C’è un momento, puntuale come le tasse: ogni volta che partecipo a un convegno, una tavola rotonda, un seminario sulla memoria – deportazioni, Resistenza, Costituzione, educazione civica – arriva immancabile l’allusione.
Non importa il tema, il contesto, la profondità dell’analisi: qualcuno, di solito proveniente da Anpi o dalle associazioni dei deportati, deve infilare il solito messaggino politico contro il governo. Un inciso velenoso, la classica occhiata complice al pubblico: “Con quello che sta succedendo oggi… il governo Meloni…”. E via, il rituale degli allarmi democratici.
È una liturgia. Una recita stanca. Un riflesso condizionato che dice tutto: per una certa galassia militante, la memoria non è un terreno comune, ma un’arma da brandire.
La storia non è vostra. È mia, è nostra.
E allora lasciatemi dire qualcosa che in Italia suona quasi sovversivo: “La Resistenza è anche mia!”. E – scandalo per qualcuno – anche il fascismo è parte della mia storia, esattamente come lo è della vostra. Perché sono italiano. Perché nessuno può pretendere di scegliersi solo il lato “spendibile” della propria identità nazionale.
È buffo che chi predica l’antifascismo come religione civile ne tradisca il primo principio: la storia non la scegli, la erediti. Ti piaccia o no, l’Italia del Ventennio fa parte della nostra biografia collettiva tanto quanto l’Italia della Liberazione. E la Repubblica è nata sì dal sangue dei partigiani (e da quello dei 350.000 statunitensi, inglesi, francesi, marocchini, indiani, brasiliani…), ma anche dal compromesso con un Paese che per vent’anni era stato fascista. Chi finge che esista un’Italia buona e una cattiva, un’Italia pura e una impura, vive in un cartone animato ideologico.
La retorica dell’allarme permanente
Ma soprattutto: cosa c’entra l’attuale governo con il 1922? Nulla. Zero. Il vuoto assoluto. Eppure, in questi eventi, pare che ogni occasione sia buona per insinuare che la storia stia tornando indietro. La formula è sempre la stessa: 1. si parla delle leggi razziali o delle deportazioni; 2. si ripete che “non bisogna dimenticare”; 3. si conclude che “oggi più che mai la democrazia è fragile”; 4. sottinteso: la colpa è del governo Meloni.
Proprio in questi giorni ho partecipato ad un corso di formazione per insegnanti: il relatore parlava della mancata epurazione dei magistrati nel passaggio alla Repubblica. Intervento in chat, che trascrivo testualmente: “Davvero adesso vogliono tornare indietro e riportare la magistratura requirente sotto il potere esecutivo?”.
È un copione talmente riciclato da essere ormai un tic. E i tic non sono argomentazioni: sono automatismi. Serve un nemico, perché senza nemico svanisce anche la ragione sociale dell’antifascismo militante.
La memoria ridotta a strumento di lotta politica
Il paradosso è enorme: chi dovrebbe preservare la memoria la svuota. Perché se trasformi ogni anniversario in un’occasione per dire che “siamo di nuovo in pericolo”, la gente semplicemente smette di ascoltarti. Non perché sia nostalgica: perché vede che la realtà non corrisponde alla narrazione.
Così succede il peggio: la memoria non unisce, non educa, non ammonisce. La memoria annoia. E quando la memoria annoia, muore. E la responsabilità non è di chi governa: è di chi usa la storia come un manganello (dialettico).
Non voglio essere arruolato
Io rivendico un diritto minimo, quasi banale: parlare della Resistenza senza essere arruolato. Parlare del fascismo senza essere sospettato. Parlare della storia senza essere trascinato in un tribunale ideologico.
Non devo ripetere formule liturgiche per essere legittimato a discutere del mio Paese. Non devo fare atti di contrizione per essere ritenuto “democraticamente affidabile”. Non devo sottopormi al catechismo di associazioni che pretendono il monopolio della memoria.
La storia non è una clava: è un’eredità
Perciò lo ribadisco: la Resistenza è mia non perché io sia di sinistra, ma perché sono italiano. Il fascismo è parte della mia storia non perché lo condivida, ma perché è accaduto nel Paese in cui vivo. E finché qualcuno continuerà a usare questi capitoli come armi contro il governo di turno, continuerà a fare un danno enorme: non alla politica, ma alla memoria stessa. Che o resta un bene comune, o diventa propaganda. E quando diventa propaganda, smette di essere credibile.
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