Esteri

Qatar: la notizia è che il santuario di Hamas non è più intoccabile

Da valutare l'efficacia del raid, ma il dato politico non cambia: gli Usa hanno lasciato fare. Ipocrita la reazione europea: Doha padrone di interi settori economici e politici

Qatar Hamas (NBC)
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A Doha, capitale del Qatar, l’aviazione israeliana ha cercato di decapitare l’intero politburo di Hamas. La notizia importante, comunque sia andato l’attacco, è che Israele abbia colpito il Qatar, il Paese che è il cuore della propaganda e dell’attivismo del jihadismo, ma che continua a vendere, in Occidente, un’immagine positiva di investitore e mediatore. Il raid può essere valutato sotto due aspetti, militare e politico.

Gli obiettivi del raid

Dal punto di vista militare, la sua efficacia è ancora dubbia e secondo voci anonime della Difesa di Israele, riportate da Times of Israel, potrebbe anche essere un flop. È stata confermata la morte solo di pochi dei bersagli designati. Hamas stesso ha diffuso la notizia dell’uccisione di cinque suoi membri, fra cui Humam al Hayya, figlio del leader di Hamas in Qatar, e di Jihad Labad, a capo dell’ufficio di al Hayya.

Dello stesso Khalil al Hayya, bersaglio numero uno del raid, non si sa se sia vivo o morto. Né è confermata l’uccisione di Zaher Jabarin, leader di Hamas in Cisgiordania, Muhammad Darwish, capo del Consiglio della Shura e di Khaled Mashaal, il leader di Hamas all’estero.

La grande villa in cui avrebbero dovuto trovarsi in quel momento, in un quartiere residenziale di Doha, è stata centrata ieri pomeriggio da dieci ordigni sganciati dagli F-35 israeliani. Tecnicamente si è trattato di un altro dei miracoli militari israeliani, che ormai non ci stupiscono più. Infatti i cacciabombardieri della Israeli Air Force hanno compiuto un volo di 1.800 chilometri in un’area densa di radar e difese aeree, senza essere neppure individuati.

Ma se i leader di Hamas dovessero veramente essere sfuggiti al bombardamento, si tratterebbe di un fallimento dell’intelligence. Non resta che attendere altre conferme e vedere chi ha ragione, il tempo dirà se è stato un successo o meno.

Colpito il santuario di Hamas

La vera notizia è semmai politica: Israele ha colpito il Qatar. E gli Usa hanno lasciato fare. Il Qatar finora si era chiamato fuori dalla guerra santa contro lo Stato ebraico, ma solo nominalmente. In realtà, la sua televisione, Al Jazeera, è il più sofisticato strumento della propaganda islamista nel mondo.

La Fratellanza Musulmana ha trovato soldi, rifugio e ristoro in Qatar. La leadership di Hamas (che è pur sempre nato da una costola della Fratellanza Musulmana) è da tempo basata a Doha, soprattutto dopo che Damasco dal 2011 è stata resa inabitabile dalla guerra civile siriana. Da Doha, Hamas ha sempre agito indisturbato.

Il Qatar è diventato un “santuario”, una zona intoccabile. Per uccidere il leader politico di Hamas, Ismail Haiyyeh, Israele ha dovuto attendere una sua trasferta in Iran, dove ha presenziato all’insediamento del presidente Pezeshkian, per ucciderlo con una bomba nel suo alloggio. Doha non è mai stata colpita, anche perché si è sempre presentata come mediatrice nel conflitto mediorientale, oltre che, ufficialmente, anche alleata degli Usa.

Negoziati senza fine

Ma la mediazione è un concetto molto relativo per un gruppo jihadista, che non ammette mai la parola “pace”, al massimo “tregua” (hudna). I negoziati, in quasi due anni di guerra a Gaza, hanno portato a scambi sproporzionati di prigionieri, con alcuni ostaggi israeliani rilasciati (e pubblicamente umiliati) contro centinaia di prigionieri palestinesi, anche condannati all’ergastolo per terrorismo. E il massimo che si è ottenuto è un paio di mesi di tregua effimera, utile solo a Hamas per riorganizzare le proprie forze a Gaza.

