Politica

Cittadini indifesi, ecco perché la riforma della giustizia non cambierà nulla

Non serve più controllo del territorio, servono più indagini. Ma il sistema giustizia è inefficiente, alcuni reati sono di fatto depenalizzati. Parla un generale in pensione

Polizia immigrazione © chalabalaphotos, BreizAtao e Pressmaster tramite Canva.com

“Il referendum non cambierà nulla. Zero”. A parlare è un generale in pensione proveniente da corpi speciali, con anni di servizio in reparti operativi ad alta esposizione, indagini pesanti, operazioni che non entrano nei libri, impieghi addestrativi sia con italiani sia con stranieri in diverse parti del mondo. Gli chiedo perché un giudizio così netto sul referendum sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere.

Non sono un fine giurista, ma mi sembra evidente che la giustizia, in particolare quella penale, sia in affanno. È ovvio che, allo stato attuale, gli operatori si trovano in difficoltà a rispondere alle richieste sempre più pressanti provenienti dalla gente comune per il controllo del territorio, come in certe periferie che ormai sono diventate ingovernabili. È sentire comune che i cittadini non si sentono difesi nella sfera personale e tanto meno in quella patrimoniale.

Più indagini

Il generale si sofferma su un punto che ritorna spesso nel dibattito pubblico, ma che a suo avviso viene affrontato nel modo sbagliato.

Si invoca come al solito l’esercito, che serve veramente a poco e che, giustamente, viene richiamato alla sua vocazione originaria, che è quella di fare la guerra e non perdere energie e addestramento con impieghi tipo “Strade Sicure”. Più che presidi servono indagini. Le organizzazioni vanno disarticolate e ridotte all’impotenza.

Quando il discorso arriva alla separazione delle carriere, il generale è altrettanto diretto.

Sarebbe ora di dire che il problema non è la separazione delle carriere, ma il fallimento del codice di procedura penale. Un codice che è nato, è bene ricordarlo, per snellire i processi che non sarebbero dovuti arrivare al dibattimento, tramite una serie di riti alternativi premiali che avrebbero dovuto scoraggiare la prosecuzione degli stessi. Cosa che regolarmente non è avvenuta.

Le conseguenze, spiega, sono sotto gli occhi di chi lavora negli uffici giudiziari.

Il carico dei processi pendenti è aumentato a dismisura e, aggiunto alla revisione dei termini della prescrizione, è diventato una facile via d’uscita, buttando in fumo anni di indagini e lasciando tanti indagati senza un giusto processo, nel bene e nel male.

La riforma Cartabia

Alle criticità strutturali si sono poi sommate quelle più recenti.

A questo si debbono aggiungere le ulteriori difficoltà introdotte con la legge Cartabia, che nei fatti riduce ancora di più l’operatività delle forze di polizia. Chi frequenta le procure sa perfettamente che ormai certi reati sono definiti, dagli addetti ai lavori, bagatellari.

Il generale fa esempi concreti.

Il furto, ormai, nei fatti è quasi depenalizzato. Ma per chi lo subisce è un vero e proprio trauma, oltre a una perdita economica che, nel caso di persone che arrivano onestamente a fine mese, assume toni drammatici. Lo stesso vale per le occupazioni degli immobili, per i danneggiamenti e il vandalismo connessi a certe manifestazioni politiche o sportive, o per i furti con destrezza che costringono lavoratori che non possono più utilizzare l’auto, per le restrizioni continue, a passare sotto le forche caudine delle metropolitane e dei mezzi pubblici. Potremmo passare ore a elencare situazioni bagatellari come queste.

Su tutto questo, chiarisce, il referendum non incide. “Il referendum tutti questi aspetti non li toccherà minimamente”.

Le intercettazioni

Il giudizio resta negativo anche su un altro nodo centrale del sistema.

Non cambierà neppure il sistema delle intercettazioni, che è un’altra nota dolente. Ho letto di 270 milioni di euro spesi per le intercettazioni. Ma le frequenze non sono dello Stato? Perché pagare così tanto i concessionari? Non sarebbe più logico gestire i contratti di concessione in modo più conveniente per lo Stato e impiegare quei soldi in modo più adeguato?

Il problema, spiega, non è solo economico.

Ci sono costi enormi, procedure macchinose e rinnovi ogni quindici giorni che creano un ingorgo gigantesco. Per rinnovare le intercettazioni bisogna rileggere tutte le telefonate importanti, sintetizzarle, formalizzarle in annotazioni e inviarle al pubblico ministero, che a sua volta le valuta, le riscrive e le invia al gip. Con tempi tecnici che diventano molto ristretti quando i telefoni sono molti e agganciati in momenti diversi.

Il risultato è un sistema che si auto-appesantisce.

A quel punto, per non sbagliare, devi impiegare personale dedicato esclusivamente ai rinnovi delle intercettazioni, generando una valanga di carte.

Il ruolo dei pm

Nel quadro generale entra anche il ruolo del pubblico ministero.

In tutto questo è bene ricordare che la figura del pubblico ministero è vista come il “dominus” delle indagini, con la polizia giudiziaria relegata a mero esecutore non solo degli atti, ma anche dell’impostazione delle indagini. Ma la realtà è diversa.

Il carico di lavoro, soprattutto nelle procure più piccole, è sproporzionato.

I pubblici ministeri hanno centinaia e centinaia di fascicoli: reati ambientali, predatori, sessuali, tributari, omicidi, femminicidi, incidenti stradali con feriti gravi. È irrealistico pensare che una sola persona possa dirigere ogni cosa.

C’è infine un problema organizzativo che, secondo il generale, viene spesso ignorato.

In un meccanismo dove tutti sono vincolati dagli orari – cancellieri, polizia giudiziaria, uscieri, personale amministrativo – i pubblici ministeri hanno un orario di lavoro molto flessibile. È come una serie di ruote dentate incastrate tra loro, con una rotella principale, il “dominus delle rotelle”, svincolata dall’intero meccanismo.

La conclusione è netta.

Se si vuole ottenere una maggiore efficienza, anche questo aspetto deve essere regolamentato. Se hai una parte così importante nella conduzione delle indagini, non puoi essere alieno rispetto all’apparato posto in essere per la difesa del cittadino.

Alla fine, la domanda torna inevitabile. “Cosa c’entra tutto questo con il referendum? Ovviamente niente”.

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