A questo punto è ragionevole ipotizzare che non si riferisse solo alla Spagna, il segretario di Stato Usa Marco Rubio, il più convinto tifoso del legame transatlantico nell’amministrazione Trump, quando in una intervista di un paio di giorni fa ha osservato: “Se la Nato esiste solo perché noi difendiamo l’Europa in caso di attacco, ma loro ci negano il diritto di utilizzare le basi quando ne abbiamo bisogno, allora non è un buon accordo”.
La decisione di negare l’utilizzo della base di Sigonella agli aerei Usa in missione verso l’Iran rappresenta per il governo Meloni un “momento Craxi”, o un “momento Sanchez”. Comunque uno spartiacque che rischiamo di pagare caro.
Il leak al Corriere
Palazzo Chigi e il ministro Crosetto hanno precisato che nulla è cambiato nel processo decisionale, che non c’è freddezza con gli Usa: al di fuori degli usi per i quali gli accordi prevedono un automatismo, è necessaria una specifica autorizzazione del governo. Autorizzazione che in questo singolo caso ha ritenuto di negare, a sua discrezione.
Ma anche perché, ricorda il ministro della difesa, “si è deciso di coinvolgere il Parlamento”. Chi l’ha deciso? A volte farsi legare le mani è il miglior modo per lavarsene le mani.
Si sarebbe trattato, dunque, di una semplice questione procedurale. Però qualcuno ha voluto trasformare questo diniego diciamo “tecnico” in un caso, che ha già fatto il giro del mondo, passandolo come “notizia” al Corriere.
Chiedersi “chi” sia stato non è secondario. Che si tratti di un leak governativo, degli apparati della Difesa, magari per rispondere agli attacchi del Fatto Quotidiano sull’uso di Sigonella per missioni di guerra, o dell’alleato che ha voluto così segnalare la sua irritazione, è evidente a chiunque che, per quanto corretta dal punto di vista del rispetto formale dei trattati (ci mancherebbe di non rispettarli), è stata sottovalutata la portata politica della decisione.
L’interesse nazionale
Nessuno ci chiede di andare a bombardare l’Iran. Ci è stato chiesto sì di contribuire, ma quando sarà il momento, a pattugliare lo Stretto di Hormuz. Sarebbe nel nostro stesso interesse, ma abbiamo risposto picche. Ministri ed esponenti della maggioranza ripetono ad ogni occasione che “non è la nostra guerra”, la presentano come un capriccio di Trump e Netanyahu.
Ora, al di là dei tecnicismi, negare una base strategica al nostro principale alleato, in un momento cruciale, per motivi essenzialmente di politica interna, comprenderete che possa sembrare un passaggio dal rifiuto passivo al sabotaggio attivo.
Comprensibile il disappunto per non essere stati consultati prima dell’inizio dell’operazione Epic Fury, ma ciò non autorizza a sacrificare i nostri interessi nazionali – che di tutta evidenza gravitano molto più nel quadrante mediorientale che sul fianco orientale della Nato – come quel marito che per dispetto alla moglie… ci siamo capiti.
Informati o meno, che Trump sia simpatico o meno, il nostro interesse oggi è che Usa e Israele raggiungano prima possibile i loro obiettivi. Per i volumi di fonti energetiche e merci che transitano nello Stretto diretti in Europa; per la sicurezza dei nostri partner nel Golfo Persico, che stanno pagando un prezzo alto ma spingono perché l’Iran sia messo nelle condizioni di non nuocere; per la stabilità a lungo termine dei mercati globali; per il nostro rapporto con gli Usa, il cui ombrello di sicurezza è imprescindibile, come ha ricordato il segretario generale della Nato Rutte.
Da non trascurare che grazie all’ottimo rapporto con la Casa Bianca il governo Meloni può (poteva?) contare su un vantaggio competitivo in Europa, mentre da ora il rischio è di sprofondare tra gli ingrati scrocconi insieme a Sanchez, Macron e Starmer.
Un problema di narrazione
Il processo di distanziamento di questa maggioranza di governo da Trump, e ancor più da Netanyahu, è già in corso da tempo, ma oggi compie un passo più lungo della gamba. E sembra essere motivato, purtroppo, da ragioni di politica interna.
Eppure, l’idea che la vicinanza a Trump e la guerra in Iran siano costate il referendum è smentita dai sondaggi interni, secondo cui la svolta a favore del “No” è avvenuta nella seconda metà di febbraio.
Sebbene fin qui i consensi del centrodestra non ne abbiano risentito, stando anche agli ultimi sondaggi, non c’è dubbio che gli italiani abbiano un’opinione negativa di Trump e Netanyahu. Ma se è così, è anche perché in questi anni il centrodestra ha lasciato campo libero alla narrazione anti-trumpiana e pro-pal, straripante sui media mainstream, senza contrapporre una narrazione alternativa, una propria cornice interpretativa degli eventi internazionali, permettendo così alle accuse della sinistra, basate come sappiamo su autentiche bufale, sia sul conflitto mediorientale che sulla politica trumpiana, di dilagare nell’opinione pubblica.
È mancata la volontà, o la capacità, o entrambe, o è mancato il coraggio, di spiegare quanto le politiche trumpiane di difesa anche culturale del mondo occidentale e l’approccio, certo ruvido, del presidente Usa fossero funzionali ai cambiamenti in Europa auspicati dal centrodestra e dai suoi elettori. Immigrazione ed energia, per citare due degli ambiti più importanti.
Sarebbe un errore oggi cedere ancor di più il terreno a quella narrazione, perché il governo Meloni perderebbe il già debole ormeggio a due leader di destra che, piaccia o meno, stanno ridefinendo gli equilibri di potere globali a vantaggio dell’Occidente, non traendone nemmeno un sollievo politico interno, perché non c’è nulla che possa fare per scrollarsi di dosso l’accusa di essere “servo” degli Usa e di Israele, essendo essa strumentale tanto quanto l’accusa di “fascismo”.
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