C’è qualcosa di surreale nel dibattito che si è aperto intorno al bollo auto. Il governo Meloni decide di eliminarlo, a partire dal 2027, per le automobili fino a 80 kW e per i motocicli, limitando l’esenzione a un solo veicolo per persona. Una misura che riguarda soprattutto vetture di piccola e media potenza, quelle che ogni giorno accompagnano al lavoro milioni di italiani.
E chi protesta? Quella sinistra che da sempre rivendica il ruolo di paladina delle fasce più fragili della società. Il paradosso merita qualche riflessione.
Perché per una famiglia italiana l’automobile, nella stragrande maggioranza dei casi, non è un vezzo. Non è la seconda macchina sportiva parcheggiata in garage. È uno strumento di lavoro e di vita quotidiana. Serve per raggiungere un’azienda, accompagnare i figli a scuola, assistere un genitore anziano, fare la spesa. E fuori dalle grandi città, dove il trasporto pubblico spesso non rappresenta un’alternativa concreta, rinunciarvi può essere semplicemente impossibile.
Il bollo, inoltre, possiede una caratteristica che da sempre lo rende particolarmente indigesto: si paga per il semplice fatto di possedere il veicolo, indipendentemente da quanto lo si utilizzi.
Ecco perché intervenire su questa tassa significa mettere qualche centinaio di euro, a seconda dell’auto e della Regione, nelle disponibilità di una famiglia senza inventare bonus, domande, graduatorie o complicati meccanismi assistenziali.
Si può discutere, naturalmente, delle coperture. Anzi, si deve. Ogni riduzione delle entrate pubbliche impone di spiegare dove saranno reperite le risorse necessarie e quali conseguenze avrà sui bilanci regionali. E bisognerà verificare se l’intenzione dichiarata di rendere strutturale l’esenzione troverà effettivamente attuazione dopo il 2027.
Ma questo è il terreno della buona politica: discutere di numeri, sostenibilità e priorità. Più curioso è assistere alla trasformazione di una riduzione fiscale rivolta principalmente ai proprietari di automobili piccole e medie in qualcosa da guardare con sospetto.
Per decenni abbiamo sentito ripetere che le tasse dovrebbero essere più eque, che occorre sostenere i redditi medio-bassi, che bisogna intervenire sul costo della vita. Quando però un governo sceglie di farlo eliminando una tassa concreta, immediatamente percepibile da milioni di cittadini, ecco comparire l’accusa di propaganda.
Forse perché esiste ancora una vecchia convinzione: che la protezione sociale debba necessariamente passare attraverso un sussidio o una nuova erogazione pubblica. Ma aiutare chi dispone di meno può significare anche una cosa molto più semplice: lasciargli in tasca una parte maggiore del denaro che ha guadagnato.
Ed è qui che la scelta del governo diventa politicamente interessante. Non perché l’abolizione del bollo risolverà i problemi economici delle famiglie italiane. Sarebbe ridicolo sostenerlo. Ma perché introduce un principio diverso: individuare una spesa obbligatoria, circoscrivere il beneficio alle automobili entro una determinata potenza e togliere quella voce dal bilancio familiare.
Senza chiedere al cittadino di diventare beneficiario di qualcosa. Semplicemente permettendogli di pagare meno.
È una scelta coraggiosa? Sì, soprattutto se verrà resa strutturale e accompagnata da coperture credibili. Ed è una scelta che intercetta quella parte della società che conta cento euro prima di spenderli, non quella che discute astrattamente di pressione fiscale. Poi ciascuno potrà giudicare il governo come ritiene.
Ma almeno una domanda la sinistra dovrebbe porsela: se persino quando vengono tolte tasse che gravano su milioni di automobilisti comuni la prima reazione è gridare alla propaganda, in che modo pensa oggi di rappresentare proprio quei cittadini che sostiene di voler proteggere?
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