Cosa è cambiato

Il giochino è durato finché è convenuto alle parti in causa internazionali: agli Usa per far vedere di non essere troppo sbilanciati a favore di Israele e ai governi arabi per mostrare alla piazza pro-Palestina che sono al lavoro per risolvere il problema.

Ora sono cambiati due fattori: l’amministrazione americana e l’atteggiamento di Netanyahu. Quest’ultimo non crede più nelle soluzioni negoziali e dopo le umilianti esperienze di ostaggi liberati col contagocce, esposti al pubblico ludibrio nei video dell’orrore di Hamas o trucidati senza pietà, ha deciso di passare definitivamente all’azione di forza. Quindi: eliminare le ultime roccaforti di Hamas a Gaza City e uccidere i suoi capi, ovunque si trovino, senza limiti territoriali.

L’amministrazione Trump ha dato piena fiducia al governo Netanyahu e, dopo il fallimento della prima tregua, concordata prima del suo stesso insediamento, ha capito che con Hamas non si può negoziare seriamente.

Il consenso Usa

Questo attacco al vertice di Hamas, avvenendo in Qatar, ha il consenso americano: in Qatar, la base statunitense di Al Udeid è la più grande di tutta la regione mediorientale, nulla si muove senza il consenso o l’aperta collaborazione di Washington. Il Pentagono è stato informato per tempo dai vertici militari israeliani e l’informazione è stata a sua volta girata al presidente Donald Trump.

L’amministrazione ha incaricato l’inviato speciale Steve Witkoff di informare il Qatar prima dell’inizio dell’attacco e non è chiaro se il messaggio sia arrivato immediatamente prima, o non sia giunto in tempo. Ma il significato politico non cambia: gli Usa erano consapevoli e consenzienti, il Qatar è stato avvertito e non si è opposto militarmente.

Nel comunicato ufficiale della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, oltre alla condanna (dovuta) per un attacco a uno Stato alleato degli Usa, va letta soprattutto la frase successiva: “Tuttavia, eliminare Hamas, che ha speculato sulla miseria di coloro che vivono a Gaza, è un obiettivo degno di essere perseguito”.

La reazione europea

Semmai è anomala la reazione europea al raid israeliano. Mai viste così tante reazioni di condanna (anche da parte del governo Meloni), nemmeno dopo un attentato terroristico, come quello dell’8 settembre (il giorno prima del raid) a Gerusalemme, con sei civili israeliani trucidati da terroristi palestinesi a bordo di un autobus.

Di sicuro è una reazione anomala, se confrontata agli altri casi in cui un esercito occidentale ha dovuto eliminare leader terroristi all’estero, anche in Paesi formalmente alleati, come nel caso di Osama bin Laden eliminato dai Navy Seals ad Abbottabad, in Pakistan. Allora non si erano levate così tante voci contro la violazione della sovranità pakistana: prevaleva la gioia per aver ucciso uno dei terroristi più pericolosi del mondo, la mente dell’attacco dell’11 settembre a New York e Washington. In questo caso, Israele ha almeno provato ad eliminare altri terroristi islamici pericolosissimi, le menti dell’attacco del 7 ottobre.

Ma ai governi europei interessa soprattutto condannare Israele. “Gli attacchi israeliani odierni contro il Qatar sono inaccettabili, qualunque sia la ragione. Esprimo la mia solidarietà al Qatar e al suo emiro, lo sceicco Tamim Al Thani. In nessun caso la guerra dovrebbe estendersi a tutta la regione”, ha scritto sul suo account X il presidente francese Emmanuel Macron.

Ma anche Giorgia Meloni è stata solo leggermente più equidistante: “Esprimo a nome mio personale e del Governo italiano sincera vicinanza all’Emiro Tamim bin Hamad Al Thani e al Qatar, ribadendo il sostegno italiano a tutti gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza. L’Italia rimane contraria a ogni forma di escalation che possa comportare un ulteriore aggravamento della crisi in Medio Oriente”

Follow the money? Inchieste come “Qatar Gate” e libri inchiesta come “Qatar Papers” rivelano quanto il piccolo e ricco emirato sia padrone di interi settori economici e politici nell’Europa occidentale. E gli effetti si vedono, sia nella narrazione del conflitto mediorientale, tutta a senso unico contro Israele, sia nelle posizioni di principio espresse dai politici.

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