Europa.
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