La notizia è che non c’è solo una netta svolta nella retorica nei confronti del presidente russo Vladimir Putin. Donald Trump si sta concretamente attivando per fornire a Kiev le armi di cui ha bisogno per difendersi dagli attacchi russi. Non facile, perché il problema delle scorte è reale, non affligge solo l’Europa ma anche gli stessi Stati Uniti, soprattutto dopo la guerra in Medio Oriente.
Lo “schema” per i Patriot
Al recente summit Nato dell’Aja, in cui per la prima volta aveva dato atto al presidente ucraino Zelensky di combattere una “battaglia coraggiosa”, rispondendo ad una giornalista ucraina della Bbc, Trump si era mostrato possibilista sulla fornitura dei sistemi Patriot a Kiev: “Vedremo se possiamo renderne disponibili alcuni. Sai, sono molto difficili da ottenere. Ne abbiamo bisogno anche noi, li abbiamo forniti a Israele”.
“La stragrande maggioranza degli aiuti militari che gli Usa forniscono all’Ucraina non è mai stata sospesa e continua nei tempi previsti“, ha assicurato ieri il segretario di Stato Marco Rubio a margine di un incontro con il ministro degli esteri russo Lavrov.
“Ma c’è un problema più ampio – ha aggiunto – che è la limitata capacità produttiva dell’Occidente. Per esempio, una delle cose di cui l’Ucraina ha più bisogno sono le batterie Patriot. Ci sono batterie Patriot disponibili in molti Paesi europei, ma nessuno le fornisce. Questo deve cambiare. Se l’Ucraina è una priorità, come molti Paesi europei sostengono, dovrebbero condividere le batterie che in questo momento non hanno bisogno di usare”.
Ieri, a Roma per il vertice sulla ricostruzione e l’incontro con il gruppo dei cosiddetti “volenterosi”, il presidente ucraino ha confermato che qualcosa si sta muovendo: “Con il presidente Trump abbiamo un dialogo che posso definire positivo sui sistemi Patriot. Noi abbiamo fatto una richiesta, dieci sistemi, di questo si sta parlando, e il volume appropriato di missili per alimentarli. La Germania ha detto che potrà pagarne due, la Norvegia quattro e con l’Italia c’è l’accordo per uno”, ha specificato Zelensky. “Una volta ricevuta una risposta chiara dai produttori sulle capacità su cui si vogliono impegnare gli Stati Uniti capiremo qual è il prezzo definitivo”, ha aggiunto. La notizia è che c’è uno “schema” per finanziare l’acquisto dei sistemi Patriot per Kiev superando il problema delle scorte.
In una intervista di ieri sera alla Nbc, Trump ha ribadito di essere “deluso dalla Russia”, preannunciato per lunedì una “dichiarazione importante sulla Russia” e confermato lo “schema” tracciato da Zelensky, e cioè che gli Usa forniranno ulteriori armamenti all’Ucraina, via alleati Nato: “Stiamo inviando armi alla Nato e la Nato sta pagando per quelle armi, al 100 per cento. Quindi quello che stiamo facendo è che le armi che vengono inviate vanno alla Nato, e poi la Nato darà quelle armi all’Ucraina”, ha spiegato, aggiungendo che lo schema è stato concordato durante l’ultimo summit all’Aja.
Insomma, Trump non sta affatto regalando l’Ucraina a Putin, come fino a poche settimane fa ci spiegavano i media liberal e i soliti “esperti”. Sembra al contrario intenzionato a difenderla, magari con un apporto più significativo da parte degli alleati europei, Germania in primis.
Da Putin solo “stronzate”
Da ormai qualche settimana il presidente Usa non nasconde più il suo disappunto per lo stallo sull’Ucraina e le inconcludenti interlocuzioni con il presidente Putin. “Sono molto deluso dalla conversazione con il presidente Putin. Mi sembra che semplicemente non ci sia più. Non vedo che voglia fermarsi. E questo è molto grave: non vuole porre fine alla guerra”, ha commentato dopo l’ultima telefonata della settimana scorsa.
Pochi giorni fa è stato ancora più esplicito: “Putin ci tira addosso un sacco di stronzate, se volete saperlo. È sempre molto gentile, ma alla fine si rivela senza significato. Putin non sta trattando bene gli esseri umani, sta uccidendo troppe persone”.
Ipotesi sanzioni
E per la prima volta dalla sua voce fa sapere che sta valutando sanzioni: “Il Senato sta approvando sanzioni molto, molto severe. La scelta è totalmente mia. E le sto valutando con grande attenzione”, ha detto riferendosi alla legge bipartisan promossa dal senatore Lindsey Graham, che autorizza il presidente a imporre dazi fino al 500 per cento sulle importazioni da qualsiasi Paese che acquisti uranio, petrolio o gas naturale dalla Russia, inclusi Paesi come Brasile, Cina, India e Turchia.
I leader del Congresso “sono pronti ad agire sul disegno di legge Graham”, ha confermato Rubio. “Abbiamo avvertito i russi settimane fa che questo poteva accadere e continueremo a ribadirlo: è la realtà”.
Questione di tempo – settimane, mesi – ma alla fine è emerso con chiarezza che il vero ostacolo alla pace ha un solo nome: Vladimir Putin. Su Atlantico Quotidiano ne eravamo certi e lo abbiamo scritto fin dall’inizio. Proprio per questo, abbiamo ritenuto un errore ingenuo da parte del presidente Zelensky mettersi di traverso, inizialmente, agli sforzi di pace dell’amministrazione Trump, di fatto aiutando Putin a recitare la parte dell’attore più disponibile al dialogo.
Certo, il presidente ucraino aveva fondati motivi per diffidare delle parole di Putin. Ma il presidente Trump, appena eletto, aveva promesso in campagna elettorale che avrebbe posto fine in breve tempo alla guerra in Ucraina e aveva tutto il diritto di provarci. Ha commesso l’errore di sottovalutare, anzi equivocare le vere cause del conflitto. Ovviamente non lo ammetterà mai, continuerà a ripetere che è “la guerra di Biden”, ma sta prendendo atto di alcune realtà e correggendo di conseguenza retorica e politiche.
Sparita ogni apertura di credito, accantonato ogni ottimismo, mentre inasprisce i toni nei confronti del presidente russo, Trump ha parole più calorose per Zelensky e gli ucraini, come abbiamo già osservato al summit Nato dell’Aja, e si mostra più attento alle esigenze di difesa di Kiev.
Positiva l’ultima telefonata con Zelensky: “Abbiamo avuto una conversazione molto buona, molto strategica. Li abbiamo aiutati e continueremo ad aiutarli. Ve l’ho detto sono molto insoddisfatto dalla mia chiamata con Putin. Sembra che voglia andare fino in fondo e continuare a uccidere. Non va bene. Non ero contento di lui”.
Sforzi confermati dallo stesso presidente Zelensky: “Abbiamo concordato con Trump di espandere la difesa aerea: i nostri team si incontreranno per pianificare nuovi sistemi intercettori. Trump segue attentamente gli attacchi russi e quelli in prima linea. L’Ucraina è pronta a realizzare una produzione congiunta di droni con gli Stati Uniti”, ha riferito il presidente ucraino.
Il giallo dello stop
“Manderemo più armi all’Ucraina. Devono essere in grado di difendersi. Vengono colpiti molto duramente ora. Manderemo più armi, principalmente armi difensive”. Una dichiarazione accolta con sorpresa dai media, perché arrivata pochi giorni dopo l’annuncio di una sospensione delle forniture militari a Kiev.
Decisa da chi? Giallo. I media liberal l’hanno attribuita al capo del Pentagono Pete Hegseth, che non avrebbe consultato il presidente. Trump ha ordinato solo una revisione delle scorte, non lo stop delle forniture a Kiev, ha riferito la Cnn. La decisione di interrompere le spedizioni di armi all’Ucraina sarebbe stata presa personalmente da Hegseth, in seguito alla raccomandazione del capo del dipartimento politico del Pentagono, Elbridge Colby.
Trump, interrogato sul tema dai corrispondenti, non ha voluto svelarlo, quasi smentendo: “Non l’abbiamo fatto. Stiamo dando armi. Ne abbiamo date così tante. Ma stiamo dando armi. E stiamo lavorando con loro e cercando di aiutarli. Ma non l’abbiamo fatto”.
Dunque, Trump ha cambiato idea sull’invio di armi a Kiev? Crediamo di no. L’impoverimento delle scorte è un tema reale e può aver portato alla sospensione della fornitura di alcune munizioni strategiche, come appunto i missili anti-missile Patriot.
Da anni, per il sostegno militare all’Ucraina, sarebbero sotto la soglia minima e la situazione non può che essere peggiorata quando l’amministrazione Trump ha dovuto schierare nuove batterie Patriot in Medio Oriente, a difesa sia di Israele, dai missili Houthi ma soprattutto da quelli iraniani durante l’operazione militare contro gli impianti nucleari, sia delle basi Usa nella regione. Senza dimenticare che devono bastare per la difesa dei cieli americani, di Taiwan e delle basi nell’Indo Pacifico. Guarda caso, proprio in questo periodo la Russia ha iniziato a intensificare gli attacchi aerei sull’Ucraina, arrivando a lanciare anche 700 tra missili e droni nell’arco di 24 ore.
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